La Francia nuova di monsieur Hollande

Un uomo senza particolare esperienza politica, la cui candidatura è emersa quasi a sorpresa dopo aver rimpiazzato un papabile di primissimo livello, che ha guadagnato la fiducia e il consenso degli elettori e si è aggiudicato la sfida elettorale più importante contro un presidente uscente in calo verticale nei sondaggi.

Non è Barack Obama, bensì il francese François Hollande, il “rimpiazzo” scelto dal Partito Socialista francese dopo che il candidato in pectore Dominique Strauss-Khan era rimasto coinvolto nello scandalo della violenza sessuale nei confronti di una cameriera del Sofitel di New York, riuscito nell’impresa di sconfiggere Nicolas Sarkozy, terzo presidente gollista dopo il doppio incarico di Jacques Chirac – noto ai più per aver sconfitto il neofascista Jean-Marie le Pen nel 2002, al secondo turno delle presidenziali, con un plebiscito bipartisan – e primo presidente della storia transalpina di origine non-francese, suo padre, infatti, era nato in Ungheria e sua madre discendeva da una famiglia di greci ebrei convertiti al cattolicesimo.

Hollande è la rappresentazione di un nuovo corso che coinvolge l’Europa, alla disperata ricerca da un lato di leader in grado di fronteggiare l’immobilismo tedesco di Angela Merkel e dall’altro di avvicinarsi alle speranze e aspettative del popolo elettore.

Uomini normali, nuovi e, al netto delle dichiarazioni elettorali, desiderosi di sovvertire schemi e consuetudini che cozzano con lo sviluppo della società contemporanea. Proprio per questo, non devono stupire due dei punti più chiacchierati del programma elettorale del nuovo presidente: l’estensione del diritto di voto agli immigrati nelle consultazioni amministrative e l’approvazione dei matrimoni per le coppie omosessuali.

Programmi questi che lasciano trasparire la volontà di rendere la Francia un Paese ancor più aperto, moderno e multiculturale – nonostante permangano situazioni patologiche come la forte presenza di immigrati nordafricani di fatto “confinati” in quartieri periferici (non sono così distanti le violente proteste delle banlieue parigine).

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Tralasciando momentaneamente gli scenari interni e focalizzando l’attenzione sul piano europeo, è evidente come l’ascesa al potere di Hollande abbia coinciso con la fine del direttorio Merkozy e con una rinnovata volontà dei Paesi mediterranei di chiedere, e ottenere, condizioni che soddisfacessero anch’essi e non solo il duopolio franco-tedesco.

Il quasi veto posto da Italia e Spagna sulle decisioni del consiglio europeo di fine giugno, sostenuto moralmente dal neo-eletto presidente francese, ha messo per qualche ora sotto pressione il cancelliere tedesco, che sinora aveva fatto il bello e il cattivo tempo dalle parti di Bruxelles. Ciò che è accaduto lascia presagire che, pur mantenendo uno strettissimo legame che esula dalla vicinanza geografica, Francia e Germania abbiano preso due strade diverse, così come le estrazioni politiche dei loro governanti: la prima, impegnata a rincorrere una crescita sociale e finanziaria, e la seconda arroccata nel proprio fortino di guida economica dell’Eurozona.

L’influenza di Hollande, in ogni caso, emerge oltre i confini del continente europeo e raggiunge l’Africa, storicamente legata alla Francia dai legami coloniali che hanno contribuito a costruire il mito, tanto linguistico quanto diplomatico della Francophonie.  Il Continente nero, cantiere costantemente aperto tra rivoluzioni democratiche e antidemocratiche, presidenze decennali e primavere arabe, guarda al nuovo inquilino dell’Eliseo con occhi diversi, poiché conosce la maggiore inclinazione giuridica e il minore interesse finanziario di Hollande, già avvocato con una lunga esperienza nei diritti umani.

Se la presidenza di Sarkozy è stata all’insegna di un incontro-scontro di carattere economico, essendo l’Africa più strategica di quanto le mere statistiche abbiano da dire, quella di Hollande sarà finalizzata alla ricerca di uno scambio culturale - e conseguentemente economico – che non rivendichi la presunta superiorità coloniale, ma anzi rafforzi la parificazione tra i Paesi, allo scopo di migliorare la percezione che le popolazioni, e in particolar modo i giovani che immaginano un futuro fuori dai confini nazionali, hanno della Francia.

La Francia ha rieletto un presidente socialista dopo diciassette anni dall’ultimo, François Mitterand, che aveva fatto della preservazione delle relazioni con le ex-colonie un punto di forza della politica estera della sua presidenza. A Hollande, da ora a cinque anni, spetterà dimostrare di essere all’altezza del suo illustre predecessore.

Stefano Maria Meconi

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