L’anoressia vista (e vissuta) dai genitori: intervista a Pamela Pace

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Copertina di "Un dolore INfame"

Milano – A pochi giorni dalle festività natalizie, con il loro carico di immaginario su famiglie felici riunite intorno a tavole imbandite, un libro mette a nudo lo sconvolgimento profondo che, partendo dal ribaltamento di semplici gesti quotidiani come la condivisione di un pasto, colpiscono l’intero nucleo familiare di un’adolescente sofferente di disturbi alimentari. A parlarne, domani 14 dicembre a Palazzo Visconti (via Cino del Duca 8, ore 20.45) insieme allo psichiatra Gustavo Pietropolli Charmet che ne ha curato la prefazione, è la psicoanalista e psicoterapeuta Pamela Pace, autrice del saggio edito da Bruno Mondadori “Un dolore INfame“. Genitori e anoressia, una lettura psicanalitica (13,00 €, 192 pp.). In quest’opera, arricchita dalle numerose citazioni di fonti dirette, la dottoressa Pace punta i riflettori su un aspetto quasi totalmente trascurato dalle indagini sulle adolescenti con disturbi alimentari: la sofferenza dei genitori.

Il saggio dà voce, attraverso testimonianze dirette, al dolore dei genitori di adolescenti sofferenti di disturbi alimentari: perché è importante coinvolgerli nel dispositivo di cura?

I disturbi alimentari coinvolgono in modo peculiare e drammatico l’ambiente familiare e sviluppano una “costellazione emotiva” complessa e contraddittoria che tocca ogni membro della famiglia stravolgendo i rapporti intrafamiliari. La preoccupazione e l’angoscia rispetto ad una figlia che non mangia, deperisce e rifiuta di essere curata o, viceversa, si riempie di cibo a dismisura, genera un profondo senso di impotenza e di colpa nei genitori. I disturbi alimentari, sia nell’infanzia sia in adolescenza, sono caratterizzati infatti da una determinata e rigida posizione di RIFIUTO: rifiuto del cibo, del corpo, della relazione con l’altro, che getta nello sconcerto padri e madri che non sanno più cosa fare. Ecco perché è importante e utile coinvolgere i genitori, offrendo innanzitutto uno spazio di ascolto del loro dramma familiare (dolore, impotenza, angoscia, rabbia, paura, odio e amore). Lavorare con i genitori consente spesso di promuovere nella figlia una domanda di cura; ecco perché nel mio libro sostengo che si può considerare il trattamento della famiglia un lavoro preliminare sulla domanda della figlia.

Ci sono dei rischi in questo tipo di approccio? Quali sono le difficoltà maggiori che ha incontrato?

I rischi sono tanti, soprattutto se il terapeuta tiene una posizione giudicante o di “genitore ideale” che rischia di rafforzare in loro i sensi di colpa e di fallimento, che non consente l’inizio di un lavoro clinico. Personalmente sono contraria ad una “ didattica genitoriale”, e ritengo fondamentale ridare fiducia a padri e madri rispetto alle loro intuizioni insistendo sul valore della loro insostituibile posizione.  E’ dunque indispensabile che i genitori si sentano accolti e rispettati come soggetti sofferenti e aiutati a capire i diversi sensi che il disturbo alimentare della figlia veicola, spostando in tal modo la loro attenzione  dal cibo ad altro, al significato della malattia, a quello insomma che la figlia chiede attraverso il suo rifiuto. In una lettura psicoanalitica i disturbi alimentari non sono malattie dell’appetito, ma dell’amore nel senso che vanno al cuore della domanda d’amore, interrogando in modo drammatico il desiderio dell’altro: “ Ti manco?! Che posto ho nel tuo desiderio?! Mi puoi dimenticare, perdere?“. Si tratta dunque di patologie che veicolano sia un appello sia una risposta rispetto al dubbio sull’amore e all’esigenza di essere riconosciuti come un soggetto unico ed irripetibile.

Un intero capitolo è dedicato alla figura del padre, spesso trascurata nel parlare di anoressia e bulimia: in che modo il ruolo paterno si lega ai disturbi alimentari delle figlie?

La figura dei padri presenti fisicamente, ma assenti rispetto alla loro disponibilità affettiva al loro mostrare il posto che la figlia ha nel loro desiderio ( “ vengo prima o dopo il tuo lavoro, i tuoi interessi…?”), si ripete sovente nelle storie delle ragazze anoressiche, unitamente all’esigenza, che il sintomo veicola, di un maggior ordine all’interno delle funzioni e dei ruoli nella famiglia, che è proprio una prerogativa della funzione paterna. Le nuove forme che il rapporto uomo-donna hanno assunto nell’epoca moderna si declinano a partire dal tentativo in atto di sfumare la questione della differenza della differenza sessuale, producendo così anche una certa indifferenziazione dei ruoli e delle funzioni nella famiglia: il padre-mammo, il padre-amico, il padre-adolescente, il padre-figlio. In tutti questi anni ho maturato la convinzione che i disturbi alimentari veicolano un disperato appello al padre, che ruota attorno al desiderio delle figlie di catturare il suo sguardo per essere riconosciute. L’appello allo sguardo paterno rimanda al duplice statuto di questo riconoscimento che tocca sia il posto della figlia in quanto in tale nel desiderio del padre, sia la donna che la figlia inizia ad essere. Inoltre tale appello rimanda ad un’esigenza di un maggiore ordine, di una chiarezza di ruoli e a volte anche, in modo provocatorio, la richiesta di un limite e di un  rigore rispetto all’assenza di regole e di limiti sovente presente nelle famiglie moderne.

Si è parlato molto di blog pro-Ana e delle discussioni in rete tra adolescenti con disturbi alimentari: che rapporto hanno i genitori con queste realtà e che tipo di approccio ritiene opportuno da parte loro?

Purtroppo non sempre la famiglia è a conoscenza dell’esistenza di tali blog e/o è in grado di operare un controllo attento sull’utilizzo che le figlie fanno di internet. Ecco l’importanza di sensibilizzare padri e madri sui rischi insiti in tale ambito, soprattutto rispetto alle figlie più giovani. Non credo comunque che i genitori, soprattutto di figlie maggiorenni, possano intervenire in modo utile o risolutivo. Penso piuttosto che siano altre le responsabilità e le possibilità di aiuto dei genitori.

Che ruolo hanno i genitori nella guarigione del soggetto sofferente?

Come spero di avere evidenziato nel mio libro, i genitori non possono curare la propria figlia e il lavoro clinico con loro non può sostituirsi alla terapia delle figlie malate, ma il loro trattamento ha un’importanza centrale nelle diverse fasi della malattia. Sia ripeto nel promuovere un’eventuale domanda di cura nella figlia che non ne vuole sapere di medici e psicologici, sia nell’evitare di sviluppare rischiose complicità con gli effetti del sintomo, sia nell’accompagnare e nel sostenere in modo produttivo la figlia nel suo percorso di cura e di sofferenza, cercando di comprendere che i disturbi alimentari non sono virus da estirpare, ma malattie che riguardano l’amore e che la sofferenza delle figlie, veicola sempre un punto di verità che li riguarda, come coppia, come soggetti. Non si tratta di colpevolizzare i genitori, non c’è una rapporto causale tra i genitori, la famiglia e i disturbi alimentari, ma in quanto oggetti d’amore essi sono implicati ( la condizione non è mai una causa sufficiente) nel sintomo alimentare. Il percorso clinico con i genitori lascia a padri e madri maggiori strumenti per accompagnare la figlia ad uscire dalla malattia e rientrare con fiducia e speranza nella vita, promuovendo la separazione e l’emancipazione della ragazza e sostenendo i nuovi progetti esistenziali.

Il libro nasce in collaborazione con l’Associazione Pollicino e Centro Crisi Genitori Onlus: quando nasce l’associazione, a chi si rivolge e a che bisogni risponde?

Il libro inaugura la collana dell’Associazione: “Pollicino e Centro Crisi Genitori: letture psicoanalitiche sull’età evolutiva e le nuove famiglie”,da me diretta. L’Associazione è nata nel 2006 con l’obiettivo di provare a dare delle risposte al preoccupante aumento dei disordini alimentari in fascia pediatrica (0-16 anni). Si rivolge innanzitutto ai genitori in quanto interlocutori privilegiati del bambino e in generale ai vari operatori dell’infanzia (educatori, pediatri, insegnanti), offrendo un servizio di accoglienza, ascolto e consultazione della preoccupazione rispetto all’uso alterato e/o distorto che il bambino fa del cibo e dell’atto alimentare. Orientata da una prospettiva psicoanalitica, l’Associazione promuove iniziative di prevenzione ed intervento clinico sul disagio psicologico in età evolutiva e sulle difficoltà delle nuove famiglie; terapie ad orientamento psicoanalitico, iniziative di sensibilizzazione e formazione sui disturbi alimentari rivolte alle famiglia, agli operatori dell’infanzia e ai servizi educativi e sanitari, pubblici e privati, della città di Milano e Provincia.

Giulia Masperi

Foto | viawww.brunomondadori.comwww.salutedelladonna.comhttp://www.google.it/

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