Il ritorno dei Creed: nuovo disco e tour mondiale

La band di Scott Stapp e Mark Tremonti torna alla ribalta, carica di idee e affamata di palcoscenico

di Stefano Gallone

CreedFurono i paladini del cosiddetto post grunge statunitense, etichetta atipica per un genere che riposerebbe più comodo sotto la voce, altrettanto poco definibile, crossover, ossia di quel misto fra hard rock, punte di metal e fraseggi armonici degni delle migliori ballate inneggianti un crudo ed oscuro romanticismo trascurato e perduto nei secoli dei secoli. Furono anche accusati ingiustamente di plagio per via di quella voce che, almeno durante la metà dei ’90, sembrava assomigliare ai ruggiti sonici dell’Eddie Vedder più in forma, paragone che ha sempre faticato a stare in piedi a causa di una notevolissima differenza stilistica di fondo.

Furono tra le migliori giovani band rivelazione dopo la morte del grunge: si formarono nel non lontano 1995, diedero alle stampe tre dischi notevolissimi, ognuno dei quali, pur non raggiungendo quasi mai il diritto di attribuzione dell’aggettivo “capolavoro”, conteneva, stretto tra i suoi spinosi artigli, sempre e comunque i suoi buoni quattro o cinque brani di puro valore.  Duri, potenti, tartassanti e impregnati di una giusta rabbia saggiamente sfogata per mezzo di testi mai ingenui o scontati, bensì profondi, sinceri e trasparenti a favore delle debolezze di un’anima tormentata dall’eterna ricerca del vero senso degli affetti terreni, quel “terzo occhio” di un Scott Stapp paradossalmente fragile, vista la sua stazza fisica da culturista.

Si sciolsero nel 2004, dopo aver dato alle stampe “Weathered”, forse il loro miglior lavoro, dopo aver giustificato un inutile ma liberatorio greatest hits e dopo aver affrontato disguidi interni naviganti tra il personale ed il professionale. Ed ora, eccoli di nuovo qui: scalpitanti, volenterosi e ruggenti trentacinquenni affamati di idee e di palcoscenico come unico luogo di sopravvivenza, come unica sede di condivisione di dolori, gioie, opinioni, passioni.

Full circle è il loro nuovo album in studio, fresco di negozio e risultato di una voglia matta di tornare a far sentire la propria voce nella maniera che si giudica migliore: tutti i membri hanno avuto un progetto parallelo (Mark Tremonti, Brian Marshall e Scott Phillips con gli Alter Bridge, Scott Stapp da solista), ma, a quanto pare, il suggerimento di sponda Radiohead, “everything in its right place”, prevale nelle menti e nei cuori.

img_1_prCome di consuetudine grezzo, possente, graffiante ma, al contempo, accogliente nei suoi frangenti più melodici e semiacustici, il disco è un buon lavoro di metodiche compositive spiccatamente rinnovate, sia nell’approccio compositivo, non più consono esclusivamente al solito e ripetitivo “strofa leggera/ritornello pesante” (evoluzione già maturata in alcune metriche del già citato Weathered), che nell’uso di nuove tecniche quali l’accordatura, probabilmente, in do (tipica del metal più duro) e l’uso di una innovativa doppia cassa nei punti più carichi e decisi.

La “Overcome” che apre le danze, primo singolo estratto dall’album, dalle cadenze tipiche del formato canzone ma dotato della giusta cattiveria al gusto di feedback ad alto volume che lasciano strada ad uno Stapp mai privo di saggezza e diligenza nella gestione melodica vocale, segna una vera e propria scossa di apertura verso possibilità creative che arieggiano tra gli accordi più oscuri ed ossessivi di una “Bread of shame” ai limiti degli sfoghi color metallo, tra le sdolcinatezze semiacustiche di brani soffici e delicati come “Rain” o meticci piano-forti del calibro di “A thousand face”, “Away in silence”, “On my sleeve” e “Time”. Senza mai tralasciare le predilette soluzioni relative ai convinti e variegati riff di un Tremonti a tratti in foga agonistica fra le metriche di brani come “Good fight” o la cronica “Fear”, forse i quattro minuti più puramente crossover dei cinquanta complessivi.

Un buon album, in definitiva, anche se, ancora una volta (ma sembra essere ormai un tratto caratteristico dei quattro eterni ragazzi) non considerabile come il loro capolavoro. Sembra paradossale, per una band, non avere ancora, dopo tanti anni e tanta esperienza, un “masterpiece” senza una nota fuori posto a cui poter fare riferimento in ogni sede, tra la collocazione radiofonica e gli sfoghi live. Resta comunque il fatto che, come per tante altre band, storiche o non, un disco dei Creed è comunque un disco da assaggiare per poterlo gradire o rinnegare in egual misura. Attesi a breve sui palcoscenici anche europei.

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