La “guerra” di Giulio Regeni, storia di uno di noi

La storia di Giulio, un ragazzo che crede nei suoi sogni e lotta per i suoi ideali e per realizzarli è dovuto andare via, morendo per questi

Giulio Regeni (fonte: lastampa.it)

Giulio Regeni (fonte: lastampa.it)

Oggi l’Italia si indigna e si ritrova a volere la verità sulla triste storia di Giulio Regeni, ventottenne, scomparso il 25 Gennaio 2016, ritrovato cadavere. Le circostanze dietro il corpo straziato restano misteriose e il governo egiziano tende ad insabbiarle, definendo la storia un “incidente stradale”.  Mai come in questa storia la verità è necessaria e, soprattutto, dovuta. Giulio Regeni era un ragazzo, come tanti, pieno di sogni e ideali, nei quali credeva fino in
fondo, disposto, perfino, a rimetterci la vita.

LA STORIA DI GIULIO REGENI - Era un ricercatore, appassionato di Esteri ed  in particolare del Medio Oriente, si era trasferito al Cairo lo scorso settembre per lavorare alla sua tesi di dottorato sullo sviluppo dell’economia egiziana, dopo la rivoluzione che, cinque anni fa, portò alla destituzione dell’allora presidente Hosni Mubarak. Ma anche Dottorando in Commercio e sviluppo internazionale presso il dipartimento di Politica e studi internazionali dell’Università di Cambridge, nel Regno Unito; collaboratore sotto pseudonimo per Il Manifesto, per motivi di sicurezza, un ragazzo che voleva vedere e capire da vicino il mondo, senza filtri. Giulio Regeni, però, era preoccupato, sentiva che avrebbe dovuto temere qualcosa o qualcuno più grande di lui.
Il corpo è stato ritrovato sul ciglio di una strada con segni evidenti di violenza, di percosse, semi nudo, morto in una
lenta e dolorosissima agonia. Un lavoro fatto per bene, da professionisti, un trattamento che l’Egitto è solito riservare
a chi è considerato scomodo o potrebbe essere potenzialmente una spia. Una morte che, nel suo silenzio, risveglia molte
coscienze e che fa riflettere anche sul grado di civiltà e libertà in un terra che vede ogni giorno centinaia di “desaparecidos”.

VITTIMA DI AL SISI O DEL “SISTEMA SBAGLIATO”?- Dal presidente Mattarella, al premier Renzi, a tutti gli esponenti politici, giornalisti, mezzi di informazione, unanime è il grido e la richiesta di verità, di sapere realmente cosa sia accaduto al povero Giulio Regeni e, soprattutto, che i colpevoli paghino le loro responsabilità, ma davvero non poteva essere fatto niente perché questo efferato omicidio potesse essere evitato? L’Egitto vanta, secondo dati di Amnesty International, un tristissimo primato di 1400 morti di presunti oppositori del regime e gli arresti di giornalisti indipendenti sono sistematici. Questo regime non guarda in faccia nemmeno  network autorevoli come Al Jazeera permettendo, quest’estate l’arresto dei giornalisti: Mohamed Fahmy e Baher Mohamed, rei  di “diffusione di notizie false”, condannati a tre anni, poi graziati, per aver mostrato, con le loro inchieste, le attività dei Fratelli musulmani. Questa storia, comunque, oltre a mostrare la potenza indiscussa di Al Sisi, evidenzia, purtroppo l’immensa debolezza dell’Italia in queste situazioni.

Andrea Rocchelli, il fotoreporter ucciso in Ucraina (fonte: youtube,com)

Andrea Rocchelli, il fotoreporter ucciso in Ucraina (fonte: youtube,com)

Non è la prima volta che un ragazzo, appassionato di giornalismo, e in veste di “freelance” (nuovo modo di chiamare i martiri dell’informazione), spesso, anche per conto di testate giornalistiche o tv, vada a documentare la situazione politica, le condizioni di altri popoli, forse, spinto anche dal vuoto e dalla desolazione italiana, ma sprovvisto di qualunque tipo di protezione, di garanzia, di sicurezza. Forse, spera di trovare l’occasione che possa permettere di avere uno spazio nell’informazione italiana (nella quale è quasi impossibile accedere solo con le proprie forze), ma si ritrova come argomento del giorno, a caratteri cubitali nelle varie testate, in veste di vittima.

L’ECATOMBE DEI GIORNALISTI SENZA PROTEZIONE - Questa è la recentissima storia di Giulio Regeni “giornalista senza protezione”Il Manifesto non poteva permetterselo, l’augurio è che almeno questa storia, trovi chiarezza. Copione simile è successo ad Andrea Rocchelli, nel 2014 ucciso in Ucraina, dove svolgeva il suo lavoro da fotoreporter, ma la cui morte non ha suscitato la stessa attenzione e sta quasi cadendo nel dimenticatoio. Un altro italiano ucciso dalla sua passione è stato Simone Camilli, a Gaza, per l’esplosione di un F16.
È giusto esporre delle persone a dei rischi così grandi, abbandonandole a se stesse, in scenari così difficili? Si legge sui social, in risposta ai vari post sulla vicenda, il qualunquismo di chi barbaramente risponde: “Se l’è cercata!” oppure:” Non si deve andare in questi luoghi”. Ma davvero vivere senza una coscienza critica può essere la soluzione? E cari Renzi, Mattarella, Gentiloni, massimi esperti dell’ultima ora di esteri e giornalismo, la colpa è attribuibile solo ad un despota che si comporta da tale anche con i ribelli interni?

Quanti ragazzi, zaino in spalla, macchina fotografica, registratore intraprendono viaggi meravigliosi, che cambiano le loro vite, aprono le loro menti, ma allo stesso tempo, li fanno tremare perché sanno che non potrebbero far ritorno? E qui, i media, le autorità, tutti quelli che chiedono chiarezza e giustizia dove sono? Perché nessuno si pone il problema di dare una tutela ai cosiddetti freelance che fanno il “lavoro scomodo”, quello che le grandi firme, impegnate a tweettare e a fare salotto tra poltrone e scrivanie, non vogliono fare? Perché prima di piangere l’ennesima vittima non ci si mette una mano sulla coscienza e si apprezza il lavoro, perché non è solo una passione, ma un vero lavoro, di chi dedica e mette a repentaglio la propria vita per mostrare la realtà che spesso viene nascosta?

 

Oggi si è sacrificato Giulio Regeni che non ha ceduto ai ricatti del nemico, che ha salvato le sue fonti, che da bravo giornalista, anche se è morto per questo, ha concluso in maniera egregia il proprio lavoro, ma quante altre vittime dovranno esserci perché questa professione abbia delle tutele, delle garanzie per tutti e, soprattutto, riconosca i meriti veri in un’epoca in cui il tesserino e il titolo di giornalista, spesso, viene attribuito più per successione che per talento e un giovane che ci crede davvero è costretto anche a morire pur di farsi strada? Giulio Regeni ci ha mostrato nel suo piccolo come si muore con dignità, nonostante la paura, in una terra ostile, per la ricerca della verità e per raccontare un mondo che vuole cercare giustizia, libertà, ma che ancora di strada da fare ne ha davvero troppa.

Mariateresa Scionti

foto: lastampa.it

 

 

 

 

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