Iraq e Siria, la fluidità delle alleanze e la costante della guerra

Un'analisi degli interessi che guidano i principali attori nei conflitti in Iraq e Siria, e di come questi determinino il carattere fluido delle alleanze

iraq

Hassan Rohani

Lo scenario che si sta delineando in Iraq, specialmente con l’intervento degli Stati Uniti a supporto del governo iracheno per fermare l’avanzata dell’Isil, dimostra quanto le alleanze in Medio Oriente siano caratterizzate da forte fluidità, e vengano delineate, di volta in volta, a seconda del contesto. L’analisi delle forze in gioco non può prescindere dalla considerazione che due attori, alleati in un contesto, possano ritrovarsi nemici in un altro. La differente composizione degli schieramenti, a seconda che si analizzi il conflitto siriano o quello iracheno, ne è la dimostrazione lampante.

GLI STATI UNITI E L’ARABIA SAUDITA – Alleati di lungo corso, entrambi sostengono da tempo l’opposizione armata al governo Assad in Siria. La situazione muta però radicalmente se lo scenario da descrivere è quello iracheno. Mentre difatti il governo di Riyad è ostile al governo Maliki – e sembrano ormai acclarati i suoi legami con l’Isil – gli Stati Uniti appoggiano il governo iracheno nello scontro contro i miliziani jihadisti.

GLI STATI UNITI E L’IRAN – Anche in questo caso il gioco delle alleanze si dimostra estremamente fluido. Gli Usa e l’Iran sono in brutti rapporti dal lontano 1979, con dei picchi che li hanno portati vicini allo scontro militare quando la Casa Bianca era gestita da George W. Bush. Come riportato dal giornalista del New York Times Seymour Harsh nel suo saggio “The Redirection: Is the Administration’s new policy benefiting our enemies in the war on terrorism?”, nel 2007 l’amministrazione Bush, al fine di destabilizzare l’Iran, decise di cooperare con il governo saudita in operazioni segrete in Libano volte ad indebolire Hezbollah, uno dei partner principali del governo di Teheran. Attualmente, mentre in Siria si trovano su due fronti opposti con l’Iran che appoggia il governo Assad, in Iraq hanno entrambi interesse nel sostenere il governo Maliki. Tuttavia, il governo Rohani ha fatto sapere che se Washington è intenzionata a richiedere la collaborazione di Teheran, dovrà rivedere la sua posizione sul nucleare iraniano.

LE MONARCHIE DEL GOLFO E L’ISIL – Le monarchie del Golfo Persico e l’Isil hanno stretto un’alleanza basata perlopiù sull’identificazione di nemici comuni. Entrambi sono schierati sia contro il governo Assad in Siria che contro il governo sciita di Maliki in Iraq, e non vedono di buon occhio la possibile ingerenza iraniana a Baghdad. Tuttavia, anche in questo caso ritroviamo delle sfumature che rendono meno nette le linee di demarcazione degli schieramenti. Difatti, le monarchie sostengono sì l’Isil nel breve periodo, ma allo stesso tempo considerano il fine ultimo della milizia, la creazione di un califfato sunnita, troppo estrema, fino a percepire una tale eventualità come una minaccia. Analogamente, i jihadisti non condividono alcuni aspetti delle monarchie del golfo, considerati contrari alla loro visione dell’islam.

I CURDI E IL GOVERNO DI BAGHDAD – Un altro tassello importante nello scenario iracheno è rappresentato dalla minoranza curda presente nel nord del Paese. Nonostante i rapporti tra le due entità non siano idilliaci, per questioni legate alle entrate derivanti dal petrolio e soprattutto dalle rivendicazioni indipendentiste della minoranza curda, osteggiata dal governo Maliki, nello scenario attuale entrambe le parti condividono un interesse nel prevenire che i jihadisti dell’Isil rovescino i governi di Damasco e Baghdad, e cooperano attivamente per contrastare tali milizie.

GLI STATI UNITI E L’ISIL – Molto interessante è l’evolversi dei rapporti tra gli Stati Uniti e le frange estremiste sunnite che combattono nell’area, tanto a livello storico quanto a livello geografico. Gli Stati Uniti nelle loro operazioni militari si sono affidati spesso e volentieri a gruppi organizzati presenti sul territorio. L’utilizzo strumentale di tali milizie, e la fluidità con cui gli scenari cambiano negli anni, hanno portato spesso Washington ad inquadrare come nemici gruppi, se non Stati, che prima erano considerati alleati. In questo caso la discriminante alleato/nemico cambia a seconda se volgiamo lo sguardo verso Teheran o verso Baghdad.

iraqI RAPPORTI IN SIRIA – Ad esempio, una delle conseguenze dell’operazione svolta da Washington in Libano, riportata poc’anzi, è stato il rafforzamento della galassia dei gruppi sunniti più estremisti, di cui l’Isil è attualmente il punto di riferimento. Inoltre, secondo fonti giordane, riportate da Wnd , membri dell’Isil furono addestrati da istruttori statunitensi in Giordania per andare a combattere contro il governo Assad. La notizia è stata confermata mercoledì scorso dal Der Spiegel e dal Guardian, che ha riportato la presenza anche di specialisti provenienti da Francia e Regno Unito). Nel marzo del 2013 il Telegraph  riportava la spedizione di circa 3mila tonnellate di armamenti spediti su richiesta degli Stati Uniti dall’Arabia Saudita ai ribelli siriani. Anche il New York Times riportava nello stesso periodo il ruolo attivo della Cia nell’assistenza fornita ai governi di Arabia Saudita e Turchia, con la spedizione di aiuti militari destinati ai ribelli in Siria. Sebbene a livello ufficiale i rifornimenti fossero destinati alla frangia più moderata dei ribelli, la loro marginalizzazione all’interno del fronte anti-Assad pone dei seri interrogativi su chi abbia poi concretamente ricevuto gli aiuti.

LO SCONTRO IN IRAQ – In Iraq le dinamiche cambiano decisamente. Gli Stati Uniti sostengono il governo Maliki sia politicamente che militarmente. A livello politico Washington non ha mai messo in discussione l’alleanza col premier iracheno, nonostante le sue politiche siano state causa della rabbia montante da parte della comunità sunnita, catalizzando indubbiamente la crescita dell’Isil. A livello militare, il sostegno si è tradotto nella vendita di trentasei F-16 per un valore di sei miliardi di dollari negli ultimi quattro anni, cento missili Hellfire, oltre a fucili d’assalto con relative munizioni.

UNA SOLA COSTANTE – L’unica costante che emerge è il continuo afflusso di materiale bellico in quella che attualmente è tra le zone più calde del globo; armi e munizioni che vengono vendute ad entrambi gli schieramenti, che ovviamente le useranno per colpirsi a vicenda per poi riceverne ancora. Una costante che a prescindere da come i conflitti considerati si evolveranno, ha già un vincitore dichiarato, i produttori di armi, come del resto accade in ogni guerra.

Carlo Perigli

@c_perigli

foto: gdb.rferl.org, sbs.com.au

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