Joe Jackson incanta Roma con la sua Bigger Band

ROMA – Se non è stata perfezione, c’è mancato davvero poco. Quella di ieri sera, tra le mura della quasi piena sala Sinopoli dell’Auditorium di Roma, è stata forse una delle migliori performance che il geniale Joe Jackson, meravigliosamente accompagnato dalla sua nuova Bigger Band (un nucleo di musicisti sia veterani che occasionali splendidamente affiatati, tra cui anche Regina Carter, storica seppur incognita violinista al servizio anche di personalità del potenziale di Aretha Franklin o Billy Joel), sia mai riuscito a mettere in piedi nell’arco almeno degli ultimi anni trascorsi (tranne retroattive occasioni) all’insegna dei diversamente interessanti esperimenti compositivi anche orchestrali.

Tanti, dunque, i brani estrapolati dall’ultimo splendido disco di “non inediti” dedicato alla sapiente e minuziosa rivisitazione (da grande arrangiatore quale lo stesso Jackson è sempre stato) di classici legati alla figura di quella leggenda di jazz, blues e gospel che risponde al nome di Duke Ellington («Ho letto sul biglietto della serata – scherza il buon uomo – “Joe Jackson: Duke Ellington”. Beh, perdonateci ma, almeno stasera, Duke Ellington non potrà essere presente allo show»). Ma tanti anche i cavalli di battaglia di un’intera e brillantissima carriera personale, vale a dire un arco di tempo che va dal 1979 fino ai giorni nostri sulle basi di dischi che hanno fatto del pop-rock un terreno di contaminazione estrema proprio sulla scia di certe influenze che in un britannico bianco trovano pace e assoluzione trasmigrante dal ben noto “duca nero”.

Poesia in principio, trascinante energia e coinvolgimento emotivo nel suo corpo centrale e di nuovo passionevole e viscerale amore per la musica pura al termine di uno spettacolo completo pur nella sua sminuzzata selezione esecutiva. Per completo, naturalmente, è da intendersi l’enorme capacità con cui Jackson e i suoi sono riusciti nello strepitoso intento di accorpare stili rivisitati ma non di proprio pugno a composizioni che, riproposte nella giusta posizione in scaletta, a sorridente braccetto con i brani firmati Ellington, mostrano e svelano tutta la sincerità ispiratrice del proprio diretto autore per qualità, stile e, per l’appunto, influenze.

Joe Jackson non è mai stato solo un uomo che vive di musica. Joe Jackson è (e continua ad essere) musica. Lo ha dimostrato in tantissimi momenti del suo splendido ultimo show italiano di quest’annata (per non dire durante tutto il corso della performance), a partire dall’incipit solitario (in perfetta simbiosi con il suo buon piano elettrico, suonato in maniera perfetta se non sublime) sulle note di una “rivisitazione della rivisitazione” di It don’t mean a thing (nell’album cantata assieme a nientemeno che Iggy Pop, poi riproposta anche a band completa nel mezzo dello show), per poi attraversare alcuni dei migliori momenti del bellissimo The Duke sulla scia di perle come Caravan, Mood indigo, Rockin’ in rhythm o l’eslclusa In a sentimental mood (forse perché troppo sacra se proposta da veri e propri maestri di genere come, su tutti, anche Chet Baker), The mooche, black and tan fantasy o l’andirivieni “brasileiro” dello splendido mix Perdido / Satin doll.

Ma, come accennato, non si sono fatti attendere brani personali di carattere coscienziosamente storico come, su tutti, vari estratti da quel capolavoro consacrante (e seminale, se vogliamo) del 1982 che porta il titolo di Night and day. Sezioni ritmiche in omogenea estasi esecutiva hanno trascinato i vari stati d’animo dei presenti attraverso brani di splendida fattura e perfetta armonia nel complesso come l’incredibile Another world o le celeberrime Steppin out e Breaking us in two, senza però dimenticare anche ottimi tasselli recenti come Invisible man, dall’ultimo album di inediti Rain (simpatico, qui, il siparietto con il pubblico riguardo il titolo dell’album proprio mentre fuori piove a dirotto: «Perdonate il titolo: so bene che magari molti di voi hanno ancora i calzini inzuppati»), e altri pezzi di importante storia come, su tutti, la delicatissima Hometown (riproposta in chiave marcatamente semiacustica).

Un finale al limite dello strappalacrime, dunque, lascia, gradualmente, di nuovo sul palco in solitaria il buon Jackson sulle ultime note di A slow song, uno dei brani più belli in assoluto (nel vero senso della parola) di un’intera vita passata a scrivere canzoni.

Esattamente: canzoni. Siano esse rivisitazioni o proprie composizioni di vario stile, si tratta sempre e comunque di canzoni (e lo stesso Jackson ne ha scritte di perfette, eccome). E cos’è una canzone se non uno dei modi migliori per lasciarsi alle spalle, almeno per una lecita frazione di tempo, problemi, incertezze, dubbi e perplessità di vario peso? La serata di ieri, allora, ha reso possibile almeno per un’ora e tre quarti questo comune desiderio umano. La speranza è viva nella ricerca, dunque, di esperienze similari e, fin dove e quando possibile, sempre migliori.

(Foto: rockol.it / concertando.com / annarbor.com)

Stefano Gallone

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3 Risponde a Joe Jackson incanta Roma con la sua Bigger Band

  1. avatar
    seunanottedinvernounaviaggiatrice 01/11/2012 a 16:41

    Ossigeno per l’anima.

    Grazie Stefano Gallone

    Rispondi
  2. avatar
    bargilla62 02/11/2012 a 10:40

    Concordo con ogni parola scritta. Joe è un grande della musica, spesso sottovalutato.
    Concerto stupendo!

    Rispondi
  3. avatar
    Stefano Gallone 02/11/2012 a 11:46

    Ringrazio entrambi.
    Saluti.

    Rispondi

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