La malavita diventa virtuale su Internet

Colin Gunn, mafioso inglese, usa Facebook per lanciare “pizzini” ai suoi compari. Torna a farsi sentire il problema della malavita in Rete

di Chantal Cresta

Colin Gunn, mafioso inglese

Il boss guarda fisso i compari di merende. L’espressione è priva d’emozione, gli occhi bovini e dalle palpebre pesanti non lasciano trapelare un pensiero. L’uomo si guarda intorno con fare circospetto per assicurarsi che nei paraggi non vi sia qualche sbirro che lo controlli, poi rivolge nuovamente lo sguardo ai compari e dice: “Un giorno tornerò a casa e non vedo l’ora di guardare negli occhi certa gente e leggervi la loro paura nel vedermi”. I compagni si irrigidiscono: i volti tesi, le bocche cucite e lo sguardo fisso davanti a sé. Il boss continua: “E’ bello potervi dire come sto, alcuni di voi devono aspettarsi una vendetta, alcuni mi hanno tradito malamente. I loro nomi verranno fuori e saranno umiliati, gli infami”.

L’episodio sembrerebbe un estratto della sceneggiatura di un gangster movie se non fosse un fatto realmente accaduto. All’inizio di febbraio, a Worcestershire in Inghilterra, il malavitoso Colin Gunn detenuto al Long Lartin Prison a seguito di una condanna a 35 anni di galera per l’ omicidio di una coppia di anziani, ha intrattenuto queste ed altre conversazioni con i propri compari di ventura. Tuttavia, a rendere davvero sorprendente l’episodio è il fatto che Colin abbia inviato “pizzini” usando il computer della prigione dopo aver sostenuto, di fronte alle guardie, come fosse nel suo pieno diritto usufruire della Rete. Così, il mafioso ha ottenuto il permesso di potersi connettere a Facebook e con i suoi post è riuscito a mantenere i contatti, a tenere i compagni legati a sé e a far fare loro ciò che voleva. A seguito della vicenda il Ministro della Giustizia inglese Jack Straw si è precipitato a dichiarare a mezzo stampa che ai detenuti non è concesso l’uso della Rete, tanto meno dei Social Network e, soprattutto, che Mr. Gunn non aveva ricevuto alcun permesso per potersi connettere ad Internet e dedicarsi ai propri “affari”.

Gli episodi di malavita virtuale – e non per questo meno efficaci – sono sempre più frequenti. Nel febbraio del 2009 una intercettazione telefonica della Guardia di Finanza milanese tra due trafficanti di cocaina ha colto queste parole: “Di quei due chili ne parliamo poi, su Skype”. Parole che hanno lasciando intendere agli inquirenti come la malavita, oggi, non solo abbia imparato ad usare Internet per portare avanti le proprie faccende ma è anche consapevole di quali siano i migliori strumenti per non essere intercettata. Infatti, secondo Nicola Gratteri, procuratore aggiunto della DIA (Direzione Investigativa Antimafia) Skype è senza dubbio il mezzo migliore per condurre illeciti e le ragioni sono da rintracciarsi nello stesso software applicativo del sistema.

Innanzitutto gli sviluppatori hanno creato un procedura di criptazione dei dati immessi impossibile da violare, il che significa che la comunicazione tra due computer a mezzo Skype non può essere, per il momento, intercettata da terzi. Situazione, questa che manda in crisi tutti i servizi di investigazione telematica. Inoltre, il sistema “traduce” ed invia le conversazioni VoIP, da un account all’altro, in pacchetti di dati che restano indecifrabili se non rielaborati da un particolare algoritmo noto solo ai programmatori Skype. Infine, la procedura di accesso al sistema è blindata essendo basata sull’utilizzo di una combinazione password “monouso”. Una volta entrati nel sistema, la combinazione viene automaticamente eliminata e sostituita con una nuova alla prossima connessione. Così ogni accesso resta anonimo e, quindi, inviolabile.

A seguito dell’intercettazione telefonica tra i due spacciatori, nell’ultimo anno, la magistratura italiana ha chiesto più volte all’azienda Skype Limited di collaborare con la polizia fornendo gli algoritmi di riferimento del suo sistema VoIP. Le richieste, però, sono rimaste inascoltate poiché Skype Limited, avendo sede in Lussemburgo, non è soggetta alla nostra normativa del Codice di Comunicazione. Il motivo della reticenza dell’azienda esiste proprio nell’enorme successo che ha incontrato il software nel mondo della Rete. Infatti, la segretezza delle informazioni e dei profili dei suoi circa 400 mila utenti ha reso Skype Limited una delle aziende telematiche più quotate e di maggior fatturato sulla “piazza”.

Tuttavia, come sostiene Gratteri, il problema resta: la criminalità telematica è, ormai, un’ emergenza. Mailing list, e-mail, chat, social network sono tutti strumenti che, veicolando informazioni di cui spesso è sconosciuta la fonte, possono e vengono utilizzati dalla malavita a scopo illegale. Serve, dunque, una normativa a carattere internazionale per garantire la sicurezza della Rete. Nel frattempo, la tecnologia avanza e, a quanto pare, la criminalità con lei.

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