L’ ‘Apologia del calore’ dei Quarzomadera

Quarto album in studio per il duo monza-milanese Quarzomadera, 'Apologia del calore' è un notevole passaggio dallo stoner all'hard rock alternativo più maturo e intelligente

La copertina di "Apologia del calore", il nuovo album dei Quarzomadera

La copertina di “Apologia del calore”, il nuovo album dei Quarzomadera

Più e più volte, per fortuna quasi sempre a buon fine, ci è capitato di utilizzare queste pagine per passare in rassegna band più o meno emergenti legate ad un genere – o anche da esso nascenti per ulteriori sviluppi – propriamente detto “stoner”. Soprattutto l’Italia è un luogo in cui questa particolare predisposizione compositiva ed esecutiva gode di ampio campo d’azione praticamente fin dagli esordi di settore, vale a dire – su tutti – i primi esperimenti d’oltreoceano di Kyuss e Fu Manchu agli albori degli anni ’90. Blues for the red sun, Welcome to sky valley o No one rides for free sono irrimediabilmente delle pietre miliari da ripassare all’infinito, se davvero si vuole comprendere la portata di un simile genere. E questo, la band monza-milanese formata dal duo Davide Sar (voce, chitarra, basso e programmazioni) e Tony Centorrino (batteria e percussioni), che risponde al nome di Quarzomadera, lo sa fn troppo bene. Per tale motivo, in un album possente e profondamente intuitivo come il nuovo Apologia del calore (Discipline, 2016) la lezione sembra essere stata talmente ben appresa da trasferire il desiderio di comunicazione oltre eventuali limiti di sorta. Nella proposta musicale avanzata dai Quarzomadera, infatti, c’è sì dello stoner ma, soprattutto, c’è di più. Tanto di più. Andiamo per ordine.

I Quarzomadera

I Quarzomadera

BASI E SVILUPPI – Uno dei carichi più interessanti forniti da un genere come lo stoner, in fin dei conti, riguarda la conformazione di numerose band composte da musicisti che, spesso e volentieri, sostituiscono l’ingegno della creazione di un suono personale – poi divenuto marchio di fabbrica per il riconoscimento dello stile – all’estro tattile di un qualsivoglia tecnicismo (si pensi anche solo alle accordatura gravi e al suono ipercompresso delle chitarre di Josh Homme per avere un’idea). Si tratta, a lungo andare, di agglomerati che percepiscono il contesto stoner come evoluzione più del blues che dell’hard rock, ragion per cui il mantenimento e, soprattutto, il conseguente accrescimento del climax emotivo di un brano o di un album intero risulta essere una costante fondamentale.

UNA SCELTA – Il discorso portato avanti dai Quarzomadera, però, mantiene – soprattutto nela sezione ritmica – la sempre necessaria predisposizione stoner legata alla portata emotiva tipicamente blues, ma sembra voler puntare maggiormente l’attenzione – anche grazie a una notevolissima perizia tecnica – su costanti di matrice hard rock ’70, per tentativi di evoluzione basati su una sorta di miscela tra le due attitudini (blues e hard rock, dunque) senza rinunciare a una eventuale ricerca capace di travalicare possibili limiti di genere in favore di esperimenti tanto personali quanto interessanti da un punto di vista complessivamente creativo. Il risultato di una simile attitudine rende molto sereni laddove è possibile, a quanto pare (ma c’era dubbio?), oltrepassare le barriere sonore offerte dalla formazione in coppia, fino ad oggi – al di là di generi nettamente differenti, comunque tenuti in considerazione nella sede creativa dei Quarzomadera – territorio alquanto limitato in confini neo-garage (validi, come base, sono dunque gli esperimenti di Bud Spender Blues Explosion o Bachi Da Pietra, restando tra i confini nostrani). Per risultato, in Apologia del calore e, inevitabilmente, nel bacino esperienziale dei precedenti Cardio & Psiche (2006), Orbite (2009) e L’impatto (2012), sempre con la forza di soli due membri, si riesce a rivisitare anfratti di psichedelia e di alternative rock più matuto.

I Quarzomadera

I Quarzomadera

IL DISCO – Nello specifico, dunque, un album come Apologia del calore (il quarto nella discografia di Sar e Centorrino, senza contare l’ep di esordio Lunica del 2003; parliamo, quindi, di persone che di esperienza ne hanno da regalare) si presenta come una specie di caposaldo per possibilità creative ariose e capaci di spaziare – sentendosi perfettamente a proprio agio – tra predisposizioni sonore anche molto divergenti tra loro. Anche se un incipit come quello di Nel nucleo propone una riconoscibilissima attitudine hard blues selvaggiamente amante del concetto di riff nel corso del processo di scrittura, già nella successiva Giochi per dimenticare, oltre ad una carica granitica stoner esponenzialmente maggiore rispetto al brano di apertura, fanno capolino le incursioni elettroniche gestite da Sar come interessante tappeto sonoro al corpus del brano, tanto da arrivare ad affiancare la scelta chitarristica nei frangenti solistici delle frazioni finali. Il gregge, in seguito, offre atmosfere dark capaci di far pensare ad alcuni anfratti metal sempre, però, saggiamente coadiuvati da una copertura tastieristico-elettronica utile a riportare il tutto in una circospezione meno settoriale e ben più rivolta alla ricerca di soluzioni differenti. Proprio quella propensione tastieristica assume un valore oggettivo strettamente legato al dato storico del rock blues laddove la scelta sonora ricade sulla componente organistica simil-Hammond recuperata anche nella successiva Era loop e tramutata in forma canzone in quello che, probabilmente, è il punto anche concettualmente più interessante dell’album, vale a dire quella Amico di ieri ripresa dal repertorio di una delle più importanti progressive band italiane, Le Orme, e fatta saggiamente propria attraverso la compattezza sia delle sonorità prescelte che del conferimento emotivo legato al riuscito tentativo di rendere rabbiosa e viscerale la sublime espressività offerta dal brano di partenza. Leggimi nel pensiero, infine, traspare come il vero – e altrettanto riuscito – esperimento di navigazione tra le acque di un alternative rock cantautorale maturo forgiato su basi acustiche lungi dall’essere inadatte proprio in questo frangente di album, laddove, cioè, ci si avvia verso una chiusura riservata a una Astri (nascita, vita, morte) capace, di riportare il tutto nella dimora della graniticità più tipicamente stoner ma, al contempo, caparbiamente sfamata da una sostanziale dose di neo-psichedelia votata a un’impostazione doom-prog che lascia ben sperare sul futuro artistico del duo, un tantino meno (ed è un bene assoluto, una volta per tutte) sulla positività e bonarietà delle intenzioni concettuali delle sue creature.

Voto: 7,5

Stefano Gallone

@SteGallone

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