La Giustizia e Berlusconi, un amore difficile

La giustizia italiana e i partiti. Berlusconi e il potere giudiziario. Leggi su misura e diritti negati. La legge in Italia sembra non essere uguale per tutti

di Roberto Romano

Quante volte ognuno di noi ha sentito risuonare nelle proprie orecchie la parola giustizia o l’ha letta nelle pagine di prestigiosi quotidiani. Un termine che, nel suo più esteso significato, esprime uno dei più nobili e alti ideali che siano mai esistiti sin dall’antichità e nei popoli più significativi, quali romani e greci. I più autorevoli studiosi di filosofia del diritto hanno collocato la giustizia come principio regolatore superiore cui tutti i diritti e ordinamenti giuridici traggono la loro fonte primaria e guida essenziale per i fini cui sono preposti.

Fatta questa doverosa precisazione ed esplicitato il fine ultimo cui tende la giustizia, bisogna soffermare l’attenzione del lettore su quella che oggi possiamo definire, sulla base di elementi di fatto, la problematica più seria e dibattuta: il rapporto conflittuale con gli altri poteri dello Stato e le continue polpette avvelenate che ogni giorno riceve. Questo stato di cose ha avuto, nell’azione giudiziaria del 1993, la sua gestazione e ha trovato corpo e anima nella discesa in campo di Silvio Berlusconi nel 1994. Da quel momento il fragile equilibrio esistente fra potere giudiziario ed esecutivo è stato minato del tutto e ha toccato la punta più alta con l’avviso di garanzia al capo del governo (sempre nel ’94).

I fatti storici inoppugnabili e gli eventi che hanno seguito hanno confermato in tutta la loro asprezza verbale e sostanziale giudizi avvelenati sulla magistratura e, nello stesso tempo, la nascita di un pericoloso orientamento a screditare e svilire l’opera dei giudici e il fine cui sono chiamati dalla costituzione. Berlusconi ha provato, senza successo al momento, a cambiare le regole del gioco, essendo lui stesso al centro di diversi procedimenti penali per reati di rilevante gravità.

Posto e affermato il principio di non colpevolezza fino al terzo grado di giudizio per qualsiasi cittadino, nessuno può però cambiare norme e principi costituzionali per volgerli a suo favore. E’ evidente che le politiche giudiziarie volute da Silvio Berlusconi negli ultimi quindici anni vadano senza equivoci in questa malsana e discutibile direzione. Il prodotto di questa battaglia istituzionale e scontro fra poteri dello Stato ha trovato la sua più triste e degradante espressione nella norma salva processi del 2002, meglio conosciuta come legge “Salva – Previti”. Quando all’ex esponente di Forza Italia vennero contestati reati di corruzione dichiarati e accertati, e il Parlamento, già in vacanza, approvò il 2 agosto questa legge, non è in gioco più solo l’azione penale di quella o quest’altra procura, ma tutto l’impianto del procedimento penale e, da ultimo, il fine stesso dell’ordinamento giuridico.

GavelOra sembra che passate almeno le vicende e i fatti che lo vedono implicato in storie di escort, Berlusconi riparte, dopo l’aggressione subita, come un leone ferito con il proposito di sferrare un nuovo attacco all’unica cosa che non può controllare: la magistratura. Non è possibile assistere a questa guerra continua e logorante e al disconoscimento di principi fondamentali consacrati nella carta costituzionale. La Corte Costituzionale ha confermato e riaffermato il principio di base e quindi uno dei capisaldi di tutti gli ordinamenti del mondo, che la legge è uguale per tutti i cittadini. Gli stessi cittadini che vedono negati i propri diritti da una giustizia lenta e da processi senza fine, mentre i governanti che dovrebbero garantire questi diritti sono troppo presi e assorti a escogitare e trovare un rimedio ai loro guai giudiziari.

In tutto questo quadro, cupo e buio, s’inserisce e cala la spada della Corte di Giustizia Europea che propina e commina all’Italia una condanna con cadenza quasi giornaliera al risarcimento di cittadini, alcuni dei quali morti in attesa di giudizio e di una giustizia che mai gli verrà riconosciuta. Se si considera il fatto non trascurabile che con le spese di giustizia da parte dei contribuenti lo Stato vede garantita una consistente fetta di entrate, è facile capire perchè il governo non vuole in nessun modo ridurre costi e tempi dei processi.

Alla fine di tutta questa analisi cruda e spietata, ci auguriamo quanto più obiettiva possibile, i lettori si domanderanno quale sia la soluzione. E’ giusto dunque fornire una doverosa risposta, senza giri di parole o tentennamenti di parte. Consapevoli della complessità della problematica, non si possono offrire soluzioni su piatti dorati, ma si può affermare con la massima certezza che la via maestra possa essere quella dell’assenza di personalismi, del riconoscimento dell’ equilibrio fra poteri dello Stato e dell’applicazione certa di una legge valida per tutti.

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