L’Egitto inizia a fare i conti con le libere elezioni

Roma – Il 6 dicembre si sono chiuse le operazioni di voto per l’assegnazione di un terzo dei seggi della Camera Bassa (168 seggi su 498), in nove dei ventisette governatorati che compongono l’Egitto. I risultati parziali, importanti poiché alle urne sono stati chiamati circa 20 milioni di egiziani (sul totale di 50 milioni di aventi diritto), vedono il Partito Libertà e Giustizia, emanazione dei Fratelli Musulmani, ottenere una vittoria schiacciante: il 37% dei seggi in palio, seguiti – con il 24% – dal Partito salafita Al-Nour. Il Blocco Egiziano – la coalizione laica e liberale in cui spicca il Partito dei Liberi Egiziani, dell’imprenditore copto Naguib Sawiris - deve accontentarsi del 14%, mentre alla Coalizione dei Giovani della Rivoluzione tocca un magro 4%!

L’affluenza alle urne, sicuramente la più elevata nella storia egiziana, al primo turno si è attestata intorno al 52% – secondo le stime ufficiali della commissione elettorale – ma è scesa a circa il 39%, nelle giornate dei ballottaggi per l’assegnazione di 52 seggi sui 56 a cui si applica il sistema maggioritario.

Contenuti sono stati gli episodi di violenza, a dispetto dei timori innescati dagli episodi di piazza di novembre. In particolare, si sono registrati scontri tra sostenitori della Fratellanza e Salafiti che hanno spinto le autorità a posticipare le elezioni nel quartiere del vecchio Cairo, mentre un candidato del Blocco egiziano è stato assassinato a Menufeya, nel Delta del Nilo. Il primo round, dei tre previsti per l’elezione della Camera Bassa del Parlamento, si è concluso e gli egiziani hanno potuto esprimere il loro voto nelle prime elezioni libere della storia della Repubblica.

Il risultato meno prevedibile e che suscita preoccupazioni diffuse è rappresentato dal 24% di seggi conquistati dal partito Al-Nour, che porta i salafiti alla loro prima esperienza politica. Al-Nour, infatti, benché sostenga i principi liberali e i diritti democratici, li subordina ai dettami della Sharia.

In generale, dato che, a conti fatti, le forze di ispirazione islamista, ad oggi, hanno ottenuto più del 50% dei seggi, ad essere potenzialmente compromessa appare la laicità dello Stato. Il Partito Libertà e Giustizia -islamista ma moderato- si affretta a placare gli animi: l’ipotesi di un’alleanza con i partiti salafiti è fuori discussione. Tutti i Partiti, in conclusione, traggono insegnamento dalla prima sfida elettorale.

 La Fratellanza sa che deve impegnarsi per conquistare l’elettorato, specie nelle aree più povere, ed è convinta che il popolo egiziano è sì sensibile all’Islam ma è inviso all’estremismo religioso.

I Partiti Laici e Liberali, che si sono presentati frammentati e a volte, come nel caso del Wafd,hanno corso da soli, hanno capito di aver peccato di pragmatismo: formare coalizioni, le più ampie possibili è l’unica carta da giocare per fronteggiare i movimenti islamisti che godono, da decenni, di un forte radicamento territoriale.

Lo Scaf, il 5 Dicembre, ha fatto sapere di non considerare il Parlamento, che uscirà dalle elezioni, rappresentativo del popolo egiziano e che ha quindi intenzione di limitarne fortemente i poteri.

La posta in gioco delle elezioni è l’intero processo di transizione: non basta solo accettare le regole del gioco democratico, ma è fondamentale accettarne gli esiti, qualunque essi siano.

                                                                                                                              Arianna Tetta

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