Iron Maiden, ‘The X Factor’ e l’ignorata qualità del cambiamento. Montauk Hotel, stanza 014

Malgrado il disprezzo dei fan più oltranzisti, dietro i due criticatissimi e odiati album con Blaze Bayley al microfono si celano mondi urlanti ma inascoltati

Non c’è alcun bisogno di presentazioni particolarmente amplificate, perciò non staremo qui a stendere chissà quali grandi biografie di leggende viventi rintracciabili in qualunque annale della storia del rock: gli Iron Maiden sono una delle pochissime band mondiali a godere del sinonimo di eternità. «Hell ain’t a bad place / Hell is from here to eternity», cantavano proprio loro in uno degli album di maggiore impatto sia di gradimento che di riscontro commerciale, vale a dire Fear of the dark del 1992.

FROM HERE TO ETERNITY – Fino a quel momento paladini indiscussi della scissione del genere heavy metal dalla semplice frangia hard rock, la longevità e la quintessenza indelebile della “vergine di ferro” è il marchio impresso a caratteri cubitali su ogni splendida copertina ad opera di Derek Riggs con l’icona Ed Hunter a sprigionare senso ludico e, spesso, significante nei confronti di album passati alla storia sotto una vera e propria essenza epocale. Stiamo parlando di capolavori come il primo eponimo Iron maiden (1980), il sequel Killers (1981) e il giro di boa seminale rappresentato dal celeberrimo The number of the beast (1982), disco che avrebbe stabilito una volta per tutte le fondamenta del genere heavy metal e consacrato nell’olimpo del metallo lo strabiliante timbro del vocalist Bruce Dickinson (subentrato all’originario Paul Di’ Anno, allontanato per abuso di droghe e alcol), la cui ugola, di lì a pochissimo, sarebbe diventata un simbolo assoluto nonché base per lo studio dell’impostazione heavy metal da pliche vocali.

Gli Iron Maiden con Blaze Bayley (decibelmagazine.com)

Gli Iron Maiden con Blaze Bayley (decibelmagazine.com)

PERLE SU PERLE – Dopo una serie di (pur soffertissime) fortune professionali avviate praticamente nella medesima modalità con la quale il buon Dickinson e i prodi compagni di strada Steve Harris (bassista e principale membro fondatore della band inglese), Dave Murray (chitarra), Adrian Smith (chitarra, subentrato al predecessore Dennis Stratton e a sua volta sostituito, nei primi ’90, dall’istrionico Janick Gers) e Nicko McBrain (batteria, in sostituzione di Clive Burr, scomparso nel marzo del 2013 dopo una lunga malattia) salgono ancora oggi sul palco, cioè d’impatto immediato, possente, all’improvviso sul finire del consueto intro registrato (così, a bruciapelo, te li trovi davanti a schitarrarti in faccia sorridenti, felici e paciosi), la strada maestra dell’agglomerato londinese incasella perle su perle a partire da Piece of mind del 1983 (contenente gemme preziose e veri e propri cavalli di battaglia come Were eagles dare, The trooper o Flight of Icarus), Powerslave del 1984 (intramontabili Aces high e 2 minutes to midnight), il monumentale doppio album dal vivo Live after death (1985), per arrivare al meno entusiasmante ma comunque seminale Somewhere in time del 1986 (alzi la mano chi disprezza Alexander the great, Wasted years o The loneliness of the long distance runner) e al successivo concept Seventh son of a seventh son del 1988 (che pure tira fuori a raffica reperti preziosi come Can I play with madness, The evil that man do e Infinite dreams). Una battuta d’arresto ispirativa è rappresentata da No prayer for the dying (1990), forse il punto qualitativamente più basso dei Maiden fino a quel momento, ma un recupero a pini giri è dietro l’angolo perché posizionato sugli scaffali dei negozi di dischi un paio di anni dopo: proprio il doppio vinile Fear of the dark, infatti, è giudicato da una buona fetta di pubblico e di critica come una sorta di nuovo classico dell’heavy metal (dieci anni dopo il vero classico, anche se qui siamo di fronte a nuovi intramontabili cavalli di battaglia come l’omonimo brano finale, From here to eternity, Be quick or be dead, l’epocale ballad Wasting love, l’oscura e quasi politicamente schierata Afraid to shoot strangers), malgrado il genere stia vivendo un periodo di magra difficilmente recuperabile, specialmente dal momento in cui la scena rock mondiale viene letteralmente invasa dalle influenze sludge, grunge e crossover statunitensi, meno qualitative da un punto di vista tecnico ma ben più capaci di produrre impatto su un’intera generazione contemporanea.

La copertina dell'album degli Iron Maiden "The X Factor" (metalinsider.net)

La copertina dell’album degli Iron Maiden “The X Factor” (metalinsider.net)

LA COESIONE È ETERNA FINCHÈ DURA – Prima di arrivare all’attualità che li vede calcare i palchi di tutto il mondo pluricinquantenni, smaglianti e in formazione a sei (con Dickinson al microfono e Janick Gers mantenuto nonostante l’osannato rientro di Adrian Smith), però, proprio durante e immediatamente dopo il tour del fortunatissimo Fear of the dark (che toccò in maniera gratuita anche una notevole tappa romana presso il “concertone” del primo maggio) qualcosa accadde. Successe, infatti, che il buon Dickinson, forte anche di una celebrità maggiore rispetto a quella che ricoprivano gli altri componenti della “vergine”, sulla scia di una immagine personale estremamente vitale e trascinante, lasciò la band poiché volenteroso di dare avvio a una sostanzialmente poco sensata carriera da solista forse meno metal e più hard-rock-blueseggiante, di sicuro ben poco appagante da un punto di vista di vendite e seguito complessivo.

Nel frattempo, tra le mani di Steve Harris restavano una manciata di registrazioni dal vivo che (probabilmente più per contratto discografico da onorare con la EMI che per reale volontà artistica) furono diligentemente selezionate, mixate e sparse (pur senza molta utilità se non di stampo meramente collezionistico; e di collezionismo, per i tasselli a nome Iron Maiden, si potrebbe parlare all’infinito per quanto numerosi e belli sono i formati di supporto, soprattutto quelli in vinile) in ben tre album live quali A real dead one (che conteneva le registrazioni live di brani più datati), A real live one (contenente brani di più recente scrittura) e il doppio (triplo vinile) Live at Donington (forse, dei tre, il documento migliore).

C’era, però, un enorme problema di fondo: Bruce Dickinson era andato via e bisognava trovare, ancora una volta, un nuovo cantante (in questo, comunque, Harris era ormai molto ferrato, visti i travagliatissimi avvicendamenti di formazione a nome Iron Maiden prima della principale formazione stabile del primo album, periodo ripercorso benissimo dal gran bel documentario The early days). Non solo: bisognava trovare un nuovo cantante che potesse essere gradito da un pubblico fino a quel momento cresciuto a dismisura (in maniera praticamente incontenibile in ogni angolo del mondo, anche il più sperduto) e che di Dickinson aveva fatto un suo inamovibile paladino.

La foto della band all'interno del booklet di "The X Factor" (danielradiorock4.blogspot.com)

La foto della band all’interno del booklet di “The X Factor” (danielradiorock4.blogspot.com)

TURN THE PAGE – Dopo una serie di provini che si dilungarono fino ai primi mesi del 1994 (furono passati in rassegna, con discutibilissima precedenza alla nazionalità britannica, anche le voci di Michael Kiske degli Helloween e Doogie White con esperienze tra Rainbow e Yngwie Malmsteen; qualcuno dice che anche James LaBrie dei Dream Theater avrebbe riservato alla cosa qualche pensierino ma non esistono fonti certe in merito a tale informazione), a ricoprire il ruolo centrale sul palcoscenico della vergine di ferro fu scelto Blaze Bayley dei Wolfsbane (all’anagrafe Bayley Alexander Cooke).

I fan più oltranzisti della leggendaria heavy metal band inglese hanno, fin da subito, letteralmente massacrato il buon Bayley per un motivo più che futile ma equivalente, per loro, ad una sorta di affronto: Bayley non era Bruce Dickinson, era diverso da Bruce Dickinson, non sapeva nemmeno lontanamente come fare, secondo loro, a raggiungere i livelli di Bruce Dickinson. Sembrerebbe un gravissimo errore, in verità, pensare di rimediare ad una sostituzione con una copia conforme a qualcosa che non era nemmeno l’elemento originale. Proprio i fan più oltranzisti in assoluto della leggendaria heavy metal band inglese, infatti, molto probabilmente dimenticavano (e dimenticano tuttora; figurarsi che qualcuno è arrivato a non poterne più nemmeno di Dickinson) che proprio quel dio incarnato nel paladino Bruce Dickinson fu scelto per un cambiamento radicale che avrebbe portato dagli esordi più marcatamente hard rock del primo eponimo capolavoro (e di parte del successivo e seminale Killers), alle gemme che avrebbero letteralmente dato avvio allo sviluppo del genere heavy metal partendo dal suo distaccamento proprio da padri stilistici e spirituali quali Black Sabbath, Black Widow, Blue Oyster Cult, Deep Purple di secondo periodo e, a tratti, forse anche Led Zeppelin. In poche parole, quello che proprio i fan più oltranzisti in assoluto della leggendaria heavy metal band inglese hanno sempre venerato come summa assoluta del motivo stesso del restare in vita al mondo era il risultato di un consistente cambiamento stilistico. Perché, allora, opporsi così aspramente adesso, dopo più di dieci anni di grandi capolavori e fortune desiderosi, comunque, di un attimo di respiro differente?

IL FATTORE X – Mesi e mesi di prove con Bayley al microfono servirono, dunque, ad Harris e soci per ricercare e definire una più o meno nuova forma coincidente con un possibilmente rinnovato marchio Iron Maiden. Fare di necessità, virtù, insomma, dal momento che il cambiamento frontale doveva essere apportato per forza di cose, pena lo scioglimento del gruppo. Bisognava, dunque, sopperire in un modo o nell’altro a quella grande incognita derivante da un sostanziale nuovo inizio. Le quattro “vergini” sopravviventi (Harris, Murray, Gers e McBrain), in tal senso, non si danno affatto per vinte e, anzi, maturano la ferrea volontà di sperimentare, possibilmente, nuove strade partendo da dove si era già arrivati. La voce di Bayley è, infatti, completamente diversa sia da quella di Di’ Anno che, soprattutto, dall’impostazione di Dickinson; mentre Di’ Anno era più ruvido e, forse, “punteggiante” (d’altra parte, l’epoca era quella) e Dickinson fece scuola in termini di acuti e ottave rivolte verso l’infinito e oltre, Bayley aveva un timbro molto più baritonale ma proveniente da una potenza di petto tale da costruire una voce calda, avvolgente e, al contempo, corposa e deflagrante. Tutto questo potenziale, da alcuni milioni di fan dei Maiden, fu giudicato addirittura mediocre, in primis perché valutato alla cattiva luce di uno sbagliatissimo confronto con l’illustre predecessore, in secondo luogo perché proposto  in sede live sulla base di vecchi brani non riadattati alle tonalità del prescelto che, di conseguenza, soffriva non poco nel raggiungere certe vette melodiche. Fatto sta che la band ritorna in studio affamata e comincia di nuovo a registrare brani inediti.

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