Iraq: la terra nella depressione

Roma - In arabo il nome Iraq si traduce “terra bassa” o “ terra nella depressione”. Tale nome fu dato a questo territorio proprio perché esso occupa buona parte della depressione mesopotamica, compresa tra il Tigri e l’Eufrate. La depressione, in questo caso, non è solo un termine geografico, ma una metafora che descrive lo stato attuale di questa terra.

Dopo che l’esercito americano ha lasciato il Paese, la situazione non lascia intravedere miglioramenti. Analizzare i motivi e soprattutto le conseguenze della guerra in Iraq (20 marzo 2003 – 15 dicembre 2011) è piuttosto importante in vista degli sviluppi della situazione in Siria. Nei giorni in cui si discute sulla possibile operazione militare contro Bashar Assad è molto importante capire se l’intervento dell’esercito internazionale con conseguente “importazione della democrazia” riesca veramente a migliorare le condizioni di vita dei popoli-vittime dei tiranni o il regime di tirannia è l’unico modo di mantenere il fragile equilibrio potenzialmente esplosivo che deriva da diversi interessi etnici e religiosi.

L’Iraq, come molti Paesi del mondo orientale, ha una combinazione religiosa ed etnica già abbastanza complicata, che si aggrava a causa della contrapposizione tra i vari partiti politici e del tribalismo. Essendo il Paese a maggioranza musulmana, è diviso tra sciiti (66%) e sunniti (34%). A nord del paese vivono più di sei milioni di curdi che rappresentano una fonte di tensione continua, perché insieme con la parte curda in Turchia cercano l’indipendenza.

Infatti, proprio il conflitto in Kurdistan è stato uno dei motivi dell’ultima guerra in Iraq, che non può essere esaminata separatamente dai due conflitti precedenti - la guerra tra Iraq e Iran (1980 – 1988) e la prima guerra del Golfo (1990) - e che hanno segnato il destino di popolo iracheno e del suo leader per ventiquattro anni, Saddam Hussein.

Arrivato al potere, Saddam ha modernizzato l’Iraq costruendo strade, scuole ed ospedali, creando una delle economie più forti del Medio Oriente. La terra fu distribuita tra i contadini, i diritti delle donne erano equivalenti a quelli degli uomini. Saddam, sentendosi l’erede di Stalin, ha sempre creduto nella missione speciale dell’Iraq nel mondo arabo e “terzo mondo” in generale. Durante la conferenza dei cosiddetti Paesi non allineati all’Havana (1979) mise a disposizione dei Paesi in via di sviluppo prestiti a lungo termine senza interessi per 250 milioni di dollari . Il tenore di vita della popolazione irachena era tra i più alti nel mondo arabo, ma le due guerre da lui iniziate e le conseguenti sanzioni economiche hanno portato l’ Iraq ad un livello di degrado preindustriale.

Il primo conflitto fu causato dallo scontro di interessi con un altro Stato che pretendeva il ruolo di leader del mondo arabo – l’Iran, la cui dottrina rivoluzionaria islamica era contro le riforme fatte da Saddam.  L’Ayatollah Khomeini ha cominciato a sostenere gli sciiti iracheni contro i sunniti i quali avevano la maggioranza nel partito del potere Ba’th. L’Iraq iniziò l’invasione il 22 settembre 1980 con la scusa del conflitto territorial. La guerra, durante la quale sia l’Iraq che l’Iran hanno usato arme chimiche, ebbe fine il 20 agosto 1988 senza una vittoria definitiva per entrambi le parti, avendo però conseguenze economiche più pesanti per l’Iraq.

La guerra lasciò uno strascico di ottanta milioni di dollari di debito nei confronti dei Paesi arabi, inclusi anche quattordici miliardi di dollari che spettavano al Kuwait, una delle motivazioni che portò all’invasione irachena nel 1990.  È molto importante sottolineare che nella guerra tra Iran e Iraq, i Paesi della Nato si sono schierati insieme con Unione Sovietica a sostegno di Saddam e contro Khomeini – fornendo informazioni geografiche, consigli militari e sottoscrivendo accordi commerciali riguardanti forniture militari di seconda scelta, comunque superiori alle tecnologie iraniane, inclusi materiali per creare armi di distruzione di massa. Gli Usa però, nel contempo e di nascosto, fornivano armamenti anche all’Iran. In questo periodo è stato compiuto il genocidio dei curdi: 182 mila persone sono state uccise.

La guerra del Golfo (2 agosto 1990 – 28 febbraio 1991) fu il primo conflitto militare del nuovo ordine mondiale dopo la fine della Guerra fredda, nella quale, al fianco degli Usa, hanno partecipato quasi tutti i Paesi ex-comunisti tra cui l’Unione Sovietica, per la prima volta al fianco degli Stati Uniti. Il consenso dato dalle Nazioni Unite all’intervento militare nella prima guerra del Golfo ha creato per gli Stati Uniti un modello da seguire per il decennio seguente, anche in assenza di tale mandato (Afghanistan, seconda guerra in Iraq, Libia).

Saddam ha cercato, con l’invasione del Kuwait, di risolvere i problemi economici dell’Iraq, ma ha ottenuto i risultati opposti. Le sanzioni economiche hanno dato il colpo di grazia ad un Paese già devastato. Il programma dell’Onu “Oil for food” (la vendita di petrolio iracheno sotto il controllo dell’Onu con in cambio di generi della prima necessità) ha fallito, creando solo solide basi per una dilagante corruzione.

Una delle conseguenze più pericolose dal punto di vista geopolitico fu la creazione nel 1991, come risposta alle repressione da parte di Saddam Hussein, del Libero Kurdistan sotto la protezione delle forze internazionali (operazione “Provide Comfort”). Regione autonoma, e di fatto indipendente, crea una minaccia continua per l’integrità territoriale della Turchia (Paese membro della Nato), la cui popolazione curda vede la possibilità di unirsi con quella irachena e anche quella siriana.

La causa scatenante ufficiale della seconda guerra di Golfo (20 marzo 2003 – 15 dicembre 2011) fu la presunta produzione dalla parte del Saddam Hussain di armi di distruzione di massa (create con l’aiuto dei Paesi membri della Nato e usate da entrambi le parti durante la guerra tra Iran e Iraq). Durante gli anni Novanta, fu creata una commissione internazionale, pur ostacolata da Saddam, con il compito di controllare che l’Iraq non ha riprendesse la produzione di armi chimiche o biologiche. Nei 2002 -2003 l’amministrazione George W. Bush cercò di convincere l’Onu che Iraq, sotto il regime di Saddam Hussein, rappresentava un pericolo per la comunità internazionale. Gli argomenti principali erano: la presunta produzione di armi di distruzione di massa e la sempre presunta collaborazione con Al-Quaeda.

Nei 2006 fu pubblicato il rapporto della commissione del Senato statunitense dove veniva sottolineato che Saddam Hussein non ha avuto mai alcun legame con Al-Quaeda anzi, l’invasione americana ha provocato l’aumento dei guerrieri di Al-Queda in Iraq.

Non c’è bisogno di ricordare che le armi di distruzione di massa in Iraq non furono mai trovate. Questo fatto ha provocato una crisi di fiducia nei confronti degli Usa (che in realtà hanno falsificato le prove per giustificare la distruzione dell’Iraq) e nei confronti di istituti internazionali come l’Onu che non ha fatto niente per prevenire l’aggressione.

La guerra durata otto anni è finita con la formazione del nuovo governo iracheno, composto da sunniti, sciiti e curdi, ma di fatto il governo non è in grado di tenere sotto controllo nemmeno la capitale, Baghdad. Nelle province governano i signori delle guerra, continuano le uccisioni dei sunniti, dei cristiani e dei membri delle altre minoranze etniche. Le infrastrutture sono distrutte, nelle città manca acqua e corrente. I terreni agricoli sono stati devastati, l’agricoltura nei tempi della guerra permanente non esiste quasi più. L’export di petrolio, specialmente in Turchia, una voce importante del Prodotto Interno Lordo, non è stabile a causa di azioni di sabotaggio.

Secondo The Human Rights Watch durante la dittatura di Saddam Hussein, sono scomparse più di 290 mila persone (“scomparse”, leggi “morte”). Il conteggio delle vittime della guerra in Iraq può variare, secondo diverse ricerche, da 104 mila fino a un milione e 120 mila. Una cosa è certa, le persone continuano a morire a causa di attacchi terroristici e dei conflitti tra le diverse forze politico-religiose.

Nei suoi ultimi appunti Hussein scrisse che lui si sentiva responsabile nei confronti della storia che «la gente deve vedere i fatti per quelli che sono, non come li hanno travisati altre persone». La lezione dell’Iraq ci insegna che gli interventi militari non possono risolvere i problemi economici e politici e che la guerra con qualsiasi scopo peggiora sempre la vita delle persone comuni. Questa è una cosa da ricordare in questi giorni quando sta per scattare lo stesso scenario nei confronti della Siria e con molta probabilità dell’Iran.

Anastasia Samaeva

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