RECENSIONE La comune. Amore, sesso ed esistenzialismo secondo Vinterberg

Arriva in sala 'La comune', il nuovo film dell'autore di 'Festen' e 'Il sospetto'. Sullo schermo un nuovo dramma di personalità e contrasti

Un fotogramma da "La comune" di Thomas Vinterberg (cinematografo.it)

Un fotogramma da “La comune” di Thomas Vinterberg (cinematografo.it)

Fresco di vittoria dell’Orso d’Argento per la migliore interpretazione femminile all’edizione numero 66 del Festival Internazionale del Cinema di Berlino, arriva nelle sale italiane La comune (Kollektivet), il nuovo film del cineasta danese Thomas Vinterberg. Dopo i non felicissimi esperimenti compiuti per l’adattamento del romanzo di Thomas Hardy Via dalla pazza folla (2015), l’amico e collega di Lars Von Trier, nonché coideatore, proprio con lui, del manifesto per l’ormai abbandonato movimento cinematografico “Dogma 95”, torna sul grande schermo con una pellicola che fa affidamento sulle potenzialità più acute e congeniali alle caratteristiche professionali (chissà se anche umane) del proprio autore.

PUNTI D’INCONTRO – Non è un caso, infatti, se un film come La comune fa riferimento, più per struttura emotiva che per conformazione tecnica, a due importantissimi tasselli (presumibilmente i migliori in assoluto) della cinematografia di Vinterberg: il secondo lungometraggio Festen – Festa in famiglia (1998) e il più recente (e splendido) Il sospetto (2012). Proprio riferendosi a questi due gioielli precedenti – con un occhio di riguardo per Riunione di famiglia (2007) quanto a senso di comunità e condivisione messo seriamente in discussioneLa comune cerca di intavolare una sorta di resoconto globale su quelle che sono le tematiche del regista danese forse più riscontrabili di altre nella sua idea di cinema in quanto narrazione votata all’approfondimento psicologico e alla messa a nudo – proprio grazie alla falsa motivazione del lavoro di gruppo – delle vere personalità dei singoli individui (amore e sesso, contrasto tra i vari stadi della vita umana posti l’uno contro l’altro nella stessa unità di tempo e luogo, ruolo della figura femminile). Il problema sorge nel momento in cui, però, la percentuale di perfezione richiesta per il raggiungimento di un simile obiettivo è stata innalzata di qualche asticella in seguito a un capolavoro di scruttura quale è, appunto, Il sospetto. Per raggiungere e superare simili livelli, insomma, sarebbe stata necessaria una maggiore dose di perizia, forse lucidità, di certo freschezza nelle scelte strutturali operate nei confronti dei dialoghi, più che nel corpo della struttura consequenziale relativa al plot della pellicola. Ad ogni modo, le tematiche affrontate emergono comunque con tutta la loro gravità – per quanto in maniera molto meno realisticamente traumatica rispetto ai due lavori di riferimento – nel tentativo di delineare, di nuovo, psicologie e comportamenti umani posti continuamente sul ciglio del bivio che separa inesorabilmente libertà e condivisione di spirito da esigenze individuali sempre al limite del retrogrado laddove, però, non è mai stato stabilito con chiarezza il reale significato del senso di condivisione (vedi ancora alla voce Il sospetto). Il tutto amplificato dall’ambientazione temporalmente “libertina” (ancor più della civilità d’appartenenza contemporanea) in cui Vinterberg ha scelto di collocare temporalmente la sua vicenda. Ma andiamo per ordine.

Un fotogramma da "La comune" di Thomas Vinterberg (comingsoon.it)

Un fotogramma da “La comune” di Thomas Vinterberg (comingsoon.it)

LA COMUNE – L’architetto e insegnante Erik (Ulrich Thomsen; più bravo lui della premiata collega) e la conduttrice di telegiornale Anna (Trine Dyrholm; già insieme a Thomsen proprio in Festen), assieme alla figlia Freja (Martha Sofie Wallstrøm Hansen) ereditano dal padre di lui una grande villa. Erik vuole venderla, forte com’è del disamore da sempre provato nei confronti del genitore, ma Anna lo convince a tenerla perché, comunicandoglielo solo dopo aver già organizzato il da farsi, desidera trasformarla in una casa comune da condividere con un gruppo di amici e conoscenti. Erik, anche se con perplessità, per accontentare la moglie accetta e il gruppo comincia a formarsi. Tra un tentativo e l’altro di sottoscrivere delle regole collettive nelle varie riunioni del gruppo di coinquilini, emerge gradualmente la personalità di ognuno. Più di tutto, però, è proprio il rapporto tra Erik e Anna a subire nette modifiche in seguito all’arrivo di Emma (Helene Reingaard Neumann), una giovane studentessa che frequenta il corso di Erik, palesemente innamorata del proprio docente. Erik ed Emma decidono di concretizzare il loro legame, immediatamente confessato dall’uomo a sua moglie. Anna inizialmente accetta dimostrandosi aperta e rispettosa dei sentimenti e degli spazi che spettano al marito, salvo in seguito maturare un forte senso di disagio che rischia di condurla sull’orlo di una inesorabile crisi esistenziale. Nel frattempo, l’adolescente Freja sperimenta le prime esperienze amorose, mentre il figlioletto di una coppia di amici presenti nella comune aspetta freddamente rassegnato la fine dei suoi giorni a causa di una non chiarissima malattia cardiaca degenerativa.

COMUNITÁ VS INDIVIDUALITÁ – Malgrado la perspicace vena da kammerspiel sulfureo di Festen traspaia unicamente – e decisamente con molta meno forza – nelle sequenze di interni di questo nuovo lavoro filmico, è il senso di inadeguatezza (se non proprio di non appartenenza) a dinamiche ben più grandi del concetto stesso di essere al mondo sperimentato in quel capolavoro di scrittura che era, invece, Il sospetto a cercare continuamente di prendere il sopravvento, talvolta riuscendoci (come nel caso del discorso non verbale avanzato nei confronti dell’incontro/scontro tra le psicologie di bambini, adolescenti e adulti, paragone in cui Vinterberg eccelle quasi da sempre), altre volte incespicando in situazioni e vicende inscenanti rapporti avviati ma non limati a dovere in sede di scrittura (che, per contro, di Vinterberg è il pezzo forte). Malgrado, però, i livelli stenografici non tocchino le vette dei due precedenti lavori menzionati, siamo comunque dinanzi a un prodotto che lascia trasparire con concretezza e predisposizione alla causa buona parte di ciò che costituisce il corpus tematico dell’autore in questione.

Un fotogramma da "La comune" di Thomas Vinterberg (taxidrivers.it)

Un fotogramma da “La comune” di Thomas Vinterberg (taxidrivers.it)

INFANZIA VS ADOELSCENZA – Una delle varie tematiche che emergono dall’anima del cinema di Thomas Vinterberg, in La comune, non la si fronteggia a muso duro come nel tragico caso de Il sospetto o come nel traumatico non visibile di Festen, bensì la si percepisce a causa di una compresenza lievemente sfuggevole ma di gran peso nei confronti del complessivo conferimento di senso: il modo in cui il cineasta danese tratteggia i personaggi infantili, in questo caso il figlioletto malato di una coppia di coinquilini (la piccola Klara ne Il sospetto era il perno tragico della vicenda con le sue false accuse nei confronti del protagonista; il Christian di Festen, malgrado sia adulto, è eternamente segnato da un trauma infantile), lascia emergere un senso di freddezza assoluta, quasi come se i bambini, per Vinterberg, detenessero quel senso di spietatezza tipico di mondi ultraterreni situati a diversi metri sottoterra. Malgrado una simile scelta possa suggerire un’eccessiva dose di inumano sadismo generale – caratteristica che può macchiare facilmente chi si ritrova a giocare il ruolo di un qualche dio, anche se solo con carta e penna – approcci del genere rappresentano, almeno nel cinema di Vinterberg, una richiesta d’amore estrema, definitiva, in questo caso terminale, una richiesta alla quale gli adulti non sanno rispondere perché troppo impegnati a risolvere i propri problemi autogenerati, e che i rispettivi simili adolescenti fronteggiano con, in corpo, un misto tra indecisione e determinazione talmente ardente da rasentare il brutale (il figlio di Lucas ne Il sospetto, anche se al cospetto di un affetto da intendere fraterno e sociale, difende il padre a spada tratta; ne La comune la giovane Freja patisce fin dall’inizio le sofferenze momentaneamente lasciate in sospeso dai suoi genitori, sfogando il tutto nel proprio personale bisogno affettivo anche in termini corporali). Portando lo spettatore ad assumere il punto di vista dei personaggi adulti, il cinema di Vinterberg fa delle figure infantili qualcosa che arriva addirittura a rappresentare un elemento di disturbo, se non proprio di distruzione, quantomeno di silenziosissimo urlo per esigenze affettive non corrisposte e che, anzi, soccombono dinanzi ad altrui richieste accontentate.

GLI ADULTI – Spetta agli adulti, dunque, il fulcro narrativo e il perno dell’immedesimazione spettatoriale, una posizione di cui l’individuo in sala viene privilegiato per meglio assorbire tutto il senso di inadeguatezza di soggetti scenici mai del tutto distanti da quelli appartenenti alla vita reale. Nel caso de La comune, essendo – per certi versi soprattutto – la convivenza di vita affettiva e sessuale uno dei punti cardine dell’equilibrio su cui si regge la narrazione, l’ambientazione “libertina” in cui Vinterberg trasporta la sua Copenaghen (i non lontanissimi anni ’70) contribuisce ad accrescere il senso di eterna titubanza tra condivisione di un’ideologia comune e accettazione individuale di essa come di tutto ciò che di per sé comporta, in questo prestando fede proprio all’esigenza di fare sempre nuova luce sulle psicologie individuali al di fuori del contesto collettivo inglobante. In particolar modo è la figura femminile a risultare, come anche nelle esperienze filmiche precedenti, un carattere più ambiguo che ambivalente: pur distaccandosi dalle traumatiche ossessioni con cui l’amico e collega Von Trier tratteggia un’idea di donna artefice e alfiere del male assoluto e dell’insensibilità (Antichrist, Melancholia, Nymphomaniac), Vinterberg condivide con lui la considerazione di essa (anche bambina) in quanto causa (talvolta anche effetto) dei cambiamenti più drastici e repentini, solo apparentemente rivolti a situazioni positive. Ne La comune è proprio Anna a forzare il marito a considerare la condivisione della propria abitazione, finendo, però, per operare un chissà quanto involontario passaggio da serenità (rivolta a un’idea di novità che può portare una ventata di freschezza in una vita stantìa) a crollo esistenziale ai limiti dell’irreversibile dinanzi al mutamento dei tempi e alla labile convinzione di accettarne le conseguenze (chissà quanto concorre, in questo, l’idea che potrebbe avere Vinterberg riguardo un certo concetto di educazione sia civica che sessuale conforme alle ideologie della propria terra d’origine). Ne emerge un affresco psicologico di pregevole fattura, seppur al netto delle incongruenze o scarsezze menzionate in avvio di giudizio. Con i due tasselli citati in riferimento, un film come La comune potrebbe anche rappresentare la chiusura di un’ipotetica trilogia incentrata sull’idea di individuo moderno in eterna lotta con la sua onnipresente conformazione primordiale.

(Foto: comingsoon.it / cinematografo.it / taxidrivers.it)

Stefano Gallone

@SteGallone

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