La Corte Penale Internazionale e il Colonnello

Le cronache della guerra in Libia sono sotto gli occhi di tutti. Le motivazioni addotte per l’intervento militare, sono state di varia natura. Alcune ammissibili, altre che sembrano rispondere semplicemente a nuovi interessi geopolitici che si stanno creando in un’area, come quella del Nord Africa, il cui processo di democratizzazione è stato già paragonato a ciò che rappresentò la caduta del Muro di Berlino per il mondo occidentale. L’annuncio di un mandato di cattura internazionale per il Colonnello da parte della Corte Penale Internazionale, sebbene abbia trovato poco spazio nei media, introduce sicuramente un nuovo elemento di legittimità a sostegno dell’intervento della Comunità internazionale. Ma è sempre stato cosi?

 

Il Procuratore Capo Luis Moreno Ocampo

Il 16 maggio 2011 il Procuratore capo Luis Moreno Ocampo ha chiesto ai giudici di emettere un mandato di cattura internazionale per crimini contro l’umanità nei confronti di Muhammar Gheddafi, il figlio Saif Al Islam ed il capo dei servizi segreti Abdullah al Senoussi. Le prove, definite dirette e solide, dimostrano che il Colonnello ha ordinato personalmente attacchi contro civili inermi, e che continui  a perpetuare tali violenze per preservare il suo potere assoluto. I ribelli hanno accolto con favore la notizia, sottolineando però il fatto che Gheddafi debba essere giudicato prima in patria e poi da un tribunale internazionale. La Corte Penale internazionale aveva avviato un’inchiesta a partire dal 3 marzo 2011 sulla base di accuse per crimini contro l’umanità. Il Consiglio di Sicurezza ONU aveva adito la Corte sulla base della Risoluzione 1970 del 26 febbraio 2011 votata ad unanimità dallo stesso consiglio. Alla Corte viene chiesto di investigare i fatti avvenuti dopo il 14 febbraio 2011, mentre è fatto obbligo per la Libia la piena collaborazione con la Corte.

Il Colonnello Muhammar Gheddafi

Cos’è la Corte Penale Internazionale? La Corte Penale Internazionale viene istituita con la stipulazione dello Statuto di Roma il 17 luglio 1998. Trova i suoi “precedenti” storici tanto nei tribunali di Norimberga e di Tokio, quanto nei tribunali ad hoc delle Nazioni Unite per Ex – Jugoslavia e Ruanda. Lo statuto è entrato in vigore nel 2002 con la ratifica del 60° stato. Ad oggi i firmatari sono 114 Stati ( più della maggioranza dei 192 stati presenti in seno alle Nazioni Unite). Da notare che Russia, Cina e Stati Uniti non hanno aderito alla corte. Le competenze del tribunale si riferiscono ai crimini che riguardano la comunità internazionale nel suo insieme: genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra, gravi violazioni della Convenzione di Ginevra e crimine di aggressione. La corte ha giurisdizione internazionale e può processare individui, ma non Stati, che si siano macchiati dei summenzionati delitti. La Corte che non è un organo delle Nazioni Unite, non va pertanto confusa con la Corte di Giustizia Internazionale. I rapporti tra ONU e Corte Penale Internazionale, infatti, sono regolati da trattati internazionali.

In riferimento ad i meccanismi tramite i quali si possono avviare i procedimenti di inchiesta, si distinguono 3 modalità differenti:

-          Il procuratore che agisce su iniziativa personale  (motu proprio)

-          Il deferimento (referral) di uno Stato

-          Il deferimento (referral) del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite; in questo caso pero il crimine per il quale si adisce la Corte deve rientrare nei casi di violazione o minaccia della pace o aggressione.

Sebbene, come riportato antecedentemente, la Corte non sia organo delle Nazioni Unite, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha poteri molto particolari in merito a tale istituzione: può infatti richiedere al Procuratore di bloccare le indagini per un anno, qualora il caso sia al vaglio dello stesso Consiglio di Sicurezza. Tale potere è stato ovviamente molto criticato, dando credito all’ipotesi che i paesi legati ai Big 5 (USA, Cina, Russia, Gran Bretagna e Francia – e che ricordiamo godono del diritto di veto nel Consiglio di sicurezza) godano di fatto di un’immunità.

Fino ad oggi, la Corte ha ricevuto 3 deferimenti dai governi della Repubblica Centrafricana, la Repubblica Democratica del Congo e Uganda e 2 deferimenti da parte del Consiglio di Sicurezza ONU: per il Darfur e l’ultimo per Gheddafi. Il caso più eclatante è stato sicuramente quello inerente il Presidente del Sudan, Omar Bashir.

Il Presidente del Sudan Omar al Bashir

Il caso Bashir. Il Consiglio di Sicurezza ONU con Risoluzione 1593 del 2005 inerente la crisi del Darfur, ha autorizzato il deferimento degli imputati di crimini di guerra alla Corte Penale Internazionale. Ma è solo il 4 marzo del 2009 la Corte Penale Internazionale ha accolto la richiesta del procuratore capo Ocampo di emettere un mandato d’arresto internazionale nei confronti del Presidente del Sudan Omar al Bashir. È il primo caso nei confronti di un Capo di Stato in carica (e questo in nome dell’articolo 27 dello Statuto di Roma che giudica irrilevante la qualifica ufficiale di un imputato). Sette i capi di accusa: 5 per crimini contro l’umanità e 2 per crimini di guerra. Tra i vari capi di accusa: omicidio, sterminio, trasferimenti forzati, stupro e tortura. La Corte, poi, non fu in grado di trovare un accordo circa l’accusa di genocidio mossa al Presidente circa la volontà di quest’ultimo di distruggere in modo sostanziale alcuni gruppi etnici del Paese.

Il Presidente Bashir ha ovviamente ricusato tutte le accuse, definendo il mandato d’arresto come l’espressione di un nuovo colonialismo. A complicare la situazione è la natura stessa del mandato, che deve essere eseguito dallo stesso Sudan, che dovrebbe consegnare il proprio presidente. Eventualità sicuramente improbabile, se non impossibile. Inoltre, al di fuori del Sudan quell’ordine ha un peso giuridico nullo o quasi. Questo perché lo Statuto della Corte stabilisce che, se il capo di Stato di un paese che ha ratificato lo Statuto commette un crimine  tra quelli che rientrano nelle competenze della Corte stessa,  può essere giudicato dalla Corte, perché impossibilitato nell’ invocare le immunità personali che gli spettano. Se invece l’incriminato è il capo di uno Stato che non ha ratificato lo Statuto (tra cui il Sudan appunto), questi gode di quelle immunità. Ci sono delle eccezioni. Quando, infatti, come nel caso del Darfur, è il Consiglio di sicurezza dell’Onu a deferire alla Corte crimini commessi da organi di uno Stato che non ha ratificato lo Statuto, il Consiglio può rimediare a questa deficienza, decidendo che tutti gli Stati membri dell’Onu devono obbligatoriamente togliere quelle immunità ai capi di Stato incriminati. Nel caso del Darfur, il Consiglio di sicurezza si è però guardato bene dal fare questo passo, limitandosi a imporre solo al Sudan l’obbligo di “cooperare con la Corte”. Questo implica ovviamente una certa coesione della Comunità internazionale nel suo complesso. Sono esemplificative a tal riguardo le reazioni all’annuncio, che sono state varie. Come detto antecedentemente, Cina e Stati Uniti non hanno ratificato lo Statuto di Roma e pertanto sono esenti dalla giurisprudenza della Corte, che si applica invece solo ai paesi firmatari. In questo caso la Cina ha protestato ufficialmente per il mandato d’arresto, anche in nome di stretti rapporti commerciali che vedono il gigante asiatico come primo compratore del petrolio del Sudan. Gli Stati Uniti, invece, in questo caso hanno appoggiato la richiesta della corte, sostenendo che chi commette dei crimini debba essere processato.

Due pesi e due misure. Sembrerebbe infatti che siano gli interessi economici a farla da protagonista. Il paragone con la situazione libica attuale e l’importante precedente giuridico creatosi con il mandato per Bashir sembra essere necessario. Muhammad Gheddafi da partner scomodo delle democrazie occidentali, è diventato il nemico pubblico numero 1. Gli interventi della Comunità Internazionale hanno addotto lo spodestamento del leader libico come condizione per il cessate il fuoco. A questo proposito è stato presentato il caso Bashir, che può essere considerato come esemplare del differente trattamento che non tanto la Corte, quanto la Comunità internazionale, ha riservato ai destinatari dei mandati di cattura internazionale. Il Presidente Bashir è infatti ancora attualmente in carica, essendo stato rieletto il 26 aprile 2010 nelle prime elezioni multipartitiche del Sudan. Verrebbe da chiedersi perché l’ONU non abbia deciso di intraprendere azioni militari nel caso del Sudan. In fondo, però, la vera domanda da farsi è: quando la giustizia può considerarsi veramente universale ed imparziale nei propri giudizi? A voi le conclusioni.

Plinio Limata

 

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