Intervista al dott. Luzzatto: ‘Israele, uno Stato in guerra’

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Intervista al dott. Luzzatto: ‘Israele, uno Stato in guerra’

Era il 29 Agosto scorso, nel pieno della crisi siriana le agenzie di informazione di tutto il mondo riportavano le minacce del generale iraniano Masoud Jazayeri: «In caso la Siria venisse attaccata, Israele brucerà». Le immagini che arrivavano da Israele in quei giorni mostravano gli abitanti intenti a ritirare le maschere anti-gas da utilizzare nel caso di un attacco condotto con armi chimiche. Non si vedeva terrore o panico in quei visi, le persone attendevano pazientemente in file ordinate il proprio turno per ritirare le maschere.

In quel momento ci si sarebbe potuto chiedere cosa potesse passare per la testa degli Israeliani, come la popolazione potesse affrontare un’eventualità così spaventosa come quella di una guerra. In effetti Israele è abituato a sopportare un clima di costante tensione per le minacce alla sicurezza interne ed esterne, ma come si può vivere in questo modo?

Per capire meglio come gli abitanti di Israele affrontino questo stato di cose abbiamo intervistato il dott. Amos Luzzatto, scrittore, saggista, medico, professore universitario ed ex presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane.

Dottor Luzzatto, come può un intero popolo vivere in uno stato di perenne allarme?

«Si può paragonare la situazione degli israeliani con la condizione in cui si trova un malato terminale di cancro, con la precisazione di quanto tempo gli resta da vivere e a quali sofferenze andrà incontro. Questa persona come fa a vivere? Esistono casi abbastanza rari in cui un paziente non accetta tutto questo e si suicida. Questa persona le direbbe che così non si può vivere. Altre persone invece tirano avanti fino alla fine e anzi, meravigliano il prossimo mostrando la loro enorme forza e la loro voglia di vivere. Questo è Israele, alle prese con il problema secolare di trovare un significato valido per vivere anche in condizioni estreme, ma sempre con la speranza che un giorno le cose migliorino».

Israele ha eretto intorno al suo territorio una serie di barriere che lo isolano per motivi di sicurezza, ma questo isolamento è soltanto geografico o anche culturale?

«Non parlerei di isolamento, dipende anche dalle persone che si incontrano e da dove si va. Ricordo che una volta presi un auto a noleggio in Israele e mi diressi verso Betlemme. A un certo punto mi persi. Nello spazio di pochi minuti fui circondato da una folla di bambini e di adulti palestinesi che, confusionari in una maniera impensabile e gridando tutti assieme, stavano litigando per decidere chi mi avrebbe dovuto aiutare. Alla fine ritrovai la strada del ritorno con quella macchina chiaramente israeliana circondata da una folla schiamazzante. L’incontro si concluse con grandi inchini, saluti e sorrisi. Questo è un esempio di come gli israeliani non siano completamente isolati geograficamente dai Paesi che li circondano».

E dal punto di vista dell’isolamento culturale?

«Da questo punto di vista Israele non è per nulla isolato. Le sue Università collaborano con tutte le Università europee e americane incentivando gli scambi culturali. C’è anche un rapporto di collaborazione scientifica permanente con il resto del mondo. Tutti si aspetterebbero di vedere Israele come una corazzata chiusa e con centomila sentinelle pronte a sparare, ma non è così. In realtà la popolazione è plurilingue perché proviene da paesi diversi, Paesi con cui hanno mantenuto rapporti molto stretti. A parer mio i veri problemi non sono l’isolamento geografico o culturale, quanto altri aspetti della vita quotidiana. Per esempio un ragazzo che si prepara a fare il liceo, nel momento in cui progetta il corso dei suoi studi dovrà anche mettere in conto di fare tre anni di servizio militare. Questo fa capire come la vita di un giovane israeliano sia un po’ anomala rispetto a quella di un ragazzo europeo. La cosa che non va in Israele è quella di vivere in un settore del mondo, il Medio Oriente, che in linea di massima non ti vuole».

Anche lei ha ricevuto una preparazione militare?

Intervista al dott. Luzzatto: ‘Israele, uno Stato in guerra’

«Certo. Avevo circa quindici anni e frequentavo la scuola come tutti. Un giorno ci dissero che ogni pomeriggio avremmo dovuto fermarci a scuola per frequentare le lezioni di quella che chiamarono Educazione Fisica Allargata. Ci insegnarono la lotta corpo a corpo, la lotta con i bastoni, lo studio del terreno, il camuffamento e il funzionamento di una mitragliatrice. Fu così che nacque l’esercito israeliano, in modo quasi clandestino, senza che gli inglesi lo sapessero (a quel tempo il territorio israelo-palestinese era sotto il controllo inglese e non era ancora nato uno Stato di Israele)».

Ricorda qualche avvenimento in particolare durante questo addestramento?

«Si, ricordo che quando la fase addestrativa finì, il nostro istruttore ci portò ai piedi di una collina che sulla cima ospitava un gruppo di ragazzi palestinesi. Tra i due gruppi iniziammo subito a scambiarci insulti e il nostro istruttore lasciò che la tensione salisse fino a quando questi palestinesi iniziarono a lanciarci addosso sassi, arance, tutto quello che trovavano. In quel momento l’insegnante ordinò di andare all’attacco utilizzando le tecniche apprese durante il corso. Noi ubbidimmo e ci mimetizzammo così bene che li prendemmo di sorpresa, arrivando sulla cima della collina con espressioni così minacciose da far scappare a gambe levate quei ragazzi».

Secondo lei finirà questo continuo stato di tensione tra Israele e i paesi confinanti del Medio Oriente?

«Finirà, ma non sarà sicuramente grazie ai governi, serve una spinta dal basso, dalla gente, dai giovani, dagli studenti. Forse io non vedrò questa rivoluzione, ma sono certo che avverrà».

Andrea Castello

Foto: romaebraica.it

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