‘La ballata dei precari’. Silvia Lombardo e la tragica risata

Locandina del film

Non è affatto vero che le nuove generazioni hanno poco o niente da dire. Corrisponde al falso e all’ipocrita sostenere elementi di incapacità professionale in una generazione che, per contro, ha pochi ma fondamentali mezzi per esprimere sorrisi e dissensi a trecentosessanta gradi, rifacendosi nient’altro che (non potrebbe essere altrimenti) all’arte del (soprav)vivere quotidiano sempre più ostico e spigoloso, in sempre crescente disarmonia con desideri e aspirazioni in costruzioni future seppur mai così presenti. Silvia Lombardo è l’esempio (soprav)vivente di una simile forza d’animo, di un così espanso fervore artistico di pari passo ad un profondo bisogno di espressione tangibile circa la necessaria condivisione di gioie e rancori, rimorsi e rimpianti di un’epoca intera.

Giovane sociologa, sceneggiatrice, giornalista e, ora, anche regista, la giovane romana può vantare, nel suo ampio e luminoso curriculum un master in tecniche di scrittura presso la Scuola Holden di Alessandro Baricco, nonché una perenne passione per il concetto di democraticità di utilizzo del web come mezzo di diffusione socio-culturale, convinzione che l’ha portata alla scelta di organizzare, una decina d’anni fa, il primo ed innovativo festival del cinema in rete, Roma Cinema Web, adibito ad opere indipendenti provenienti dall’intero contesto mondiale. Ma è, udite udite, la presenza ad un workshop con il maestro Werner Herzog che l’ha indotta, di recente, ad imbracciare la macchina da presa per autoprodurre, praticamente a costo quasi zero, questo splendido La ballata dei precari, opera prima collettiva (6 registi tra cui la Lombardo) di raro splendore perfettamente armonico tra sorrisi e lacrime in puro stile da vecchia e cara commedia all’italiana dei bei tempi mai definitivamente andati, qui ripresa in chiave moderna e, proprio per questo, energicamente influente sulle coscienze collettive sollevate dal grigiore quotidiano ma portate comunque a riflettere sulla tragica sostanza di problemi attualissimi come la disoccupazione e, appunto, il precariato.

La commedia, giusto connubio tra grottesco e surrealismo allo scopo di evidenziare la problematica attraverso punti di vista, si, di pura invenzione ma non così lontani da contesti di appartenenza reale, nasce, non a caso, sulle basi ideologiche di personaggi illustri del calibro di Ettore Scola, Mario Monicelli, Dino Risi e Luigi Comencini, veri e propri eroi che hanno concesso alla Lombardo il privilegio di riuscire ad abbinare la più sana risata con il più puro dramma sociale odierno.

Silvia Lombardo

Appassionata di cinema fin da bambina, Silvia Lombardo ha studiato a lungo e a fondo il grave problema del precariato, arrivando alla stesura di una sceneggiatura agile nello scavare fino al nucleo del problema in maniera condivisibile e, fin dove possibile, risolvibile anche solo nel vasto campo dell’immaginazione umana. Il risultato consiste in sei episodi tragicomici, ognuno dei quali legato al trattamento di un diverso aspetto del dilemma. Si parte dai problemi relativi alla maternità o lo sfruttamento di stagisti per approdare al concetto di formazione continua e a supposizioni future con “2050″, l’episodio dedicato all’ipotesi di quella che potrebbe essere la sorte degli attuali precari, persone laureate e dense di cultura etica e civica ma privi di un qualsivoglia sostegno pensionistico. Ma il picco tragico-romantico lo si raggiunge con l’episodio dedicato alla figura salvifica dei genitori, in cui un padre e una madre si sacrificano pur di aiutare il figlio (stipulano una polizza a vita per presto riscattarla).

Proprio il genitore, a detta di Silvia, è l’unica figura attuale simile a quella che, una volta, corrispondeva all’ammortizzatore sociale, personaggio qui utilissimo a conferire quel necessario senso di provocazione dietro la risata capace di lasciar entrare in empatia pubblico e personaggi pur senza mai calcare troppo la mano. «Se avessi voglia di perpetrare un dramma – afferma la regista – all’uscita del cinema, forse, si avrebbe voglia più di andare a mangiare una pizza che di riflettere». Ed infatti, di fronte a questo piccolo gioiello di indipendenza produttiva, non si può non assimilare ogni singolo personaggio per farlo proprio credendolo vero e sincero, anche nell’ira funesta di uno stRagista con, in ostaggio, il proprio capo. Eppure, questa miscela esplosiva di elementi al limite del pessimismo più grottesco altro non può rappresentare se non anche un vivissimo sentimento di speranza in un futuro diverso da quello inscenato, in un barlume di positività altra rispetto al film e di cui il film stesso è generatore.

Abbiamo rivolto alcune domande alla diretta interessata, la quale ci ha risposto con distinta sincerità e onesta amicizia.

 

Silvia Lombardo sul set di "La ballata dei precari"

D: Gentile Silvia, lei ha svolto anche la professione di sociologa e giornalista. Che idea ha costruito, in mente sua, riguardo il contesto sociale attuale e cosa l’ha spinta a scrivere un film (e non un romanzo o un saggio) per descriverlo?

R: In realtà non ho mai svolto la professione di sociologa, sono una semplice laureanda. Sicuramente avendo interesse per sociologia e giornalismo cerco di “indagare” la realtà sociale, analizzarla e provare a “teorizzarla”, se così si può dire. La mia scelta è caduta sul film per due motivi ben precisi: l’immagine sintetizza meglio di qualunque altra cosa la realtà se si vuole arrivare ad un pubblico vasto, l’impatto è senza dubbio più forte a livello emotivo e colpisce, in certi casi, più della penna; per il pubblico è più facile immedesimarsi, a mio avviso, nel racconto filmico.

D: Secondo lei, a quando e a cosa si può far risalire la causa di una simile situazione?

 R: Difficile dire a cosa sia dovuta la situazione attuale. Non farei, qui, appello né alla sociologia né tantomeno al giornalismo, ma ricorrerei alla più semplice osservazione della persona comune. Le leggi che hanno aperto la strada al precariato avevano all’inizio, forse, anche un intento benevolo: quello di introdurre un numero alto di giovani nel mondo del lavoro. Quello che è venuto a mancare è stato un monitoraggio, una regolamentazione nell’applicazione di queste leggi e quindi le aziende hanno cominciato, nei casi migliori, a somministrare solo contratti con scadenze molto brevi, nei casi peggiori ad assumere stagisti “a rotazione” senza alcun compenso e a volte nemmeno un rimborso spese. Del resto i nonni dicevano “fatta la legge, trovato l’inganno”. Quella che doveva essere l’apertura del nostro Paese alla flessibilità, si è trasformata in una cronica mancanza di garanzie e sicurezze. Flessibile è una cosa che si adatta a nuove forme, precario è qualcosa che è sempre lì lì per cadere.

Senza dimenticare, poi, che in Italia di lavoro ce n’è anche poco.

D: Lei afferma l’importanza dell’empatia tra personaggi e pubblico allo scopo di permettere, a quest’ultimo, di ridere e, così, di riuscire comunque, all’uscita dalla sala, a riflettere sugli argomenti affrontati. Crede che il cinema abbia davvero il potere di influire sulle coscienze collettive e di cambiare la realtà attuale al di là della riflessione personale? Se si, come?

 R: Io credo che in molti casi il cinema sia davvero riuscito a smuovere le coscienze e – molto di più – ad influire sul costume nazionale. Scola, Germi, Monicelli hanno dato una voce a problemi sociali fortemente sentiti da una popolazione che spesso era castrata da un costume rigido. Per primi hanno parlato di povertà, divorzio, condizione femminile, diritto di famiglia. Per primi ne hanno parlato al pubblico, a quelle persone che vivevano queste situazioni ogni giorno sulla propria pelle, aiutandole, forse, anche a sentire che non erano sole, che non era un problema loro ma una battaglia comune che doveva prima o poi arrivare ad una soluzione.

D: Una sua considerazione riguardo le attuali rivolte studentesche. Hanno o no la capacità di trasportare il contesto globale verso una direzione plausibile?

R: Da molto aspettavo una ribellione più “sostanziosa”. A mio avviso non è ancora abbastanza. Non è solo la piazza a fare la rivoluzione: anche la “disobbedienza”, l’azione del singolo, la presa effettiva di coscienza del valore dei nostri gesti quotidiani può fare molto. Ogni volta che ciascuno di noi accetta un contratto che denigra la propria dignità di lavoratore e quindi anche di essere umano, oltre a farsi un danno crea un pericoloso precedente che autorizza datori di lavoro poco onesti a continuare a porre condizioni insostenibili per un’intera generazione che ha ormai perso potere d’acquisto. La ballata dei precari, ad esempio, è nata dalla voglia di non chinare la testa del tutto. Non è semplice, con i conti da pagare che ci inseguono, rifiutare un lavoro. Ma dovremmo seriamente riflettere sulle conseguenze delle nostre azioni.

Stefano Gallone


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