L’Enel in Patagonia: cosa accade quando l’acqua non è pubblica

Hydroaysen, questo è il nome del progetto che prevede la costruzione di cinque dighe, lungo i fiumi Pascua e Baker, per la produzione di energia idroelettrica. Sarà necessaria l’inondazione di quasi 6 mila ettari di terreni ― di cui 3 mila coperti da foreste ― ovvero, lo stravolgimento degli ecosistemi di una delle aree più incontaminate del mondo.

Dalla prima marcia di protesta, del novembre 2007, fatta dalle popolazioni della regione dell’Aysen, oggi sono più di settanta le organizzazioni, anche a livello globale, che aderiscono alla campagna “Patagonia sin represas” cioè Patagonia senza dighe. Con questa campagna non si vuole impedire lo sviluppo energetico del Paese, bensì si rivendica con forza la necessità di una progettualità  che tenga conto dell’ambiente, della volontà e dei diritti delle popolazioni locali, nonché dell’effettivo fabbisogno energetico del Paese.

Oltre all’impatto ambientale derivante dalla costruzione delle dighe, bisogna ricordare quello legato alla trasmissione dell’energia prodotta. Si prevede, infatti, la costruzione di un elettrodotto di 2300 km ― il più lungo del mondo ― che con 6 mila tralicci, alti circa 70 metri, che dovrebbe attraversare nove regioni, compresi sei parchi nazionali e aree mapuche.

Le popolazioni dell’Aysen non solo non beneficeranno dell’energia prodotta − che sarà utilizzabile solo nella tratta che va dalla capitale Santiago all’area mineraria situata nel Nord del Paese − ma subiranno anche perdite nel settore turistico basato sull’unicità di questi luoghi.

Cosa c’entra Enel con il consorzio Hydroaysen che ha in mano i bacini idrici del Cile? I diritti di sfruttamento dell’acqua − privatizzata da Pinochet, con il Código de Aguas del 1981− sono stati venduti, nel 1989,  dalla nazionale Endesa Chile a Endesa España . Quest’ultima è stata rilevata da Enel nel 2009. Endesa, quindi Enel, è azionista all’82% di Hydroaysen. L’Enel, in conclusione, ha in mano più dell’80% delle acque del Paese.

L’importanza del progetto, in termini economici, è considerevole: a fronte dei costi − circa 7 miliardi di dollari – i ricavi derivanti dal funzionamento delle centrali ammonterebbero a quasi 1 miliardo e mezzo di dollari annui. Enel, infatti, non ha nessuna intenzione di riconsiderare gli investimenti avviati da Endesa. «Non cambieremo idea» − dice l’amministratore delegato Fulvio Conti − «l’impatto previsto è minimo».

Secondo la popolazione che si oppone al progetto− il 61% secondo un recente sondaggio − ci si sta muovendo ai limiti della legalità. Dopo il primo via libera ai lavori, del 10 maggio 2011, rilasciato dalla Commissione regionale dell’ambiente, a giugno è arrivato lo stop della Corte d’appello di Puerto Montt che ha rilevato la necessità di nuovi e più approfonditi rilievi ambientali. Ciò significa che l’avvio dei lavori sarà semplicemente posticipato poiché dal punto di vista normativo, l’unico vincolo per le imprese proprietarie dei diritti di sfruttamento delle acque, è il rispetto degli iter burocratici.

Se è vero che non c’è nessuna legge che consentirebbe al governo di Santiago di intervenire nel merito della questione, manca anche la volontà politica di schierarsi contro Hydroaysen. Il Presidente cileno, Pinera, è impegnato a sostenere il progetto non solo per evidenti legami tra personaggi politici ed esponenti di Hydroaysen, ma anche perché deve tener fede alle promesse di crescita economica, se vuole essere rieletto nel 2013.

Intanto le manifestazioni di protesta si moltiplicano e arrivano fino all’ambasciata italiana a Santiago. Anche se la questione viene ignorata dai principali media nostrani, il destino della Patagonia è legato alle scelte del governo di Roma. Lo Stato italiano, detenendo il 32,6% delle azioni di Enel, potrebbe essere l’unico attore in grado di spingere il colosso dell’energia a riconsiderare le proprie strategie d’impresa.

Arianna Tetta

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