L’immunità parlamentare allargata: il caso Cosentino

Per la Cassazione l’ordine di arresto è legittimo ma non si può renderlo esecutivo fino a quando il sottosegretario, protetto dall’immunità parlamentare, non terminerà il suo mandato politico

di Sabina Sestu

Nicola Cosentino

Il nostro ordinamento giuridico è ispirato al principio dell’eguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge, sancendo in tal modo l’obbligatorietà della norma penale. Di conseguenza, all’interno dei confini dello Stato, essa deve essere applicata -a prescindere dalla nazionalità e dalle condizioni personali del reo- a tutti coloro che si vengano a trovare al suo interno.  Ma nel nostro Paese esistono cittadini che pretendono di essere immuni alla norma penale in quanto ricoprono delle cariche che, nella loro idea di democrazia, li rendono speciali nei confronti degli altri.

In quest’ottica la Camera ha respinto, il 10 dicembre scorso, la richiesta dei magistrati di Napoli di poter procedere all’arresto di Nicola Cosentino in quanto sospettato di avere stretti rapporti con il clan dei Casalesi. Un documento, quello votato dai deputati, approvato a larga maggioranza e che ha goduto dell’appoggio di 51 voti in più rispetto al numeri di deputati della maggioranza (Pdl più Lega).

Ad accusarlo è l’imprenditore Gaetano Vassallo  in merito alla società Eco4, che gestiva la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti in alcune zone della Campania, e che di fatto era in mano alla camorra. Le accuse rivolte a Nicola Cosentino, sottosegretario all’Economia, coordinatore regionale del Pdl ed (ex) candidato alla presidenza della Regione Campania, sono gravi e suffragate dalle testimonianze dei pentiti, ma si dovrà attendere la fine del mandato parlamentare per poterlo arrestare. Cosentino è solo l’ultimo caso di una lunga serie di autorizzazioni a procedere  richieste dalla magistratura al Parlamento e  che sono state costantemente negate.

La più famosa è quella di Bettino Craxi che durante la bufera di Tangentopoli si è visto difeso dal Parlamento contro le insistenti richieste da parte del pool di mani pulite affinché venisse processato. Ma sono state davvero tante le richieste della magistratura che non hanno ricevuto la tanto anelata autorizzazione parlamentare: su 1225, presentate negli anni 1948-1993, solo 262 sono state infatti accolte.

I reati chiamati in causa si possono distinguere in tre filoni principali: reati contro la Pubblica Amministrazione (abuso d’ufficio, concussione, corruzione, falso ideologico, peculato, violazione finanziamento pubblico ai partiti e altre), reati d’opinione  o connessi con pubbliche manifestazioni (diffamazione, diffamazione a mezzo stampa, ingiuria, oltraggio a pubblico ufficiale, riorganizzazione del disciolto partito fascista, calunnia, istigazione a delinquere, minaccia) e reati comuni (associazione a delinquere di stampo mafioso,  associazione a delinquere semplice, danneggiamento, delitto colposo di danno, violazione di norme sull’igiene del lavoro, incendio, lesioni personali colpose,  omessa tenuta di scritture contabili e di ritenute d’acconto, omesso versamento di ritenute d’imposta, violazione di norme di protezione sanitaria dei lavoratori, simulazione di reato, raggiro, truffa ai danni dello Stato).

Originariamente l’immunità parlamentare era stata pensata dai costituenti affinché “I membri del Parlamento non possano essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni”, come recita l’articolo 68 della Costituzione.

Ma secondo il premier Berlusconi i reati per cui i parlamentari non devono essere perseguiti penalmente, durante l’esercizio delle loro funzioni, sono tanti (se non tutti) e infatti ritiene che i magistrati, scelti in base all’articolo 106 della Costituzione per concorso pubblico, non hanno diritto di processare chi e’ eletto dal popolo, anche se corrompe, commette abusi o appartiene ad associazioni di stampo mafioso. È questa vera democrazia?

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