La Cina come il Fmi: intervento in Sud Sudan

Roma – Sembra sempre più evidente che la Cina  voglia costruire un sistema alternativo a quello occidentale e continua a utilizzare le sue immense risorse finanziarie e strutturali per investire in quei Paesi che sembrano essere stati dimenticati dal comparto occidentale e dagli organi internazionali.

È notizia di qualche giorno fa che la Cina ha concluso un accordo con il Sud Sudan per un prestito di 8 miliardi di dollari per lo sviluppo di infrastrutture, ma non si conoscono i termini e i costi di tale prestito. Sembra però molto verosimile che tali aiuti arrivino per non interrompere il rifornimento della Cina di petrolio proprio da quel canale diretto proveniente dell’Africa, che negli ultimi tempi aveva subito drastici tagli di approvvigionamento a causa della situazione di instabilità tra il Sudan e il Sud Sudan.

Il prestito varrà utilizzato per costruire strade, sviluppare l’agricoltura e  la produzione di energia idroelettrica, infrastrutture e telecomunicazioni, le quali verrano tutte costruite da società cinesi. Lo ha dichiarato il portavoce del governo del Sud Sudan Barnaba Marial Benjamin.

L’accordo è stato firmato durante la visita del presidente del Sud Sudan Kiir a Pechino il 23 aprile scorso. L’incontro è stato un punto cruciale per sbloccare molte delle situazioni di stallo nella delicata situazione tra Sudan e Sud Sudan e il prestito sembra arrivare in un momento chiave per il presidente Kiir.

Il Sud Sudan ha nel proprio territorio i tre quarti dei giacimenti dell’intero Sudan, ma i canali di esportazione e le raffinerie sono in Sudan. I due Stati avevano raggiunto un accordo per l’utilizzo delle infrastrutture già presenti, ma sono sorti immediatamente dei problemi e il Sud Sudan ha perso il 98 percento dei suoi guadagni dopo che le estrazioni di greggio erano state sospese durante il mese di gennaio, accusando il Sudan di trattenere illecitamente 850 milioni di dollari di petrolio falsificando i dati sulla produzione. Il Sud Sudan ha dichiarato di avere confiscato il greggio per per compensare le tasse non pagate.

Kiir ha discusso dell’intenzione del Sud Sudan di costruire una linea di esportazione con la Cina che bypassi il Sudan ma la Cina non ha ufficialmente avallato il progetto.

Già nei mesi precedenti il Sud Sudan aveva dichiarato che di avere in studio sistemi alternativi per rendersi indipendenti dal Sudan e dalle sue infrastrutture. Uno degli accordi più importanti è quello con l’Etiopia concluso durante il mese di febbraio per costruire un canale lungo Djibouti e inoltre ha dichiarato di essere in contatto con una società di costruzioni con sede in Texas per costruire un altra linea per raggiungere la città di Lamu in Kenya.

Tutti questi movimenti e strategie sono dovuti ai mancati o vacillanti accordi tra il Sud Sudan e il Sudan riguardanti la suddivisione degli introiti provenienti dalla vendita del greggio. Il problema di come dividere i guadagni dalla vendita del petrolio è tra i  principali che si sono avuti da quando il Sud Sudan ha ottenuto la sua indipendenza dal Sudan dopo una guerra durata due decadi.

Rappresentanti cinesi sono stati mandati in Sudan per calmierare la situazione e cercare di distendere i rapporti tesi tra Khartum e il Sud Sudan. Gli interessi in gioco sono evidentemente troppo alti e la Cina in primis è portata a giocare su di un doppio binario continuando a mantenere i suoi vecchi rapporti con Khartum, ma anche iniziando a investire in quella che è la parte più ricca e rilevante del Paese. Basti pensare che il petrolio del Sudan è pompato da società cinesi, malesiane e indiane per comprendere quali interessi ci sono in gioco.

Antonio Tiritiello

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