La minaccia di una crisi alimentare globale

Lester Brown è uno storico analista ambientale made in USA, fondatore dell’ Earth Policy Institute. Il 24 luglio ha pubblicato sul Guardian un breve, ma incisivo articolo che fa luce sulla situazione di profonda crisi dell’agricoltura statunitense e mondiale, lanciando l’allarme su un’imminente crisi alimentare globale.

Sappiamo che molti paesi africani da decenni sono manifestamente flagellati dalla piaga della fame e della denutrizione, a causa dell’instabilità politica e del pesante debito di diversità con il nostro Occidente. Ma l’eventualità di una crisi alimentare globale si poggia su dinamiche ambientali ed economiche che dovrebbero spingerci a considerare il problema da una nuova angolazione, in quanto minaccia di coinvolgere anche il benessere dei “pochi”, quelli che di solito fanno i propri interessi senza calcolare i danni.

Cosa succede dunque negli Usa? In primavera, come racconta Brown, gli agricoltori erano sul punto di seminare a grano con la previsione di sfruttare la più estesa superficie coltivabile degli ultimi 75 anni.  Il caldo, allora, faceva prevedere una stagione rosea, persino gli analisti erano ottimisti. A livello internazionale, la produzione di grano negli Usa supera quella del riso cinese e del frumento. Il grano è ormai il leader dei cereali, ma si tratta di piantagioni  tanto produttive quanto sensibili: a temperature elevate subiscono inevitabilmente un shock termico. Così, l’ondata di caldo che ha investito all’ arrivo dell’estate gli stati della cosiddetta corn belt, la cintura del grano, ha incendiato i campi: dal 76% di fine maggio, soltanto il 26% del raccolto è considerato in condizioni buone o eccellenti. All’inizio di luglio si prevedeva un calo produttivo di 25 Mt, ma le stime potrebbero peggiorare.

Le cose cambiano in fretta. In poche settimane abbiamo visto come gli estremi portati dal cambiamento climatico possano turbare anche la sicurezza alimentare. Dall’inizio di giugno, il prezzo del grano è aumentato di quasi la metà raggiungendo il minimo a luglio.  Le riserve mondiali di grano saranno a rischio quando la stagione agricola sarà terminata, e se i risultati saranno scarsi come i fatti preannunciano la situazione alimentare del mondo intero diverrà precaria, con ripercussioni inevitabili sui prezzi.

Non si tratta solo di quello che sta accadendo in questi mesi, ma del sistema alimentare globale. A livello globale la produzione di cereali è in lieve calo già dal 2008: una regressione che preoccupa soprattutto se vista in termini di produzione pro capite, dal momento che negli ultimi 5 anni la popolazione è aumentata di 320 milioni di esseri umani.

Un’analisi quella di Brown, che  evidenzia con estrema lucidità la possibilità di scenari futuri tutt’altro che confortanti: «Benvenuti nella nuova  geopolitica della scarsità alimentare. Dal momento che le riserve vacillano, ci avviamo verso una nuova era alimentare, nella quale ogni paese decide per sé», sintetizza lo studioso. «Il mondo è in seria difficoltà sul fronte del cibo. Ma i leader politici non hanno ancora afferrato a pieno la portata di ciò che potrebbe accadere. I progressi nella riduzione della fame stanno subendo una

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 regressione negli ultimi anni. Se non ci daremo presto da fare per adottare nuove politiche per la popolazione, la gestione energetica e idrica, l’obiettivo di sradicare la fame rimarrà irrealizzato», aggiunge poi. «Il tempo sta scadendo. Il mondo potrebbe essere più prossimo ad un’ingestibile crisi alimentare di quanto la maggior parte della popolazione si renda conto, con prezzi in vertiginosa ascesa e fenomeni di instabilità politica».

Ad pesare su una situazione incerta contribuisce l’ennesima contraddizione del mondo globalizzato: stando ai dati infatti,  un quarto del raccolto americano di mais viene utilizzato per produrre biocarburante, insieme alla soia. Anche quest’ultima sta facendo le spese della terribile condizione di siccità che affligge il paese, dove al momento attuale oltre il 60% del territorio – Hawaii e Alaska a parte – e 1.297 contee distribuite in 29 Stati, stanno ricevendo aiuti federali a causa della scarsità di precipitazioni. Entrambi i cereali costituiscono la base dell’alimentazione del bestiame: la pessima annata del raccolto riverserà le proprie conseguenze sull’ allevamento, con conseguenti aumento di prezzo di carne, uova, latte e derivati.

E non solo: il 75% dei prodotti nei negozi di generi alimentari contiene il mais come  ingrediente di base, adoperato  anche  in molti fast food. Inoltre, esso si trova in molte cose poco note come adesivi; alluminio; aspirina; amido per indumenti; cosmetici; sciroppo per la tosse; batterie a secco; buste; isolanti in fibra di vetro; capsule di gelatina; inchiostro; insetticidi; vernici; penicillina; polveri; tappeti;  francobolli; talco; dentifrici; carta da parati; vitamine e ancora altri prodotti.

Quest’ anno la siccità – la peggiore da 104 anni – ha colpito duramente la Corea del Nord e quella del Sud, soprattutto nelle aree che forniscono i maggiori raccolti:  fiumi e laghi artificiali a secco, migliaia di ettari di campi secchi. I danni interessano anche paesi come  l’ Ucraina e il Kazakistan, in un’ area un tempo soprannominata “granaio d’ Europa”, ultimamente interessata da sensibili cali produttivi che quest’anno sembrano aggirarsi attorno al 17-22% rispetto allo scorso anno.

L’Onu lancia periodicamente il proprio monito di una crisi alimentare su lungo periodo e larga scala, uno “tsunami silenzioso”, ma l’allarme viene sottovalutato e insabbiato dalla tradizionale incapacità delle nostre evolute società di esaminare per tempo la bilancia vantaggi- conseguenze. È evidente che per ricostruire un puzzle che sia portatore di un senso tutti i pezzi debbano tornare al proprio posto. Le risorse non sono infinite, così come non lo è il tempo a nostra disposizione: vertici, summit e incontri fra potenze dovrebbero sfornare insieme a tante belle promesse anche una prova di civiltà.

Brown, noto per il suo Piano B, ha usato precise parole: «mobilitarsi per salvare la civiltà».  ”B” come business, perché non si tratta di utopia ma di un investimento capillare sul nostro futuro. Per combattere un nemico come la fame non basterà finanziare missioni militari.

Arianna Fraccon 

 

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