Ilva, la salute prima di tutto?

Continua il dibattito per l’impatto ambientale dell’Ilva. Già nella Genova del 2002 – ormai dieci anni fa – si chiusero le cokerie per le loro negative conseguenze sulla salute. Uno studio epidemiologico evidenziò infatti una intensa relazione tra le polveri respirabili dello stabilimento siderurgico del quartiere di Cornigliano e gli effetti sulla salute. Si calcola che nell’arco di quei tredici anni– tra il 1988 e il 2001 – la mortalità complessiva del quartiere sia stata nettamente superiore del resto della città. Genova però ha visto solo nel luglio del 2005 un calo dell’inquinamento, quando fu spento un altoforno dannoso.

Stessa società, stessa situazione ambientale, stessi problemi di salute, ma stavolta – e da troppo tempo ormai – a fare da sfondo alla questione Ilva è la città di Taranto, area a forte densità abitativa. Responsabili dei problemi di salute dei cittadini pugliesi sono i parchi minerali, le cokerie e il camino E312 dell’impianto di agglomerazione.

Disastro colposo e doloso, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, getto e versamento di sostanze pericolose e inquinamento atmosferico: sono queste le accuse rivolte al gruppo Riva, L. Capogrosso e A. Cavallo.

Biossido e monossido di carbonio, arsenico, rame, cromo, mercurio e via dicendo sono solo alcune delle tante sostanze – emerse dalle perizie chimiche – che l’Ilva ha messo in circolo nell’aria; la diossina ritrovata sulle migliaia di corpi di animali abbattuti è la stessa prodotta dallo stabilimento. Solo nel 2002 gli impianti dell’Ilva ne producevano circa il 30% del totale italiano.

Le conseguenze? Per 7 anni, fino al 2010, ogni anno sono morte in media 1650 persone sia per cause cardiovascolari che respiratorie. I ricoveri negli ospedali sono nettamente aumentati per tumori maligni soprattutto alla laringe, al polmone, alla pleura, alla vescica, al tessuto connettivo, a quelli molli, per linfomi non-Hodgkin e leucemie. Inquinamento atmosferico dunque che si traduce matematicamente in malattie agghiaccianti e ancora più spesso in eventi di morte.

Salute e lavoro si intrecciano tra loro, la scelta è tra la vita – e soprattutto la qualità della vita – e il salario e l’ occupazione di più di 15.000 persone. Per il Ministro della Salute R. Balduzzi il «caso Taranto» fa capire meglio che i «profili del lavoro e della salute sono strettamente intrecciati perché in presenza di gravi crisi occupazionali aumentano le patologie. Questo ovviamente non significa che non vada tutelata la salute pubblica».

Nell’ ultimo periodo è stato un susseguirsi di eventi e vicende, una di seguito all’altra, che mettono ancora una volta l’Ilva al centro di una bufera mediatica e non solo; il sequestro degli impianti, gli scioperi, le manifestazioni, i dibattiti tra organizzazioni sindacali e ambientaliste, continuano a fare da sfondo a famiglie umili – in apprensione e disperate – che vivono il terrore di non avere più uno stipendio, e a famiglie altrettanto umili che a causa di quello stesso stipendio si trovano con bambini piccoli in fin di vita negli ospedali pugliesi. Già, perché come sempre i più piccoli risentono dei problemi dei grandi e ne pagano amaramente le conseguenze: Taranto ha una media di leucemie infantili doppia rispetto al resto d’Europa, e nei bambini al di sotto dei 14 anni è stato registrato un effetto statisticamente significativo per i ricoveri ospedalieri per cause respiratorie.

Gli operai dell'Ilva

Spesso si sente dire che la salute è la cosa più importante. Per non parlare della salute dei bambini. Ma se c’è una cosa che a Taranto mette più paura del cancro è la disoccupazione, malattia che logora l’anima più in fretta di qualunque altro danno fisico eventuale – o quasi certo -. Solo poco tempo fa la dott.ssa Barbara Amurri, da tempo impegnata nell’emergenza Ilva, diceva: «Qui muoiono come mosche e vedono morire i loro figli, eppure cercano una “sistemazione” all’Ilva o all’Eni anche per loro. E’ la dannazione di questa terra: il non pensare al futuro. Si vive cercando di allontanare il problema, poi domani il problema torna, ma l’importante è respingerlo adesso.»

Intanto il ministro dell’Ambiente Corrado Clini afferma in una nota: «Se riusciremo a stabilire, con la nuova Aia in corso di definizione, gli impegni e gli obblighi di Ilva ad investire per adeguare rapidamente gli impianti ai più recenti standard ambientali e tecnologici europei raggiungeremo due obiettivi: la salvaguardia dell’ambiente e della salute, insieme al consolidamento del ruolo industriale del più grande centro siderurgico europeo». Dunque sembra che la salute sia la guida per il risanamento dell’Ilva. Quello che è certo è che l’Italia, per una volta dopo tanti anni, meriterebbe compatibilità tra il diritto alla vita e quello al lavoro. Ma forse ancora una volta l’uno prevarrà sull’ altro o viceversa.

Giulia Dell’Uomo

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