Iraq, un mese dopo il ritiro americano

Cosa succede, o potrebbe succedere, in Iraq dopo il ritiro delle truppe Usa

 

di Francesca Penza

 

Truppe Usa in partenza dall'Iraq

Il 27 febbraio 2009 a Fort Lejeune – in North Carolina, dove si trova la più grande base dei Marines – il presidente degli Stati Uniti Barack Obama annunciò il progressivo ritiro delle truppe statunitensi in Iraq.

Il momento è arrivato, la guerra è stata dichiarata conclusa, dopo sette anni. Morti? 4742 soldati della coalizione – 4424 solo tra le fila Usa – un numero di vittime di nazionalità irachena compreso tra i 650 mila e 1 milione e 300 mila, più di 200 giornalisti, in larga parte iracheni.

In Iraq l’operazione di counterinsurgency – termine che indica il tipo di approccio usato da un esercito regolare in conflitti che coinvolgano forze di guerriglia e di insurrezione – del generale David Petraeus, ora protagonista nel teatro afghano, ha conseguito un certo successo, anche grazie alla costituzione di milizie sunnite riconosciute come forze di polizia ausiliarie, che hanno fornito il proprio appoggio nel ridimensionare il numero dei jihadisti e lo zoccolo duro dell’insurrezione, oltre ad aver contribuito alla metamorfosi dell’atteggiamento della popolazione sunnita nei confronti dei miliziani insorti e delle forze della coalizione.

In Iraq sono rimasti circa 50mila soldati deputati all’addestramento dell’esercito iracheno e delle squadre per la ricostruzione.

Ma di certo non si tratta di un successo totale e definitivo.

I soldati americani lasciano un paese instabile, privo di governo, lontano da una qualunque forma di democrazia e vicino, non solo geograficamente, a un altro territorio problematico, l’Iran. La situazione interna – per quanto riguarda le violenze e le vittime registrate – risulta però migliorata rispetto ai due mesi precedenti: deceduti 185 civili, 55 poliziotti e 33 soldati, per un totale di 273 vittime.

Dopo la caduta di Saddam Hussein e con l’assenza di una struttura governativa democratica, resta la figura di Nuri Kamal al-Maliki a fronteggiare Ayad Allawi, che con le elezioni legislative ha ottenuto la maggioranza dei seggi. Pur essendo entrambi sciiti, Allawi incontra i favori di una certa rappresentanza sunnita e, insieme all’ex primo ministro, è lo specchio della divisione ancora forte in seno al Paese, nonostante le elezioni.

Al-Maliki, comunque, continua la sua opera per aggiudicarsi un secondo mandato, avvicinando il suo partito, l’Alleanza per il diritto, alla National Alliance sciita, che gli ha permesso di superare il suo avversario diretto, Adel Abdel Mahdi. Con il nuovo sistema di alleanze interne, ad al-Maliki mancherebbero solo quindici seggi per raggiungere la quota necessaria all’istituzione di un nuovo governo. In questo modo sarebbe sconfitto anche Ayad Allawi, nonostante la vittoria alle precedenti elezioni.

Proprio questo ritorno alla ribalta degli sciiti ha avvicinato l’Iraq al confinante Iran, con il rischio che il modo di Teheran prenda il sopravvento, in seguito all’assenza degli Stati Uniti dalla regione, viste le variegate alleanze ricercate dal regime degli ayatollah.

All’incalzare degli sciiti non corrisponde certo un’impasse sunnita: la milizia Sawa – milizia sunnita che gli americani crearono attingendo alle fila degli insorti e dell’esercito di Saddam – potrebbe spingersi a creare alleanze precarie, pur di occupare il vuoto lasciato.

Intanto questi 210 giorni senza governo – da considerarsi un vero e proprio record – non sono stati pacifici, né tanto meno lo è stato l’ultimo mese.

E non troppo lontano si riaffaccia il ricordo della situazione in Libano negli anni Ottanta.

Le trasformazioni della situazione in Iraq – una guerra non persa, ma decisamente non vinta – e l’evoluzione operativa del teatro in Afghanistan, non sono gli unici motivi del ritiro delle truppe.

Barak obama

La scelta è legata soprattutto ad una serie di dinamiche politiche interne agli stessi Stati Uniti, determinate anche dalla scelta di privilegiare l’Afghanistan come terreno di scontro su cui combattere il terrorismo globale.

A questo si aggiunge la complessità delle logiche funzionali a cui sottostanno le operazioni di alimentazione delle forze dislocate sia in Iraq che in Afghanistan: nonostante entrambi i contingenti fossero sotto il controllo del Comando centrale di Tampa, in Florida, il Centcom (United States Central Command), il riassetto delle forze impegnava enormi investimenti di natura logistica, organizzativa e ovviamente economica, tanto che un soldato sul fronte afghano costa annualmente due volte e mezzo più di quanto non costi sul fronte iracheno.

Ma il punto sostanziale è che al ritiro delle truppe dall’Iraq corrisponderà un incremento delle forze in Afghanistan – paese in cui risulta difficile distribuire le truppe a causa delle caratteristiche geografiche del territorio e della penuria di aeroporti adeguati – soprattutto per rispettare la norma che prescrive non oltre dodici mesi di permanenza in teatro.

Per molti questo è l’ennesimo fallimento del tentativo di esportare la democrazia. Per chi guarda a ritroso, è il segnale di una mutazione che non si esprime solo nel cambiamento di fronte, ma forse in un riassetto della politica estera di uno dei Paesi più potenti al mondo.

Foto via: http://www.lineaquotidiano.net; http://www.lib.utexas.edu; http://brightcove.vo.llnwd.net;

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