INTERVISTA – Favole e realtà nelle opere di Anna Caruso

L'artista Anna Caruso in posa per Wakeupnews davanti a "Solo una volta al mese", 2012

L'artista Anna Caruso in posa per Wakeupnews davanti a "Solo una volta al mese", 2012

MILANO – Fino al 28 luglio per poter ammirare le opere di Anna Caruso in parte preesistenti, ma molte realizzate ad hoc per l’esposizione C’ero, una volta, a cura di Giovanna Lacedra e Grace Zanotto, esposte alla galleria Famiglia Margini, nata come associazione culturale nel 2006.

Abbiamo intervistato l’artista al vernissage della mostra, poche sere fa, per conoscerne le aspirazioni e accostarci a quel mondo così fiabesco e sognante, ma allo stesso tempo così reale e crudo, dipinto nelle sue opere. Entrati in sala, ci siamo imbattuti, prima di conoscere Anna, in una Cappuccetto Rosso – performer (una delle curatrici, Giovanna Lacedra) seduta per terra, con un cestino di mele e un coniglio bianco; poi un letto vuoto, circondato dai cappelli dei Sette Nani. Ma di Biancaneve rimangono solo le scarpe.

Ed eccola la Caruso, capelli sottili e lucidi come fili d’oro e occhi profondi e sognanti, forse un po’ malinconici. Perché il nome dell’esposizione fa intuire subito la mancanza di qualcosa. Uno smarrimento. C’ero, una volta. Si tratta del consueto incipit delle fiabe, che ognuno di noi ha ascoltato quando era piccolo e si proiettava in un altro mondo, così affascinante, ricco di pericoli, ma sempre con un immancabile, e in quel momento inaspettato, lieto fine.

Parte dell'allestimento di "C'ero, una volta". "Dov'è finita Biancaneve?", 2012

Anna, dal titolo della mostra, sembra che ti stia immedesimando in un personaggio delle fiabe, ce n’è qualcuno in particolare a cui ti riferisci? Perché?Da dove deriva questo tuo cambio di costume?

Il ciclo pittorico di C’ero, una volta trae origine dalla pratica del travestimento nota come cosplay. Indossando i panni di un personaggio irreale, l’individuo riesce a vivere una nuova dimensione concreta della contemporaneità, studiando movenze, caratteristiche e linguaggi tipicamente narrativi, che assumono un nuovo aspetto dialettico. Alice è l’archetipo della Fiaba intesa come storia priva di veridicità ma che attinge direttamente dall’universo umano, e ne è parte integrante. Alice si muove alla scoperta di qualcosa di meravigliosamente nuovo, negativo o positivo, inaspettato o scontato, e ne esplora ogni singola sfaccettatura, riponendo fiducia in elementi completamente privi di razionalità. Sento, quindi, una forte affinità con questo personaggio e voglio scandagliare realtà e finzione con lo stesso entusiasmo irrinunciabile. I protagonisti delle favole che dipingo si collocano nella straniante modernità indossando le vesti dell’Io dimenticato e schiacciato dal peso del quotidiano. Attraverso la favola possiamo, così, salire ad un piano superiore di analisi del nostro viaggio, all’interno della complessità della ricerca del senso dell’io e della collettività. Dietro la fiaba possiamo mostrarci senza maschere: non siamo noi a colloquiare con chi ci osserva, ma è l’eroe a condurci per mano là dove temiamo di addentrarci.

Utilizzando il verbo essere coniugato al passato, palesi la perdita di una condizione esistenziale  passata. Come mai c’eri, una volta? E cosa è rimasto?

Estrapolo i personaggi fiabeschi, li ricolloco nella dimensione moderna e li osservo, li analizzo, li interrogo. Seppur mute immagini simboliche, esse hanno molto da comunicarci: il loro affacciarsi al caos quotidiano e metropolitano, ad una vita occidentale e maniacale, ci suggerisce una nuova prospettiva di analisi del nostro vivere.
La “fanciullezza” pascoliana, che tendiamo a perdere o a dimenticare nel nostro sviluppo cosciente, ritorna protagonista e scopre evoluzioni inattese del Reale. Il passato del verbo “essere” serve, quindi, ad indicare la dimensione antica dell’innocenza e della spensierata volontà di approciarsi alla vita,  che si scontra, oggi, con la realtà dell’essere adulti, vittime e carnefici del proprio percorso. Per sapere esattamente cosa sia rimasto di tutto questo dobbiamo interrogare lo spettatore.

Anna Caruso in posa per Wakeupnews davanti a "The First Supper", 2012

Il tuo smarrimento vuole essere una denuncia solamente personale oppure è riferita allo stato generale dell’attuale sistema artistico o ancor più in generale alla condizione dell’uomo nella società contemporanea?

Credo che, innanzitutto, l’arte sia comunicazione: dialogo con il pubblico, con il proprio universo e con il tempo in cui si opera. Per questo motivo, nel mio lavoro, lo smarrimento e la decontestualizzazione  del soggetto diventano denuncia e critica non soltanto di un sentimento personale, ma soprattutto, di un sistema globale, che possa essere portavoce, seppur velatamente e mai con toni aspri, dell’uomo che vive oggi. Ritengo fondamentale il rapporto tra l’artista e la propria contemporaneità, intesa come background culturale, sociale e storico, poiché egli ha un ruolo che non deve esaurirsi nel buio della propria interiorità.

Credi che anche in questo caso, come nelle fiabe, ci possa essere il lieto fine? Hai qualche suggerimento su come questo potrebbe avverarsi?

Nelle mie fiabe il lieto fine non è mai dichiarato. La conclusione della storia è soltanto suggerita, a volte molto duramente, altre volte velata da amara ironia: in questo modo voglio stimolare lo spettatore affinchè rifletta sulle infinite possibilità di un personaggio, in questo caso specifico, di un luogo, di un messaggio o di un linguaggio. Il fruitore diventa, così, protagonista e attore dell’opera dipinta. Parlare di un lieto fine, dunque, mi è impossibile, in quanto artefice solo parzialmente del processo.

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"In bocca al lupo", 100x90cm, acrilico e gesso su tela, 2011

Se ritieni che il tuo disagio sia diffuso tra gli artisti, credi sia auspicabile una sorta di rivoluzione artistica, la nascita di un movimento che possa cambiare lo stato attuale, o credi che ognuno debba gridare con la propria voce, o nel caso specifico con i propri pennelli?E se il disagio è umano in generale, vedi una via di fuga o il tuo punto di vista è pessimista?

Credo che ci sia un disagio globale, motivato in parte dal periodo in cui viviamo oggi, in parte dalla crisi dell’arte visiva degli ultimi anni. Molte idee, sensazioni e linguaggi artistici sono nell’aria: pittori, scultori e fotografi parlano di tematiche comuni, si avvicinano nei contenuti e nei linguaggi. Questo fenomeno è sintomatico di un’esigenza generale, più ampia del singolo artista, che possa sfociare in un nuovo percorso. Dalla lowbrow art, al pop surrealismo, dal superflat al concettuale: non è il medium ciò che importa, ma è il contenuto che accomuna artisti lontani e diversi. Dal mio punto di vista, pur essendo piuttosto realista e cinico, credo si possa andare avanti e fare arte in modi sempre nuovi.

I personaggi fiabeschi che rappresenti sono quasi sempre smarriti in contesti urbani che per contrasto sono invece molto realistici…la città quindi acquisisce una connotazione negativa, perché luogo in cui si perde il proprio io?

Nei primi lavori di questo ciclo ho voluto rendere l’aspetto alienante della città contemporanea, come se fosse causa e conseguenza della perdita della propria personalità, del proprio io e della propria individualità, intesa come essenza originale e unica. La scomposizione del soggetto, quindi, diventa necessaria per favorire una metamorfosi del luogo che ospita il dramma. Successivamente, sviluppando la ricerca, ho collocato i personaggi in contesti più intimi, privi di connotazioni riconoscibili e immediatamente decodificabili, poiché l’io decontestualizzato assume una nuova forza in modo indipendente rispetto al luogo in cui si trova.

Davvero notevole la tecnica con cui scaraventi le povere Biancaneve, Cenerentola, Alice, completamente spiazzate, con pennellate di colore su queste città e scorci urbani di un realismo tale da far sentire smarrito anche l’osservatore. Un’unione tra le piazze e le architetture metafisiche di De Chirico, e il ready made (assimiliamo il personaggio fiabesco all’oggetto) duchampiano. Come rendi queste trasparenze?

Dal punto di vista tecnico, la resa pittorica è frutto di un lavoro meticoloso e calcolato. Sovrappongo sfondo e figura con pennellate accostate e giustapposte, servendomi di una tela senza preparazione, in modo da ostacolare sfumature e velature che possano eccessivamente fondersi. Per valorizzare al meglio le luci e i colori significativi di ogni dipinto, realizzo prima un bozzetto con pastelli, gessetti e acrilici: questo mi consente di valutare le addizioni e le sottrazioni del colore, nonché di studiarne la composizione nella sua interezza. Spesso preferisco lasciare i dipinti opachi, affinchè la luce possa illuminarli senza rifletterne la superficie.

"Constatazione amichevole", 80x60cm, Acrilico su tela, 2012

Perché hai scelto come linguaggio quello della fiaba per raccontare metaforicamente la realtà?

La favola, da sempre, è sinonimo e strumento di narrazione e di educazione, intesa come indottrinamento di un’ideologia o di una filosofia di pensiero. Per me, la fiaba è un mezzo per raccontare con ironia e lucido cinismo le contraddizioni dell’uomo, il nostro tempo e le nostre paure. Poiché l’arte visiva non deve essere descrittiva ed esaustiva, a mio parere, la trasposizione onirica della favola classica e della sua iconografia popolare risulta un mezzo convincente per fornire spunti di riflessione al fruitore dell’opera.

Il tuo prossimo progetto svelerà qualcosa su queste fiabe oppure dobbiamo aspettarci un linguaggio diverso?

Il prossimo progetto vedrà nuovamente la decontestualizzazione come cifra stilistica del mio linguaggio, ma prenderà le distanze da questo lavoro specifico sulle fiabe, per diventare più universale e, a tratti, pop.

Grazie mille Anna per la tua chiarezza e disponibilità. Aspettiamo il tuo prossimo progetto sperando di perderci ancora nei tuoi quadri per poterci interrogare, e quindi ritrovarci. Intanto, in bocca al lupo –quello di Cappuccetto Rosso,che termina con un lieto fine- da tutta la redazione per la tua favola personale!

Benedetta Rutigliano

 

 

C’ero, una volta

"Drink me but don't drive", 80x120cm, acrilico e gesso su tela, 2011


Personale di Anna Caruso
A cura di Giovanna Lacedra e Grace Zanotto
Dal 17 al 28 Luglio 2012
Galleria Famiglia Margini – via Simone D’Orsenigo 6 – Milano
Ingresso libero.
Orari: da martedi a giovedì dalle 14 alle 20 e su appuntamento
chiamando il numero 328 7141308.
www.famigliamargini.com
famigliamargini@gmail.com

 

Immagini con logo: Benedetta Rutigliano

Immagini opere: Studio d’Arte Picart, Anna Caruso www.picart.it

 

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