Intervista a Giampiero Rappa: la vita è uno spettacolo

L'attore, regista e drammaturgo Giampiero Rappa

Questa settimana, WakeUpNews ha avuto il piacere di incontrare Giampiero Rappa, attore, drammaturgo e regista genovese. Giampiero farà aprire la stagione del teatro Piccolo Eliseo di Roma, già per lui luogo di grandi successi, con la sua ultima creazione La macchina dei desideri, in scena dal 9 ottobre al 4 novembre.

Iniziamo a parlare all’attore. Perché recitare? Cos’è la recitazione, per te? 

Per me la recitazione è l’occasione di raccontare delle storie: la voglia, il piacere di raccontare una storia. E, per raccontare questa storia, applicare la tecnica che usano i bambini, cioè giocare a essere qualcos’altro. Quindi la recitazione, per me, è l’unione di queste due cose: raccontare una storia e giocare ad essere qualcosa di diverso da noi.

Nella tua formazione vediamo il Teatro Stabile di Genova e tra i tuoi maestri possiamo citare Lello Arena, di cui sei diventato prima assistente e poi co-scrittore in Tutta colpa di Cupido: che rapporto c’è tra voi?

L’incontro con Lello Arena è avvenuto, appunto, al Teatro Stabile. Eravamo al secondo anno della scuola di recitazione e lui è venuto a vedere una nostra esercitazione. Si è innamorato del nostro gruppo di lavoro e da lì, parlando, è nato il progetto di fare Sogno di una notte di mezza estate, spettacolo che abbiamo iniziato a provare e che abbiamo portato anche a Roma l’anno dopo. Sono iniziati così tre anni di lavoro insieme. Tutta colpa di Cupido è stato l’ultimo lavoro in collaborazione con lui: creato in gruppo insieme a Fausto Paravidino, abbiamo recitato tutti insieme, con Arena che si occupava della regia. Non ci sono più state, poi, occasioni di lavorare insieme. L’amicizia comunque è rimasta e in futuro non mancherà occasione per incontrarci e lavorare insieme.

Nel tuo curriculum ti mostri come “attore a tutto tondo”: oltre al teatro, hai lavorato anche in progetti televisivi e cinematografici. L’ambiente che più ti si addice è, ovviamente, il teatro. Perché?

È quello in cui sicuramente mi ritrovo di più. Nel senso che mi sento più a casa, mi sento più libero. Avendo una compagnia, mi sento libero anche di poter scrivere. Mi piace molto, inoltre, il lavoro di gruppo che c’è dietro: è un’occasione per dichiarare tutte queste condizioni. Mi piace pensare sempre al lavoro meno individualista: non per una questione particolare. Mi sento a casa così!

Un conto è essere un pezzo nella scacchiera e un altro è dirigere i pezzi.

Precisamente.

Da attore, qual’è il ricordo o l’episodio più caro che hai?

Sicuramente la prima volta che ho avuto la possibilità di salire sul palco, senza aver ancora fatto una scuola di recitazione. È successo alle superiori, dove ho interpretato, tra l’altro, il poeta Camillo Sbarbaro. Quell’emozione rimarrà sicuramente indimenticabile ed è un qualcosa che cerco di ricordarmi quando a volte la stanchezza delle turnèe ti fa dimenticare la magia che c’è in questo lavoro. Però quella primissima volta è stata un’emozione che non ho abbandonato mai. Anche se c’è stato un periodo di tre anni in cui per scelta mia ho deciso di non recitare e occuparmi di più della scrittura, è stata anche quella una fase per me importante: una fase di elaborazione, come autore.

Parliamo ora al drammaturgo. Nel ’97 nasce la compagnia Gloriababbi Teatro, per la quale diventi drammaturgo. Gabriele, Prenditi cura di meSogno d’amore sono alcuni dei titoli più premiati. Da attore a drammaturgo: cosa ti ha fatto intraprendere questo percorso?

La cosa è nata per una necessità. Arrivati a Roma, non riuscivamo a fare un progetto di un altro autore. Ad un certo punto, io e Fausto Paravidino abbiamo sentito la necessità d’iniziare a scrivere Gabriele, che era la nostra storia autobiografica, solo in forma più ironica, con i nomi dei nostri personaggi, tratti di vita nostra, ma con una storia ovviamente inventata. E lì, lo spirito è stato quello della grande voglia di raccontare qualcosa che sentivamo più vicino a noi: quel vissuto concentrato in quell’anno e mezzo, quasi due, di disoccupazione. Diciamo che, in me, c’era già un piacere dello scrivere, dalle elementari e le medie, dove avevo assaporato la scrittura. Lì invece si è mostrata la possibilità di un primo testo per il gruppo. Così si sono coniugate le due cose.

Qual è l’opera che hai scritto a cui sei più affezionato?

Ce ne sono due, in particolare. La prima è appunto Gabriele, non solo perché è stata la prima, ma è stata una commedia di successo, che ha viaggiato per cinque anni. Aggiungo Zenit, che è stato lo spettacolo più riuscito, finora, nella recitazione, nell’allestimento, nella scenografia: insomma, in tutto. C’è stato anche un largo consenso di critica da tutte le parti. Era un testo ambientato in una comunità di ragazzi con dei problemi “border-line”, dove noi recitavamo la parte di questi ragazzi. È stato uno spettacolo che non dimenticherò mai, anche per l’intensità, l’onestà e la determinazione che gli attori hanno avuto sempre, anche durante le repliche: non c’è stato mai un momento di astio. Mi ha anche insegnato molto.

Ti faccio una domanda più riferita allo scrivere, in generale. Scrivere per un teatro da mettere in scena e scrivere per il teatro, tanto per scrivere (diciamo come sfogo): che differenza c’è?

Ogni testo per me è nato in maniera diversa. Ci sono dei testi in cui già t’immagini quali saranno le difficoltà. È facile scrivere, ma se sei già stato attore, quando ti trasformi in drammaturgo, capisci quali sono le cose che si potranno fare e quali saranno, a priori, impossibili. Io penso che per un drammaturgo sia importante sapere che ci sarà la possibilità di poter mettere in scena. Scriverlo e lasciarlo nel cassetto sarebbe inutile. Io, se non avessi avuto la compagnia, probabilmente, avrei perso tante occasioni. Con un romanzo si cerca l’editore. Un testo teatrale rimane lì, perché non si ha il piacere di leggerlo in giro. Quindi la compagnia è importante: gente che ha deciso di fare una cosa, un progetto con te.

Parliamo ora di questa “macchina dei desideri”. Che cos’è?

Questa macchina l’ha ideata un mercante, che si chiama Gherbo. È ambientata in un villaggio, senza luogo e senza tempo. Insieme al suo servo Orfice, idealizza questa macchina in grado di esaudire i desideri delle persone: basta scrivere un desiderio su un foglio, inserire questo nella macchina e il desiderio con il tempo si realizzerà. Ovviamente bisogna pagare. I desideri si realizzano effettivamente, ma non si capisce bene con quale principio, poiché i due “ingegneri” sono dei truffatori. Nel procedimento della commedia si capisce che i desideri prendono forma perché le persone, in qualche modo, hanno una motivazione più alta e diventano meno attaccati al desiderio stesso e più intraprendenti. È una storia che si basa sulla tradizione che alcune persone hanno di scrivere le proprie emozioni e avvenimenti su un diario.

Nelle tue opere c’è sempre un tocco d’attualità e una critica agli avvenimenti recenti: qui in cosa la ritroveremo?

Qui l’attualità è, senz’altro e purtroppo, la situazione economica che si sta vivendo. Questa crisi di un sistema che non regge più, portatore anche di distruzioni ambientali, volute per egoismo dell’uomo, il quale non pensa al futuro, ma solo alle cose presenti, con la conseguenza che la Terra ne risente. Il tema è quello dell’acqua: di quest’elemento, essenziale per noi, che costerà e scarseggerà sempre di più. È, quindi, un’osservazione di un sistema finito, dove però le persone stanno iniziando ad organizzarsi in un modo nuovo: in questo caso c’è una lente d’ingrandimento sull’avidità delle persone e, poi, su un bambino che invece rappresenta la speranza.

Ho letto anche di un sindaco molto avido, vanesio e accentratore. Anche in quello troviamo una punta di attualità?

Certamente. Lui rappresenta sia i dittatori che i democratici. È una somma delle tante facce dei potenti, che fanno poi una brutta fine. La maggior parte. Non a tutti, ma qualcosa torna sempre indietro.

Un mese in scena: paura o tranquillità?

Paura sicuramente. Quattro settimane, con la crisi che c’è in questo momento, sono una bella sfida. È vero però, per esperienza, che due settimane significano frasi del tipo «Peccato che non se ne può fare una terza», «Se si stava di più…». È la prima volta che restiamo in scena per quattro settimane con un primo allestimento, per di più d’inizio stagione. Contiamo molto sulla storia, sulla compagnia, che ormai è conosciuta, e la più gran pubblicità che esiste in teatro: il passaparola della gente.

Termino con una domanda forse molto vasta. Quali sono i tuoi progetti futuri da attore, da regista e da drammaturgo?

Come attore riprenderò Romeo e Giulietta di Valerio Binasco per l’ultima replica, che vedrà la sostituzione di Riccardo Scamarcio con Francesco Montanari. Poi, sempre con Binasco, cominceremo l’allestimento de La tempesta. Come drammaturgo, esiste un testo nuovo ma non ho in mente di metterlo in scena: prima facciamo questo e vediamo come va. Sto partecipando anche a un progetto di master di scuola di recitazione, dove dovrò fare una scrittura scenica insieme a Luca De Bei: dobbiamo scrivere due testi separatamente per un corso. E poi ho l’insegnamento. In questo momento sono in attesa di innamorarmi di qualcosa di nuovo da poter raccontare.

La redazione ringrazia Giampiero Rappa per l’intervista concessa, augurandogli buona fortuna per la stagione teatrale.

(Foto: nceitaliana.com / retroscena.tv2000.it)

Francesco Fario

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