Con il Reverse Vending, riciclare è più divertente. Ma non basta

reverse vending

Una macchina di reverse vending

La linea 10 della metropolitana non sarà l’unica realtà di Pechino a fornire “eco ticket”. Le autorità cinesi, infatti, stanno valutando di estendere anche alle fermate dell’autobus e ad altri mezzi di trasporto il sistema del “reverse vending”, grazie al quale i biglietti non si comprano con gli spiccioli, ma con bottiglie di plastica: per ogni bottiglia in PET che i pechinesi immettono nell’apposito cassonetto-biglietteria, viene ricaricata la tessera magnetica personale da utilizzare sul mezzo pubblico. I contenitori di plastica raccolti da questi distributori vengono successivamente destinati al riciclo. Un utile sistema per incentivare la raccolta differenziata a beneficio dell’ambiente. A dire il vero, questa del reverse vending, che è in corso con successo già da qualche mese in Cina, non è una novità per molte realtà del Nord Europa, come Norvegia, Germania, Belgio, Olanda, Finlandia e Danimarca, dove il sistema è consolidato ormai da anni. E in Italia come siamo messi?

BUONI SCONTO IN CAMBIO DI BOTTIGLIE DI PLASTICA – Il reverse vending ha fatto capolino anche in alcune città italiane, come Aquilonia, Milano, Napoli, in Trentino e Piemonte. Presso alcuni centri commerciali, ad esempio, i distributori automatici premiano i cittadini che riciclano le bottiglie rilasciando coupon validi come buoni sconto da utilizzare nei negozi aderenti all’iniziativa. «Certo, non pensiamo che da solo il reverse vending possa risolvere il problema della gestione dei rifiuti – afferma Stefano Ciafani, vicepresidente di Legambiente. –  È, piuttosto, un utile metodo per affiancare in modo efficace il sistema della raccolta differenziata. È rivolto soprattutto a chi non è normalmente sensibile ai temi ambientali, a chi non si preoccupa di effettuare correttamente la raccolta dei rifiuti e per i quali invece funziona molto bene la leva dell’incentivo economico: in sostanza il messaggio è “anche se non ti appassionano i temi ambientali, ricicla lo stesso: risparmi”».

POSSIBILE IL RITORNO AL “VUOTO A RENDERE”? – Ben venga dunque il riciclaggio dei rifiuti, che abbatte il volume dei materiale da destinare a discariche e inceneritori e riduce la necessità di ricorrere alle materie prime, diminuendo allo stesso tempo i costi di produzione. Ma perché non intervenire a monte? Perché invece di riciclarlo non si cerca piuttosto di evitare di produrlo, il rifiuto? In questo senso, il sistema del “vuoto a rendere”, per cui chi acquista il prodotto paga un deposito che gli viene reso al momento della restituzione del contenitore, dimostra una grande efficacia. Funziona con successo in molti paesi, come ad esempio la Germania, dove viene adottato non solo nei supermercati, ma anche nei bar e nelle paninoteche: il “vuoto” riconsegnato, viene destinato dal fornitore non tanto al riciclo, quanto proprio al riutilizzo.

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La pratica del vuoto a rendere è ampiamente diffusa all’estero

SE MANCA LA VOLONTA’ POLITICA – «Quella del vuoto a rendere – riprende Ciafani – è una pratica che purtroppo riguarda oramai il passato del nostro Paese. È rimasto un sistema consolidato fino agli anni ’80, ma è stato smontato successivamente dall’imperante ”usa e getta”. Come Legambiente abbiamo avviato alcune sperimentazione volte a valutare la fattibilità di un ritorno alla più virtuosa pratica del passato. Nel 2008, ad esempio, a Treviso abbiamo portato avanti il progetto “Vetro indietro”, che ha coinvolto Italgrob (Federazione italiana grossisti distributori bevande), Fipe-Confcommercio (Federazione italiana pubblici esercizi), Sanpellegrino, Peroni e Pago: l’obiettivo era quello di provare a reintrodurre la pratica del riutilizzo delle bottiglie almeno per i consumi di bevande effettuati fuori casa. La prova ha dato risultati positivi, questo vuol dire che è possibile superare un’abitudine fortemente radicata come l’usa e getta per tornare a comportamenti più virtuosi, ma non bastano queste piccole sperimentazioni, servono manovre ad ampio raggio, che coinvolgano il settore produttivo, il mondo della distribuzione. Manca, soprattutto, una ferma volontà politica».

Non è che non ci siano stati, dei tentativi politici: ad esempio, Tullio Fanelli, il sottosegretario all’Ambiente del passato governo Monti, aveva rilanciato con forza  il ritorno al vuoto a rendere, ma il tentativo è stato soffocato da polemiche e discussioni. «Finché non sarà proprio il governo  a mettere in piedi un’operazione su grande scala – conclude Ciafani – non si raccoglieranno risultati significativi».

Valeria Nervegna

Foto: wincor-nixdorf.com – ecodallecitta.it

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