‘James Hook. Il pirata che navigò in cielo’: il riscatto di Capitan Uncino nel ritratto di Mario Petillo

Col suo esordio 'James Hook. Il pirata che navigò in cielo', a metà tra storia e finzione, Mario Petillo rende giustizia a uno dei villain letterari più interessanti: Capitan Uncino

La copertina di "James Hook. Il pirata che navigò in cielo" di Mario Petillo

La copertina di “James Hook. Il pirata che navigò in cielo” di Mario Petillo

Prima il romanzo di James Matthew Barrie, poi il teatro, poi il mondo incantato delle favole, lo storico cartone animato Disney e la pellicola firmata Steven Spielberg (sulla base di molte altre e seminale per altre ancora) hanno cantato le gesta di Peter Pan, il celeberrimo bambino in grado di volare, abitante dell’eterna Isola che non c’è, metafora perfetta del tempo sospeso e del desiderio di respiro da parte di un’umanità in perenne lotta contro se stessa nel vortice in divenire del progresso e dell’evoluzione della civiltà terrestre.

Ma in quanti hanno focalizzato l’attenzione sull’altrettanto fondamentale antagonista, il buon James Hook noto come “Capitan Uncino“, emblema di antieroe continuamente in bilico tra desiderio piratesco di sopraffazione e pilastro intellettuale dal respiro emotivo e spirituale tutt’altro che di poco conto?

Certo, Spielberg lo ha fatto almeno in parte nel suo Hook del 1991, ma stringendo le ottiche attorno al senso di vecchiaia vendicativa che tornava dall’altro mondo a bussare alla porta di un eterno scontro tra memoria di purezza eterna e desiderio inscalfibile di immortalità (il film, infatti, era più una sorta di sequel della celebre storia, con protagonista un Peter Pan ormai adulto e quasi immemore dei trascorsi fiabeschi).

Oggi, invece, un giovane autore italiano esordiente, il trentenne Mario Petillo, comincia a porsi molte domande e a ipotizzare diverse possibilità di risposta a ciascuna di esse riflettendo sul possibile passato di una figura mai del tutto approfondita come, in fin dei conti, avrebbe sempre meritato. Perché chi è appassionato di storie lo sa bene: spesso i “villain” sono di gran lunga più interessanti dei genuini protagonisti assoluti, in quanto stracarichi di senso etico e morale – nonostante tutto – ben volentieri più condivisibile, secondo molti aspetti di contrasto umano tra bene e male, delle ideologie stantie di personaggi cesellati con lo scalpello per rappresentare uno specifico senso comune.

Mario Petillo

Ed è per questo che vede la luce James Hook. Il pirata che navigò in cielo (edito da Scatole Parlanti per la collana Mondi), romanzo a metà strada tra invenzione fantastica e documentazione storica approfondita che prende in analisi proprio il buon Uncino per esaminarne a fondo la biografia (reale e ipotetica insieme: anche in questa ambivalenza sta il bello dell’esperimento, perché le storie restano storie) sulla scia di una continua immedesimazione rivolta a una definitiva – se possibile – legittimazione per un potenziale riscatto al cospetto della storia letteraria internazionale.

E allora, messo da parte Peter Pan, Petillo racconta in maniera appassionata, appassionante, cristallina e ricca di sfumature la giovinezza di James Hook quasi come fosse una sorta di prequel che, però, vuole “tuzzuliare” sulla spalla di Barrie per invitarlo a considerare tutta una serie di ipotesi tanto veritiere quanto moralmente affini a un gigantesco senso di affettuosa rivalutazione.

Le pagine di James Hook. Il pirata che navigò in cielo scorrono docili nel dispiegare il profilo di un uomo (prima ancora che semplice pirata) che fu ragazzo in lotta con se stesso, oltre che con Edward “Barbanera” Teach, offrendo una diversa prospettiva ad uno sguardo finalizzato alle reali motivazioni che avrebbero portato Hook in scontro con l’eterno bambino volante, attraversando visioni esistenziali fatte di folle passione per la vita disintegrata da un dolore profondamente umano, artefice di un senso di vendetta che vorrebbe essere esigenza universale di redenzione individuale, più che di annientamento e possesso.

Quello che Petillo riesce abilmente a comunicare è una gigantesca metafora – ma perfettamente aderente al reale quotidiano – di un immobilismo (come quello astrale della nave Jolly Roger) che è causa e al contempo effetto di un eterno sentimento di frustrazione che incatena gli uomini al senso della perdita (che sia fisica o interiore, legata ad affetti umani o identità frantumate dal corso degli eventi di una vita intera) e fa di essi un paradigma di sogni infranti, di sfortune che segnano il corso del tempo e obbligano carne e mente a soccombere sotto la scure delle intemperie animistiche e concettuali, a fronteggiare il crollo di tutte le certezze senza avere l’occasione di realizzare almeno un brandello di sogni e desideri comunque vivi grazie a un sempreverde senso di genuina ostinazione.

Stefano Gallone
@SteGallone

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Una risposta a ‘James Hook. Il pirata che navigò in cielo’: il riscatto di Capitan Uncino nel ritratto di Mario Petillo

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    Brasil Etiquetas 11/05/2020 a 15:22

    Grande Hook!

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