Italia, se dell’entusiasmo generale rimangono solo “scavetto” e rincorsa

Come verrà ricordata l'Italia di Conte? Per le emozioni trasmesse o per le inutili polemiche scatenate dopo i rigori con la Germania?

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Zaza e Pellé, i capri espiatori scelti dal tifoso medio per giustificare la sconfitta. Perchè senza polemica non ci sappiamo stare (foto: calciomercato.com)

«Tra qualche anno nessuno si ricorderà di questa Nazionale che ha dato tutto». Digerita l’eliminazione e superato il tradizionale “day after” delle polemiche, le parole di Andrea Barzagli rimbombano nelle nostre teste, mentre ci apprestiamo a chiudere una volta per tutte l’avventura dell’Italia a Euro 2016. Parole e lacrime, le sue e quelle di Buffon, che pesano come macigni, ma spiegano quanto la sconfitta ai rigori contro la Germania sia stata difficile da digerire, in primis per chi la sera del 2 luglio era in campo. Perchè sanno di aver dato il massimo, tutti, e la paura più grande è di finire nel dimenticatoio, come una delle tante Nazionali eliminate nelle varie competizioni offerte dalla storia del calcio. O anche di essere spazzati via per far spazio alle polemiche, agitate dagli stessi che fino a centoventi minuti prima sgomitavano per prendere la guida del carro dei vincitori.

DA CT A GIUDICI – Già, le polemiche, fedeli compagne di almeno un’estate ogni due. Stavolta sulla graticola sono finiti Zaza e Pellè, rei di aver “provocato” sua maestà Manuel Neuer. Ci sarebbe anche chi oggi ha attaccato Buffon, “colpevole” di essersi girato, come tra l’altro fa da sempre, durante i rigori battuti dai suoi compagni, ma già citare certi deliri ci sembra francamente troppo. Eppure, più o meno assurde, si tratta di posizioni simili, figlie di quel bisogno di cercare un capro espiatorio al fine di accettare la realtà. Anche se Graziano Pellè è stato per centoventi minuti a fare a sportellate contro la – futura – difesa del Bayern Monaco, uscendone spesso vincitore e aiutando così Buffon a districarsi nel pressing alto dei tedeschi. Anche se Zaza è entrato solo per battere il rigore, portando in campo il peso di milioni di occhi puntati esclusivamente su di lui. «Hanno fatto i cretini», sentenziano gli auto-eletti giudici popolari, gli stessi che, prima della gara contro il Belgio, ricoprivano l’ambita carica di commissario tecnico nel bar sotto casa. Quelli che si scandalizzano per la presenza di Giaccherini al posto di Bonaventura, che si strappavano le vesti gridando all’ItalJuve, che proprio non concepivano una coppia Pellè-Eder.

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Emanuele Giaccherini, da convocazione inspiegabile a stella dell’Italia “operaia” (foto: napolisport.net)

COMPRENDERE LA GUERRA PSICOLOGICA – Poi però, dalla gara con il Belgio a quella con la Spagna, è stato tutto un piovere di rose e fiori. Per alcuni, addirittura, Pellé diventava il simbolo di un calcio italiano che preferisce gli stranieri, perchè, anche nella gioia, con qualcuno ce la dobbiamo pur prendere. La squadra, invece, da scarsa e già eliminata, era diventata operaia, umile e laboriosa. «Bastardi per la gloria», titolava la Gazzetta dello Sport all’indomani della prima partita, scatenando le ire di Ivan Zazzaroni, probabilmente all’oscuro del tributo che la rosea stava facendo al famoso film di Quentin Tarantino. Polemiche sterili, da infilare anche dove non servono, e che ora hanno travolto Pellè e Zaza. Non sono colpevoli di aver sbagliato, ma di essere venuti meno a quel canovaccio di umiltà che caratterizzava il gruppo azzurro. Come se i rigori non fossero una guerra psicologica, come se avere di fronte Manuel Neuer, probabilmente il miglior portiere in circolazione, sia una passeggiata. «Ma guadagnano milioni!», si stracciano le vesti i qualunquisti, entusiasti di poter finalmente dire la loro sacrosanta verità anche in ambito sportivo. L’ennesima frase fatta che non aggiunge niente al dibattito, che non spiega la dinamica secondo cui, quando hai di fronte un avversario tecnicamente più forte di te, devi provare a giocartela sul piano psicologico. Che se lui provoca, tu devi alzare la posta, che sia una rincorsa anomala o l’annuncio di un imminente “cucchiaio”.

Non sarebbe nemmeno un concetto difficile da capire, ma manderebbe in corto circuito l’elementare ragionamento per cui, se l’impresa è stata solo sfiorata, allora c’è per forza un colpevole. «Tra qualche anno nessuno si ricorderà di questa Nazionale che ha dato tutto», profetizza amaro Andrea Barzagli. Forse perchè lui, a differenza dei vari animali da social, il calcio lo vive da una vita. Ma non fraintendiamo, forse non si riferiva nemmeno al dimenticatoio tout-court. Probabilmente ha solamente paura che della Nazionale più coinvolgente di sempre, di quella che ha costretto la Germania campione del mondo a cambiare modulo, di quella che ha stupito e sbattuto a terra i tanto baldanzosi spagnoli e belgi, potrebbe rimanere soltanto il gesto di uno scavetto e una rincorsa fuori dai “canoni dell’umiltà”. Allora facciamo tacere un secondo le tastiere e riflettiamo: vogliamo veramente ricordarli così?

Carlo Perigli

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