Invictus, il miracolo di Mandela

L’epopea della neonata nazione arcobaleno raccontata attraverso il rugby e l’occhio di Eastwood

di Francesco Guarino

Sgombriamo subito il campo da ogni dubbio: se qualcuno avesse pensato, ancor prima di vedere Invictus, che la trasposizione cinematografica Mandela-Freeman potesse valere un Oscar a prescindere, beh, ci viene difficile dargli torto. Il sorriso abbagliante eppure appena accennato, l’andatura tremolante e le movenze solo in apparenza incerte, l’inguaribile e dissacrante ottimismo di fronte ai dubbi di un popolo dilaniato dall’apartheid: Morgan Freeman non si è semplicemente calato nei panni del leader sudafricano, lo ha letteralmente impersonificato. Il risultato è strabiliante.

Clint Eastwood tratteggia magnificamente il one-man show di Morgan Freeman, l’Invictus. Il texano dagli occhi di ghiaccio consegna tra le mani dello spettatore, sin dalla prima sequenza, i due enormi cocci di un Paese spaccato in due: da un lato della strada una squadra di ragazzi bianchi si allena a rugby agli ordini di un allenatore afrikaner, dall’altro lato una sgangherata massa di bambini delle baraccopoli rincorre disordinatamente un pallone da calcio. Un corteo di auto della polizia sfreccia sulla strada e i bambini delle township abbandonano il pallone per accalcarsi alle recinzioni e urlare “Mandela, Mandela”. Sul lato opposto della strada il coach richiama in campo i propri ragazzi masticando amaro:«Stanno liberando un terrorista.» Il compito del film è saldare tra sé i due enormi, lontanissimi cocci.

Locandina del film

Adattamento cinematografico del romanzo “Ama il tuo nemico” di John Carlin, Invictus non è un film sul rugby, ma un film col rugby. Uno sport tanto amato (e giocato) dai bianchi afrikaner, quanto odiato dai neri, che della squadra contestano i colori (il giallo e il verde) e il soprannome (Springboks), strettamente connessi all’apartheid dal quale ora aspirano finalmente ad uscire, grazie all’elezione a presidente del “loro” Nelson Mandela. Il rugby è la freccia attraverso la quale Mandela riuscirà a far centro nel cuore di tutto il Sudafrica, puntando sulla riconciliazione sul campo da gioco grazie agli Springboks, capitanati da un convincente Matt Damon-François Pienaar; la palla ovale viene magnificamente rappresentata nelle ricostruzioni dei match, con adrenaliniche inquadrature che scrutano dall’interno del campo le tensioni nelle mischie ed esaltano la potenza dei placcaggi. La difficoltà di Eastwood sta non tanto nel tenere incollato lo spettatore alla poltrona, ma nel convincerlo a sedercisi: la storia del primo Mondiale di rugby, infatti, è nota a tutti, con l’arrembante cavalcata del Sudafrica che sovverte i pronostici e porta a casa il trofeo da outsider. Il regista deve quindi stimolare l’appetito del cinefilo e convincerlo che non sta entrando in sala ad assistere a un documentario.

L’impresa, in verità, riesce più nella prima parte che nella seconda, quando la cronaca sportiva prende irrimediabilmente il sopravvento sul non complesso intreccio. Eastwood riesce ad esprimersi al meglio quando gioca visceralmente sulle emozioni dello spettatore: mostra Damon-Pienaar in visita alla prigione di Robben Island, lo fa camminare negli angusti corridoi ed entrare nella cella 466/64 in cui Madiba ha vissuto per 26 anni. Damon chiude la porta alle spalle ed allarga le possenti braccia come un’aquila. Le punte delle dita sfiorano i muri ai lati opposti della stanza e un senso di claustrofobia assale anche il più scettico. Come si può vivere tre decenni in quattro metri quadrati, passare il giorno a spaccare pietre e riuscire a perdonare e vivere fianco a fianco con chi ti ha confinato dietro quelle sbarre?

Eastwood affonda la propria lama incandescente nel cedevole burro dell’animo umano e strappa sorrisi ed amare riflessioni con le microstorie che ruotano attorno al plot centrale, eppure non è il miglior Clint mai visto dietro la cinepresa. Lo storicamente noto lieto fine sportivo toglie di per sé interesse allo svolgimento della pellicola, per di più il film paga il limite del regista che non riesce a costruire un guscio abbastanza convincente nel quale “emarginare” a dovere il trionfo degli Springboks e di Mandela. Può sembrare scontato, ma si avverte la mancanza di quella tensione tra bene e male, esasperata fino allo spasmo, di cui sono invece intrisi i suoi capolavori del terzo millennio, da Mystic River a Gran Torino, passando per Million Dollar Baby. Ma d’altronde se Mandela ha fatto il miracolo con il Sudafrica, poteva mai non riuscire nell’impresa di rendere più umano il tormentato Clint?

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