Il vento della Primavera sudanese

Il Sudan sta vivendo un’enorme ondata di proteste ormai da più di venti giorni. Era il 16 giugno, infatti, quando le prime manifestazioni hanno avuto luogo, sostenute dai movimenti giovanili e dagli studenti delle Università di Khartum, Omdurman e Juba.

Tra la motivazione alla base delle proteste – è il caso di parlare di goccia che ha fatto traboccare il vaso – sono state le dichiarazioni del presidente Omar al-Bashir: «Abbiamo deciso di aumentare le imposte, di tagliare cento posti nel governo federale e duecento nei governi locali. Saranno inoltre cancellate, progressivamente, le sovvenzioni ai carburanti. A essere colpite saranno soprattutto le classi più povere». Intervenendo in Parlamento, infatti il ministro delle Finanze Ali Mahmud al-Rasul ha specificato le nuove direttive governative affermando che i prezzi dei carburanti aumenteranno tra il 12,5 percento e il 60 percento, l’Iva passerà dal 15 percento al 17 percento e le spese amministrative del governo saranno tagliate del 25 percento. L’austerity imposta quindi ha attivato di fatto le manifestazioni e gli scontri.

Le scelte del regime sono dovute alla grave situazione economica, peggiorata ulteriormente dopo il referendum del gennaio 2011 che, sancendo l’indipendenza del Sud Sudan, ha limitato di tre quarti la produzione e l’esportazione di petrolio del Sudan, fatto alzare l’inflazione al 30,4 percento e aperto un buco di bilancio di 2,4 miliardi di dollari, nonostante nell’aprile del 2010 un articolo del New York Times riferiva di un’espansione economica crescente del regime di Bashir.

Khartum, dopo la secessione del Sud, sperava di risolvere il proprio deficit  attivando delle tasse sulle esportazioni proprio dal Sud Sudan, che è costretto a utilizzare oleodotti a nord del Paese e a Port Sudan sul Mar Rosso per trasportare il petrolio; ma il neo-stato nel gennaio scorso ha deciso di bloccare tutte le produzioni di greggio immediatamente dopo la decisione del Sudan di impossessarsi di una parte della produzione in cambio delle tasse di esportazione non pagate, ferendo gravemente l’economia dello stato del nord. A questo punto Bashir è corso ai ripari attivando una campagna di esplorazione del sottosuolo in cinque dei sei blocchi petroliferi del Paese, grazie all’intervento di aziende straniere e annunciando l’austerity.

In Sudan da subito si è attivato il tam tam mediatico via web, principalmente da parte degli studenti, per cercare di portare all’attenzione del mondo la situazione di repressione totale che sta avvenendo in questi giorni nel Paese. Moltissimi infatti sono stati gli arresti che continuano a susseguirsi, come moltissimi ancora sono i prigionieri in custodia condannati a pesanti pene.

Le manifestazioni, che proseguono a fasi alterne in diverse zone della capitale e del paese, vengono disperse da uomini in divisa e in borghese con uso di lacrimogeni, bastoni e machete; durante le manifestazioni del 30 giugno, giorno del 23esimo anniversario del colpo di stato che portò Bashir al governo, sono stati più di mille gli attivisti arrestati; vittime della costrizione di stato anche giornalisti locali, esteri e blogger.

Su Facebook sono numerosi e continui i commenti da parte dei manifestanti che spiegano come l’austerity non sia la reale motivazione della protesta se non il punto di non ritorno di una situazione generale allarmante; le proteste, si legge sul web, non sono esclusivamente contro le misure restrittive, ma il motivo per cui gli studenti e i cittadini hanno preso parte alle dimostrazioni è che vogliono un cambiamento di regime, visto e considerato che in Sudan l’istruzione e la sanità sono praticamente inesistenti, non ci sono infrastrutture, non esiste un sistema giudiziario o un piano economico di alcun tipo e inoltre non esiste alcuna libertà di espressione.

Il Sudan, continuano i manifestanti, è uno Stato allo sbando, fallito socialmente, finanziariamente, economicamente, e in ogni campo. E già si parla di ‘Primavera Sudanese’, con i giovani nelle piazze e per le strade forti dell’esempio, degli ideali e del vento di cambiamento che hanno caratterizzato e tuttora guidano la Primavera araba. Tra i protagonisti delle manifestazioni grande rilievo sta avendo Girifina, un movimento non-violento che prima di tutti ha utilizzato i social network per aggiornare i luoghi delle manifestazioni e comunicare gli avvenimenti al mondo.

Ma nonostante questo, il profilo del potere rimane ostinato; Omar al-Bashir, ufficialmente un latitante a piede libero poiché pende su di lui un mandato di cattura internazionale da parte della Corte di Giustizia dell’Aja, alla prima pagina del quotidiano Sudan Tribune che descriveva gli eventi, ha replicato minacciosamente minimizzando il tutto: «Sono bolle di sapone, piccolezze che il governo non avrà alcun problema a regolare, si tratta solo della protesta di pochi agitatori che bruciano pneumatici». E intanto gli scontri si allargano a macchia d’olio.

Ad aggravare la situazione è l’irrilevante copertura mediatica sulla protesta, limitata a pochi articoli e servizi su Al Jazeera o sul New York Times, insufficienti a sollevare una forte protesta globale. E su tutto questo incombe la lotta armata al confine iniziata dopo la dichiarazione di indipendenza del Sud Sudan, il 9 luglio 2011, aiutata dal flusso di armi clandestine che prosegue anche oggi.

A un anno dalla nascita dello stato Amnesty International ha infatti diffuso un rapporto sui crimini commessi dall’esercito nazionale  che ha provocato migliaia di vittime e di persone in fuga. Una situazione generale che non può rimanere ai margini dell’agenda  dell’Onu e dei  Paesi occidentali. La sensazione è che  la Primavera sudanese sia solo agli inizi.

Gian Piero Bruno

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