Innovazione Toyota: al centro la persona, parola di guru

innovazione toyota

Yoshihito Wakamatsu, guru della toyota (Nuovavicenza.it)

ROMA - Quando Henry Ford introdusse nei primi decenni del ‘900 la giornata lavorativa di 8 ore a 5 dollari, fissò un punto cruciale di quella rivoluzione industriale che ha segnato un intero modello di comunità umana, quello occidentale. Oggi quel sistema è venuto fortemente a indebolirsi, a causa del fatto che i mercati finanziari e la globalizzazione hanno iniziato da tempo a fare la loro parte, orientando il paradigma economico globale sempre più verso il settore dei servizi. Ristabilendo in questo modo parte delle caratteristiche e delle gerarchie complessive di uno schema finanziario che ancora – oggi più che mai – è in fase di grande sviluppo e trasformazione.

FILOSOFIA TOYOTA – Il Toyotismo è una linea di pensiero che nasce tra gli anni ’60 e ’70, come alternativa alla modalità di produzione Fordista impostato sul perno centrale della catena di montaggio. Questa filosofia si incentra sulla volontà di utilizzare al meglio le risorse che si hanno a propria disposizione, con l’intenzione di incrementare la produttività e i profitti. Oggi più che mai, nella fase storica che stiamo vivendo, questo modo di concepire l’organizzazione e la struttura delle aziende ritorna con forza al centro del dibattito. Ed è anche per questo che Yoshihito Wakamatsu, il guru del sistema produttivo Toyota, si guadagna la ribalta con l’uscita del suo ultimo libro nell’ambito della collana Toyota Way, che raccoglie 16 dei suoi scritti.

LE TEORIE DEL GURU - Il fulcro complessivo delle sue teorie dice questo: niente – o poche e semplici – gerarchie, maggiore coinvolgimento dei dipendenti nel lavoro e nella gestione dell’azienda, e conferimento agli stessi della possibilità di creare al suo interno vari sottosistemi che si regolino in modo autonomo e spontaneo, e in maniera indipendente alle decisioni centrali di manager e consigli di amministrazione.

Per far ciò, quello che servirebbe non è tanto integrare, ma propriamente «rivoluzionare e ridimensionare tutti i passaggi delle fasi produttive», come spiega Wakamatsu. «Capire cosa vuole il cittadino, di cosa ha bisogno». E quindi allontanarsi il più possibile da quel processo impersonale e burocratico che così tanto piace a tutti i sistemi basati sul centralismo, e sull’arroccamento del potere nelle mani di organi predeterminati. Questione valida per molti ambienti, «dalla pubblica amministrazione ad ogni altro genere di servizi. Ogni azienda deve porsi obiettivi sull’indebitamento e sui ricavi». Obiettivo tuttavia che «dovrà essere uno soltanto e andare solamente in una direzione», adottando quindi in questo modo una visione di tipo “leaderistica. In ogni caso il succo del messaggio è che se le imprese continueranno ad essere ancorate agli ormai classici modelli rigidi e imposti dall’alto, non potranno più reggere al confronto con la globalizzazione. Quindi quello che bisogna fare è lasciare maggiore spazio ai singoli, alle idee nuove e autonome, alla creatività e allo spirito del gruppo, dando maggiore fiducia e responsabilità nelle mani delle persone che lavorano nell’azienda. Così da trarne notevoli vantaggi, dai profitti dell’azienda stessa, alla forza e alla capacità di adattamento dei meccanismi produttivi in generale, e quindi al progresso ed al miglioramento della società nel suo complesso.

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Esempio di catena di montaggio (Blogspot.com)

IL CONFRONTO CON LA SITUAZIONE ITALIANA - In realtà anche in Italia vi sono vari studiosi e una certa letteratura che da tempo si occupano dell’argomento, ma le tradizioni produttive italiche – e quindi molte delle grandi aziende, così come sono – difficilmente riuscirebbero ad aprirsi a questo genere di approccio. Il presidente di Considi, Fabio Cappellozza, ha spiegato che questo modo di pensare «non è anarchia, tutt’altro. È un sistema di redistribuzione delle responsabilità, che in Italia però può incontrare numerose resistenza, con il 90% dei manager che dà ordini e impone il proprio controllo. Che è l’opposto di ciò che bisognerebbe fare. Gli errori devono essere evidenziati e affrontati insieme e con coraggio». Ed è proprio in questi passaggi che si annida l’evoluzione di un’intera concezione. «In questo modo i processi produttivi diventano sempre più efficaci e le persone riescono ad approcciare i processi nella loro interezza, perché la vera cultura aziendale sono le persone che producono».

A dire il vero è anche molto probabile che questa sia uno delle poche modalità che si presenta oggi alle porte delle imprese del paese per rimettersi in pista all’interno dei mercati ed alla pari con la concorrenza. C’è bisogno che il lavoratore e l’individuo ritrovino la possibilità – da tempo perduta – di far valere le proprie idee, di risultare parte attiva nei processi decisionali e di sfruttare le proprie potenzialità altrimenti inutilizzate. Donando avanzamenti incredibili, e portando alla luce quelle zone d’ombra del nostro universo produttivo, che dai tempi moderni di Chaplin non ci lasciano tregua. Obiettivo che non si può raggiungere guardando indietro, ma solamente rivolgendosi in avanti, a partire da come stanno le cose ora. Facendo innovazione, e mettendo al centro del processo produttivo le persone. Che non è poco.

Francesco Gnagni

@Francesco Gnagn1

Foto: www.nuovavicenza.it ; 6bjmrgrupo2.blogspot.it ; giornalemotori.it

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