Intervista a Valentina Amandolese, tra rock blues e cantautorato

 

Valentina Amandolese

Incontriamo Valentina Amandolese, una giovane cantautrice genovese influenzata artisticamente sia dalla musica americana che dalla grande scuola dei cantautori genovesi. Un mix particolare il suo, dove si fonde l’amore per il rock blues e l’approccio alla parola mai subordinata rispetto al suono. Le sue città di riferimento sono Catania e Genova: entrambe rispettano un lato della sua complessa personalità, non solo musicale. Valentina Amandolese nel 1998 vince il concorso Generation Globe e partecipa al festival francese Le printemps de Bourges. Apeiron , autoprodotto, esce nel 2000 seguito da un tour italiano con la sua band .

Nel 2005 compare tra i semifinalisti della prima edizione del premio Umberto Bindi. Nel 2006, oltre a fare da apertura a vari concerti, partecipa alla rassegna Just Iike a woman. Nel 2007 vince il concorso Cercatalenti organizzato dal Comune di Genova e partecipa al MusicVillage , in seguito verrà contattata da un’etichetta Indie romana, la Peteren Records, che la inserisce nella compilation Pet2. Nel 2008 esce In terza persona, che riceve grandi consensi non solo dalla critica. Nel 2010 inizia la collaborazione con Daniele Grasso ed esce prodotto dalla Dcave Records Nella Stanza degli Specchi, un disco intenso ed emozionante che va dritto al cuore, racconta tutta la complessità e la profondità della personalità di Valentina che utilizza sempre la terza persona, caratteristica che forse le permette di mantenere un distacco catartico dalle sue emozioni. L’album contiene anche una cover di Jimi Hendrix.

Il lavoro in studio di Valentina Amandolese è una rarità,un gioiello prezioso, profondamente femminile, un disco che, però, non trascura una certa critica ad una società permeata di comunicazione e di immagini dove paradossalmente risulta difficile avere un vero dialogo. L’album va ascoltato a 360 gradi per meglio comprendere anche l’ “intera” personalità della cantautrice che si scompone in mille sfaccettature nella “stanza degli specchi”.

Scrivi tu le tue canzoni? Qual è il cantautore genovese dal quale ti senti più influenzata?

Chi scrive canzoni ed è nato e cresciuto a Genova, prima o poi, si confronta con la Scuola genovese. C’è chi si nasconde nei profondi solchi segnati dai maestri che hanno reso celebre questo filone del cantautorato italiano (a mio avviso rischiando di rimanere in qualche modo “prigionieri” di una tradizione senza riuscire a dare un apporto particolare, personale…) e chi invece sceglie, o semplicemente, SENTE una strada diversa, dove suono e parola si fondono e la ricerca porta una canzone a vestirsi di colori nuovi. Io mi riconosco sicuramente in questa seconda definizione. Della Scuola genovese, cosi come di molta musica italiana, non amo particolarmente l’impianto sonoro, gli arrangiamenti, che troppo spesso sono in secondo piano rispetto alla parte letteraria, o al “bel canto”. Fatte queste premesse posso dire che i due cantautori della mia città che più amo sono Tenco e De Andrè.

Cosa significa per te cantare in “terza persona”, perché lo trovi “più comodo”?

Spesso parlare o cantare in prima persona può suonare un po’ presuntuoso, soprattutto se si parla di sé. Nel brano che appunto si intitola In terza persona ho cercato di descrivere aspetti di me spostando il punto di vista, delineando una serie di immagini non consequenziali, delle impressioni, ragionando su come dall’esterno mi si possa leggere e interpretare. La verità non esiste e noi siamo e non siamo innumerevoli persone a seconda di chi c’è di fronte.

Sei molto legata a due città italiane, Catania e Genova, entrambe giudicate “calorosamente rock e d’autore”. In Francia hai ricevuto molti consensi. Ti senti al di sopra delle righe nel panorama musicale italiano o integrata in esso?

Il panorama musicale italiano, oggi più che mai, è strano a mio avviso, perché sembra un mondo a parte rispetto a ciò che musicalmente (ma non solo) succede altrove. Ciò che qui da noi ha successo spesso è la brutta copia di qualcosa che all’estero funziona. Non a caso mi è capitato molto spesso di sentire commentare questo o quel progetto con frasi del tipo “Beh dai, per essere italiano non è male…”. Io non mi sento al di sopra delle righe, semplicemente cerco di scrivere e fare musica delineando piano piano il mio percorso artistico teso a potersi confrontare con altri panorami.

Hai dichiarato che questo disco ha due anime, una più introspettiva ed una più rock. Nella Stanza degli specchi si può comprendere l’esigenza di esprimere tutta la complessità della tua personalità dalle sfaccettature multiple che si scontrano. E’ così?

Si è così. Il primo disco è sempre un biglietto da visita e come tale si vorrebbe che fosse il più fedele possibile a se stessi. Nella stanza degli specchi contiene le molte sfaccettature della mia personalità , umana ed artistica, e al contempo si percepiscono queste due anime che tu citi, che comunque non restano nettamente separate ma si mescolano, generano sensazioni e sonorità “stratificate”, che ad ogni ascolto possono mutare.

In Imago canti “l’occhio vuole la sua parte ma non può prendersi tutto”. Cosa pensi della società dell’immagine in cui viviamo? L’imago è “inodore è insapore” realmente?

La società in cui viviamo si è svuotata di contenuti: questa la critica che muovo con “Imago”. Intendiamoci, l’occhio la sua parte la vuole, ma ad una bella forma, ad “involucri scintillanti” non possono corrispondere “desolanti contenuti”, come dico in un passaggio del brano. Senza addentrarsi in ambito filosofico, forma e sostanza compongono un’unica entità e io credo che soltanto il giusto equilibrio delle due componenti possa rendere bello in modo vero, sincero.

Copertina del disco "Nella stanza degli specchi"

In Osmosi una strofa dice “vorrei che per osmosi i tuoi pensieri diventassero i miei, così forse saprei definitivamente dove dobbiamo andare, osmosi è come sbattere con tutto il corpo contro un muro di vetro”. Può essere letta come una sottile provocazione. Credi ci sia paradossalmente difficoltà, in una società come la nostra, impregnata di comunicazione, proprio nel comunicare? Una difficoltà tale da dover arrivare a comunicare realmente quasi per “osmosi”?

Eh si, è proprio così. La difficoltà di comunicazione, che nel brano parte da una relazione tra due persone, può sicuramente rispecchiare la situazione in cui, secondo me, il nostro mondo si trova: una sorta di estrema contraddizione tra l’avere a disposizione sempre più modi e mezzi per rivolgersi agli altri e il riscontrare poi che molto spesso tutta questa comunicazione porta alla non comprensione. Per questo a mi è capitato di pensare che l’unico modo per passare davvero un pensiero possa essere quello di avvicinare la propria testa a quella dell’altro e, per osmosi, lasciare che il messaggio arrivi davvero.

Il premio che ti ha gratificata di più?

Fino ad oggi forse il premio che mi ha gratificata di più è stato l’essere scelta per partecipare al Festival Francese Generation Globe, perchè mi ha permesso di confrontarmi con un’altra realtà, e di portare la mia musica in Francia, dove sembra esserci molta attenzione rispetto alla “canzone d’autore alternativa” italiana.

I tuoi prossimi progetti?

Il primo, che è già partito, è quello di portare dal vivo i brani del disco appena uscito e non solo, accompagnata alla ritmica da Sista, duo catanese formato da Daniele Grasso (che è anche il mio produttore artistico) e Giusi Jp Passalacqua. La sfida è quella di portare sui palchi italiani (e presto spero anche stranieri) il suono potente, diretto, ma al contempo ricco di sfumature, che ha caratterizzato anche il lavoro in studio (il The Cave di Catania): atmosfere acustiche ed elettriche, supportate da una ritmica energica, scarna e ruvida, in cui si inseriscono sonorità elettroniche.

Il tuo album è autobiografico, racconti le tue emozioni in modo molto intimistico anche se fortemente espressivo. La musica per te è anche uno strumento catartico e terapeutico?

Si, decisamente. La musica è necessità. Di espressione, ma anche di catarsi personale. Non esiste altro che provochi lo stesso turbinio di emozioni, non c’è per me altro modo per scendere a fondo in se stessi, ma anche di scavare negli altri, in modo totale e totalizzante.

Quali sono i gruppi o i cantautori o interpreti che ascolti ?

Il mio background musicale è molto vario, passo da artiste come Janis Joplin, PJ Harvey o Ani Difranco a band come Radiohead, Soul Coughin, Led Zeppelin, da Yann Tiersen a Bjork, da Giovanni Sollima ai Portished... potrei andare avanti per ore, saltando nel tempo e nello spazio…

La tua cover di Bold As Love di Jimi Hendrix è fantastica. Quali altri artisti ti piacerebbe onorare con la tua personale interpretazione?

Ti ringrazio! Bold as love è un brano che mi ha colpito per la sua intensità, non solo strumentale (adoro il grande Jimi, un altro da inserire nella lista precedente) ma anche per la potenza del messaggio che questo brano contiene : “sono tutti audaci come l’amore”, dovremmo ripetercelo più spesso, forse. L’anno scorso ho partecipato ad un progetto di tributo a Leonard Cohen curato da Flavio Poltronieri, in cui ho interpretato il brano Story of Isaac. Fare una cover è una sfida interessante secondo me, a patto che ci sia una rilettura, una personale restituzione di un brano scritto da un altro autore che si stima.

Credi che ci sia abbastanza spazio per le donne cantautrici in Italia?

Ultimamente questo spazio sta aumentando, a Genova sicuramente è cosi, e mi sembra anche nelle altre realtà nazionali. Forse perché le donne cantautrici più dei loro colleghi uomini osano e uniscono il cantautorato a sonorità nuove, un tempo caratteristiche di altre realtà.

Che riscontri hai avuto con il pubblico di Genova? Le tue prossime tappe?

Il pubblico genovese ha accolto molto bene il disco e anche i live che fin qui ci sono stati, anche perché hanno delineato il salto, l’evidente balzo in avanti rispetto alle mie precedenti proposte, che comunque vedo tutte concatenate in una personale ricerca della mia identità sonora, in continua evoluzione. Le prossime tappe sono sicuramente girare il più possibile dal vivo, sempre accompagnata da Sista, come già stiamo facendo, di portare anche all’estero il progetto, per poi ritornare in studio e pensare al secondo disco.

Clelia Moscariello

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