Islanda, un modello di rivoluzione civile inapplicabile?

Johanna Sigurdadottir è la donna che dal 2009 ha guidato la nuova stagione islandese

Reykjavik – In questi anni di difficile congiuntura economica, quasi tutti i modelli preesistenti sono stati messi – giustamente, si direbbe – in discussione, dalle banche ai governi, cercando al contempo di allontanare lo sguardo dal proprio orticello e guardare lontana, alla disperata ricerca di un luogo, un Eden nel quale le cose, anche andando male, disegnassero scenari futuri sereni e prosperi.

Ciò è accaduto, a più riprese, prendendo come esempio “moralizzatore” quello dell’Islanda. Un’isola ricoperta dai ghiacci e dai vulcani, sorvolata per sicurezza dai voli transatlantici, dove nel 1986 Reagan e Gorbaciov si incontrarono per gettare le basi di una pace che ponesse fine al difficile periodo della Guerra fredda, l’Islanda è una nazione grande un terzo dell’Italia, con una popolazione minore di quella della sola città di Firenze.

Qui, con un Pil complessivo che è tra i più bassi del mondo, ma che grazie ai quei soli 318.000 abitanti garantisce una ricchezza pro-capite più alta della media occidentale, dal 2008 si è registrata una delle più drammatiche crisi economiche della storia, con il fallimento in contemporanea dei principali istituti bancari, travolti da uno scandalo speculativo senza precedenti.

Così, una comunità nazionale in piena emergenza ha deciso di rinnovarsi da capo a piedi e, con una rivoluzione civile (che nulla ha a che fare con la controparte ingroiana), ha installato nello Stjornarrad (la residenza del Primo Ministro) la 71enne Johanna Sigurdadottir, una donna di bello aspetto, dichiaratamente omosessuale, che ha dato il via al Rinascimento islandese, di concerto con il presidente Olafur Grimsson, che invece è seduto sulla sua poltrona ininterrottamente dal 1996, essendo divenuto una figura di garanzia per gli islandesi.

La riscrittura della Costituzione è stata affidata a un pool di cittadini scelti senza alcun merito specifico, tra quella gente comune che dovrebbe costituire il fulcro stesso della vita nazionale, l’economia ha visto una riduzione decisa e progressiva dell’influenza bancaria, e al governo della capitale Reykjavik si è installato Jon Gnarr, un ex comico con idee “rivoluzionarie”, contro i partiti e la Casta, e che tanto ci ricorda un figuro che aleggia sulla nostra scena istituzionale da qualche tempo.

Il quadretto idilliaco che emerge dall’Islanda è però aleatorio, e quasi impossibile da replicare in una nazione europea, che sia la Spagna o, a voler rimanere entro i confini nazionali, in Italia. Le motivazioni sono, infatti, molteplici: innanzitutto la dimensione stessa dell’Islanda, che garantisce la possibilità di grandi riforme attraverso un ampio consenso popolare facilmente raggiungibile (mettere d’accordo trecentomila persone non è certo metterne d’accordo sessanta milioni), l’assenza di legami economici e istituzionali di livello sovranazionale (l’Islanda non fa infatti parte dell’Unione Europea né dell’Eurozona, anche se il suo ingresso è in corso di discussione) e una diversa economia, nella quale l’intera ricchezza nazionale è paragonabile a una delle manovre fatte dai governi italici durante gli anni 2008-2011.

L’Islanda e il popolo islandese, tuttavia, ci offrono uno straordinario esempio sociologico e morale: l’assunzione di responsabilità collettiva, il mettere in discussione ciò che non funziona, la volontà di cambiamento (non violenta, ma democratica) possono fare la differenza. Ecco perché, nonostante il fuggi fuggi generale e il crollo dell’economia, in soli quattro anni questa isola è tornata, se non alla ricchezza degli anni 2000, a livelli sostanzialmente simili, e con un background istituzionale molto più forte. Senza urli, senza cacciate di giornalisti od occupazioni dei palazzi del potere, ma con la forza dell’umiltà e della serietà che da sempre costituiscono uno dei punti di forza dei popoli nordici.

Stefano Maria Meconi

@_iStef91

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Una risposta a Islanda, un modello di rivoluzione civile inapplicabile?

  1. avatar
    Caroli Alessandro 18/04/2013 a 07:01

    La premessa per Italia, Spagna, Grecia, Cipro, Irlanda, Malta, Francia e per tutti gli europei taglieggiati dalla ex DDR Angela Merkel dovrebbe essere l’abbandono IMMEDIATO dell’euro, dell’UE e della NATO. Le prime due: ricupero della sovranità monetaria, in modo da fare svalutazioni competitive; svincolarsi da decreti tipo “curvatura delle banane”, le oramai note trovate cervellotiche dei burosauri di Bruxelles. La terza, visto che non esiste più il Patto di Varsavia, la NATO è inutile. Anzi, dannosa, perché è in nome della NATO che nostri soldati vanno a rischiare la pelle in paesi dei quali è giusto che non ce ne freghi nulla (Afghanistan, ecc.). E, se dietro a queste “missioni” c’è l’ONU, ebbene, è opportuno abbandonare anche quest’ultima organizzazione! Poi ridurre drasticamente le ambasciate, con incaricati d’affari (non più di 10: uno per continente + 1 per i Paesi BRIC e gli USA): si risparmierebbe una spesa improduttiva…

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