L’Alleanza Europea contro il dolore cronico tocca il web

Spesso il dolore cronico consiste in estenuanti emicranie

Quando non dà alcuna tregua. Quando non permette di lavorare, studiare, giocare, vivere. È opinione diffusa che il dolore vada sopportato…ma non è così, la battaglia al dolore cronico è una battaglia culturale che travalica i confini dell’Unione Europea: la Pain Alliance Europe (Pae) da pochissimo ha presentato ufficialmente un nuovo sito internet al Parlamento europeo. 18 le organizzazioni non governative provenienti da 11 Paesi dell’Ue che ne fanno parte. Fondata ufficialmente il 29 novembre 2011, l’Alleanza cerca di riunire le organizzazioni nazionali e locali e i gruppi che rappresentano gli interessi dei pazienti, per rivendicare il diritto a non soffrire a livello europeo. “Pae ha come obiettivo quello di sollecitare interesse e creare consapevolezza sul problema del dolore cronico, sia per quanto riguarda la mancanza di trattamenti adeguati per i pazienti sia per il riconoscimento del dolore quale condizione che incide fortemente sulla qualità della vita” spiega Joop van Griensven, presidente della Pae. “Il dolore cronico, oltre ad avere un impatto enorme sull’individuo e sulla sua vita sociale, causa ogni anno anche notevoli costi economici. Si tratta di miliardi di euro persi a causa della ridotta produttività o assenza dal lavoro da parte dei pazienti, e per l’assistenza sanitaria e sociale dovuta all’errata diagnosi o al trattamento inadeguato”. Un problema sociale quindi, che colpisce però anche l’economia. La patologia del dolore infatti, perché come tale dovrebbe essere riconosciuta, colpisce un europeo su quattro, 100 milioni solo nei 27 Paesi Ue; la metà di questi non riceve alcun trattamento o addirittura non viene presa sul serio. Il dolore connesso ad altri problemi, come quello reumatico, ortopedico ed oncologico è riconosciuto come patologia, con numerose associazioni che si battono affinché i pazienti ricevano trattamenti adeguati (vedi per esempio la carta Diritto a non soffrire inutilmente dell’Istituto di Bioetica); il dolore cronico come malattia è praticamente sconosciuto ai professionisti della sanità e all’opinione pubblica in generale, nonostante le campagne di sensibilizzazione. Ricordiamo per esempio quella del 2008 Non siamo nati per soffrire, organizzata da Cittadinanzattiva attraverso il Tribunale per i diritti del malato, impegnati a tutelare il diritto a non soffrire inutilmente. Rivolta a tutti i cittadini, era finalizzata a sensibilizzarli per far conoscere meglio il dolore cronico non oncologico; contribuire ad eliminare i falsi miti sull’argomento; fornire strumenti comunicativi per facilitare il dialogo medico-paziente; orientare i cittadini a farsi seguire da figure mediche evitando pericolose autodiagnosi; favorire occasioni di incontro tra le diverse figure professionali coinvolte nel percorso di diagnosi e cura del dolore cronico.
Ma quando si definisce il dolore come cronico? Si può dire che se un dolore persiste per più di sei mesi o al di là dei tempi consueti di guarigione, è da ritenersi cronico. Le forme più comuni di dolore cronico non oncologico sono mal di schiena, nelle sue numerose varianti (a livello toracico, cervicale, lombosacrale, etc.); dolori muscolo-scheletrici (come artrosi, artriti, fibromialgia, etc.); dolore provocato da infezioni (come Herpes Zoster o fuoco di S. Antonio); mal di testa (come cefalee a grappolo, emicranie, etc.); dolori orofacciali che colpiscono il viso e il collo (come nevralgia al trigemino); dolore provocato da patologie croniche (come diabete, osteoporosi, artrite reumatoide, sclerosi multipla, etc.).

Alcuni dati pubblicati dal Corriere.it rivelano che il 21% dei pazienti europei affetti da dolore cronico è impossibilitato a lavorare; tra questi, il 61% dichiara che la malattia ha fortemente condizionato il proprio status a livello lavorativo. Secondo il Pain Proposal European Consensus Report, il dolore cronico costerebbe all’Europa 300 miliardi di euro all’anno. La prevalenza del dolore cronico acuto è più alta in Norvegia, seguita da Polonia e Italia. Curarlo provocherebbe un netto crollo della spesa sanitaria, poiché cure adeguate sarebbero meno onerose e meno dannose delle auto-medicazioni, che portano ad un uso inappropriato degli anti-infiammatori con pericolosi effetti collaterali. Infatti, il problema delle cure non adeguate, prima della legge 38/2010, che ha consentito l’utilizzo di oppioidi anche in Italia, ci poneva al primo posto per uso e abuso di anti-infiammatori: alcuni di questi sono talmente nocivi da essere proibiti in altre Nazioni, ma da noi tranquillamente prescritti nell’interesse di alcune case farmaceutiche.

In conclusione ricordiamo che neanche i bambini non sono esenti da questo problema: un numero considerevole di ricoveri in pediatria è dovuto a patologie che comportano sofferenza. La legge 38/2010 pone il nostro Paese all’avanguardia perché per prima al mondo sancisce il diritto alle cure palliative e alla terapia del dolore anche per i pazienti pediatrici. Nonostante questa, il dolore nel bambino è troppo spesso sottovalutato. L’Associazione Vivere senza dolore, con il patrocinio del Ministero della Salute, ha recentemente promosso l’iniziativa Accendi un sorriso, che verifica mediante un’apposita indagine come il dolore venga controllato nelle pediatrie di 59 ospedali italiani. Questi reparti riceveranno lampade di cartapesta colorate, realizzate da bambini di scuole, ospedali, Comuni e laboratori artistici di varie zone d’Italia, con la speranza di “cambiare il colore del dolore” e “accendere un sorriso” sul volto dei piccoli ricoverati.

Il dolore quindi non è per forza da “sopportare con pazienza”. Ma da combattere con ogni mezzo.

Benedetta Rutigliano

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