L’Inferno della (in)giustizia

Sempre meno aria nei gironi dei dannati: allarme per il sovraffollamento delle carceri

di Benedetta Rutigliano

Certo, chi è dietro alle sbarre non merita il Paradiso. Ma neanche l’Inferno: non si parla di defunti che devono espiare i peccati nell’Ade, ma di vivi che potrebbero redimersi sulla Terra. E invece sopravvivono e basta, costretti in spazi che al posto di una persona ne ospitano sei, anziché tre ne accolgono otto, dieci: un’orizzontalità obbligata, quella del posto letto.

Le cifre sono spietate: sette i suicidi in cella dall’inizio del 2010, quando il sindacato di Polizia Penitenziaria (Sappe) preannunciava già a metà dicembre un “Natale difficile” per i detenuti, 65.774 in Italia. Al 10 dicembre, 34 dei 204 istituti penitenziari ospitavano più del doppio delle persone previste, pari al 16% del totale. Centosettantuno le carceri “fuori legge”, che superavano cioè la capienza regolamentare: l’83% del totale (ANSA 13 dicembre 2009).

Così il ministro della Giustizia Angelino Alfano, una settimana fa, propone di dichiarare al Consiglio dei Ministri lo stato di emergenza nelle carceri. “Vi sarà un piano di edilizia giudiziaria che ponga il nostro Paese al livello delle sue necessità – dice Alfano – vale a dire un livello di capienza attorno agli ottantamila posti. Saranno poi emanate norme di accompagnamento che attenuino il sistema sanzionatorio per chi deve scontare un piccolissimo residuo di pena e verranno assunti duemila nuovi agenti di polizia penitenziaria per migliorare la condizione complessiva delle nostre carceri”.

Parole audaci. Ma servono i fatti, poiché la situazione non è nuova né tollerabile: le rumorose proteste dell’anno passato sono sfociate ripetutamente in tentativi di suicidio alle volte portati a termine.  Alfano tocca di certo le note dolenti, ma il sovraffollamento è in buona parte causato proprio dall’inefficienza del sistema: spazi carcerari trasformati in uffici o magazzini, un apparato giudiziario mal funzionante e una carenza della polizia penitenziaria. È sì necessario edificare nuove strutture per aumentare la capienza, ma si potrebbe cominciare a liberare quelle sezioni destinate ai detenuti, attualmente utilizzate per altri scopi: operazione finalizzata a sopperire la mancanza del personale, carente soprattutto al Nord. Una migliore distribuzione degli agenti e una riappropriazione degli spazi recupererebbe circa un migliaio di posti, come dichiara Alfonso Sabella, ex direttore dell’ufficio centrale dell’ispettorato del Dap (Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria). La stessa istituzione aveva denunciato la mala amministrazione in Dossier rimasti riservati (“L’Espresso”, 21 gennaio 2010).

Sullo sfondo, una crescente penalizzazione e carcerizzazione: aumenta il numero dei comportamenti qualificati come reati e di quelli sanzionati con la detenzione in cella. E non sempre verso i soggetti giusti. Tra i detenuti, infatti, gli stranieri sono circa il 38%. Una percentuale elevatissima, spiegabile in parte col fatto che gli immigrati sono i meno garantiti: scarsa conoscenza della lingua e della legge, pochissimi gli avvocati di fiducia, prevalenza di custodia cautelare e detenzione in carcere, ridottissimo il ricorso alle misure alternative e ai benefici.

Da non sottovalutare poi il numero di persone recluse per violazione delle norme sugli stupefacenti: per lo più tossicodipendenti, il cui luogo di recupero non può essere certamente un carcere, essendovi strutture dedicate. Numerose e complesse quindi le cause di un sovraffollamento che porta sempre più all’esasperazione di peccatori negati della loro umanità, costretti a scontare un supplemento di pena oltre alla detenzione in quanto tale.

Per concludere, una notizia Ansa del 26 gennaio: una circolare del Dap sottoscritta dal capo Franco Ionta disporrebbe un “servizio di ascolto” composto da poliziotti penitenziari per far fronte al rischio suicidi tra i detenuti. Certo, i suddetti agenti sono le persone più presenti nella giornata del carcerato: ma non è anche la scarsità del loro numero a determinare una riduzione degli spazi e il conseguente sovraffollamento dei penitenziari? Non sarebbe meglio affidare un compito così delicato a figure competenti?

Pentole battono sulle sbarre. La protesta continuerà.

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