Il vero “World of Warcraft” è la Cina

Pechino vieta il più famoso gioco di guerra on line. Ma il conflitto è soprattutto politico

di Adriano Ferrarato

World of Warcraft

World of Warcraft

Una lotta tra organi di censura all’interno della Repubblica Popolare Cinese. A farne le spese è il famosissimo, “World of Warcraft”, gioco di ruolo on line in cui i partecipanti combattono una guerra tra eserciti virtuali sfidando gli altri utenti di internet. Una lite che nasce da un’accusa, quella del ministero della cultura cinese, nei confronti dell’agenzia governativa Agsp (Amministrazione Generale per la Stampa e le Pubblicazioni) .

Diretto organo del partito comunista cinese, il ministero in passato aveva richiesto un maggior controllo sugli organi di informazione del web, al fine di prevenire ed eliminare la diffusione di immagini pornografiche o comunque sovversive all’ideologia del paese. Proprio per rispettare queste direttive, l’Agsp si era interessata in prima persona al problema, trasformando però questo suo ruolo in un feudo personale praticamente indipendente dalle autorità del governo.

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Un dualismo che proprio pochi giorni fa ha portato alla rottura: l’agenzia aveva intimato alla NeatEase,una società responsabile della produzione cinese di videogiochi on line, di non diffondere sul web la nuova versione di “World of Warcraft” . Da qui la risposta immediata del ministero della cultura, che in un comunicato stampa ha dichiarato di non accettare questa manovra, poiché al di fuori delle competenze dell’amministrazione generale per la stampa e le pubblicazioni. La disputa tra i due apparati burocratici sembra comunque non avere una soluzione immediata. A danno dei poveri appassionati del videogioco.

censura-cinese_c.gifUn episodio questo che non è putroppo nuovo in un paese in cui la lunga mano della censura ha ridotto e di molto lo spazio per una informazione libera. Proprio pochi mesi fa il partito comunista aveva chiesto ai produttori di computer di installare un software di censura sui personale computer per evitare la navigazione su siti giudicati illeciti. Il programma dal nome di “Diga verde” non ha più preso vita perché avrebbe ridotto di gran lunga l’acquisto dei personal computer, con gravi ripercussioni sull’economia.

Per non citare parlare del temporaneo oscuramento della grande biblioteca in rete di Wikipedia e ai continui attacchi alla rete di Google, colpevole, secondo le autorità cinesi, di non rispettare le norme imposte dal partito comunista. Anche la musica ha dovuto pagare le conseguenze di questo giro di vite: per incoraggiare la produzione e la diffusione delle produzioni di artisti cinesi, ha obbligato questi ultimi a registrarsi presso il ministero.

Bisogna anche considerare però che per la prima volta una lotta burocratica tra due strutture di censura viene alla luce di fronte al popolo cinese. Segno evidente di un conflitto interno e finora nascosto e sempre più grave tra gli organi di potere che forse potrebbe portare a nuovi sviluppi politici nel governo di Pechino. O anche a radicali cambiamenti come molti sperano.

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