L’uomo che dava da bere alle farfalle: un telo sottile tra cinema e teatro

Tecnologia made in Italy e suggestioni sceniche finiscono per soffocare la suggestiva immagine del titolo. La volontà di stupire lo spettatore prende il sopravvento sul risultato teatrale complessivo. E quei sottotitoli…

di Francesco Guarino

La copertina della brochure di presentazione

NAPOLI – Difficile non restare destabilizzati sin dall’ingresso in platea: cosa ci fa sul palco un maxischermo che occupa l’intera larghezza del proscenio? Va bene che la compagnia si chiama TeatroCinema, ma sicuramente un enorme telo al centro del palco, col sipario già aperto, non è ciò che ci si aspetta varcando la soglia di un teatro. L’interrogativo continua osservando la zona del service, nella quale, accanto al canonico mega-mixer, è allineata una vera e propria batteria da fuoco tecnologica: un paio di Mac, altrettanti notebook, un enorme proiettore. La risposta alle curiosità non tarderà a venire.

Il regista Juan Carlos Zagal ha un grosso debito di riconoscenza artistica nei confronti dell’Italia, e lo salda regalando le “prime” della sua trilogia al Napoli Teatro Festival: Sin sangre, primo atto del triplice progetto teatrale pentaprodotto (Belgio, Cile, Francia, Italia e Scozia) portato in scena nel 2008, attingeva infatti a piene mani dal meraviglioso Senza sangue di Alessandro Baricco. L’uomo che dava da bere alle farfalle è invece il secondo tempo di un viaggio tripartito, che si configura come un unico, complesso percorso di liberazione dai vincoli terreni. La ricerca delle infinite possibilità della mente è infatti il fulcro attorno al quale ruota l’intera trilogia della compagnia cilena, e il risultato finale scenico è già di per sé il primo mirabile approdo: un linguaggio teatrale unico, che fonde le arti del teatro, le tecniche del cinema e le suggestioni della musica.

TRA TEATRO E CINEMA - La messa in scena destabilizza lo spettatore per una buona parte del tempo, prima che l’artificio si sveli autonomamente: gli schermi sul palco sono infatti due, non uno, e nello spazio tra di essi si muovono gli attori, che – quando presenti in scena e non sostituiti integralmente da una proiezione tout court – si inseriscono alla perfezione negli sfondi digitali. Nessuna scenografia e allo stesso tempo tutte le scenografie possibili: il proiettore dal fondo della sala restituisce alle spalle dei protagonisti ora un vicolo buio, ora lo studio di un regista, ora un castello medievale. Il processo di post-produzione elettronica è italiano che più italiano non si può: sono infatti gli esperti del Centro di Produzione Rai di Napoli a prendersi cura della manipolazione ad alta definizione degli spazi cinematografico-teatrali.

L’uomo che dà da bere alle farfalle è Filippo, un vecchio in prossimità della morte che raggiunge una consapevolezza importante: c’è un momento nell’arco della vita in cui si apre dinanzi a noi uno spiraglio, che consente di passare da uno stato di coscienza limitata ad un altro di libertà assoluta. Filippo approda al suo climax vitale grazie al rituale trasmessogli dall’unico sopravvissuto di una tribù estinta e dimenticata: il dare da bere alle farfalle appena uscite dalla crisalide. L’immagine è pregna di suggestioni e la realizzazione scenica del volo delle farfalle è forse il tocco più bello e delicato dell’intero lavoro, grazie alla proiezione degli insetti sul primo schermo e non sul secondo, in modo da dar vita ad un effetto tridimensionale di superba leggerezza, senza bisogno di ricorrere agli odiosi occhialini da sala cinematografica. La storia di Filippo, tuttavia, resta emarginata all’interno di un plot eccessivamente frammentato, che si rivela man mano essere poco teatrale e troppo cinematografico: un regista alla ricerca del finale per il suo imbarazzante film, una ragazza abbandonata tragicamente in punto di morte, due attori e le loro carriere agli sgoccioli. Lo spazio teatrale si rivela è un padrone di casa troppo accondiscendente alle richieste e finisce per essere soppiantato dalle pretese cinematografiche. Una volta svanito il nocciolo della sorpresa e dell’ammirazione per le scelte tecniche, resta infatti ben poca polpa recitativa da addentare.

MALEDETTI SOTTOTITOLI – Pecca fastidiosa e ancora più grave, visto il massiccio impianto tecnologico dello spettacolo, si rivela essere la difficoltà con la quale i sottotitoli proiettati sul maxischermo (la recitazione è in spagnolo) seguono in tempo reale gli attori: la traduzione simultanea a volte rimane piantata, costringendo gli spettatori a ricorrere alla ben nota assonanza tra spagnolo e napoletano per non perdere il filo della narrazione; a volte corre invece troppo, svelando dialoghi e situazioni che si presenteranno davanti agli occhi solo di lì a qualche secondo. Ne risulta che, tolta la suggestione dell’impianto multimediale e la incommensurabile bravura degli attori a relazionarsi con uno spazio scenico quasi completamente digitale, il risultato finale lascia un po’ di amaro in bocca, per l’aver destinato a comprimaria un’immagine – quella dell’uomo che abbevera la propria sete di conoscenza come una farfalla sugge i primi sorsi d’acqua appena uscita dalla crisalide – che meritava forse uno sviluppo diverso da parte di Zagal. Se il teatro ospita il cinema, non può farsi spingere giù dal palco dalla macchina da presa.

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