Il Partito Democratico è in balìa dei suoi leader

Partito Democratico
lettera43.it

Siamo alle solite. In una delle estati più calde della storia italiana (e non solo dal punto di vista meteorologico) in cui la crisi che attanaglia il nostro paese si fa sempre più forte e migliaia di italiani rinunciano alle ferie per cercare di far quadrare i conti del bilancio familiare, la politica ci regala i soliti teatrini. Mentre Berlusconi urla la propria innocenza, dopo la sentenza della Cassazione per frode fiscale, a tener banco è l’ennesimo scandalo “all’italiana”, quello dell’intervista rilasciata dal giudice Esposito al Mattino, con gli strascichi di polemiche che ne conseguono.  Tra i protagonisti di questo difficile momento storico c’è una forza politica al momento al governo, il Partito Democratico che, nonostante i buoni propositi e le dichiarazioni estemporanee dei vari leader appare sorda di fronte alle esigenze del paese e troppo impegnata a risolvere le diatribe interne.

Una parabola – La storia recente del partito democratico potrebbe essere facilmente rappresentata come una parabola discendente. Dopo il passo indietro di Berlusconi e il governo Monti, la squadra guidata da Bersani, presentata come la nuova  “gioiosa macchina da guerra”, si è letteralmente schiantata con la realtà. Nel ‘94 la macchina originale, messa in piedi da Achille Occhetto, era stata fermata nella sua ascesa al governo dal nascente berlusconismo, finendo in frantumi.  Il PD di Bersani, fermo restando la forza dirompente del grillismo, è imploso a causa delle sue frammentazioni e delle lotte intestine. Tali problematiche hanno inciso sulla capacità del partito di comunicare con il suo elettorato che appare sempre più  smarrito e deluso.

I vari leader –  Il PD è un partito non personale e proprio in questo democratico, basato sul confronto fra le varie idee. Ma questa eccessiva democraticità è, senza dubbio, una delle debolezze di fondo dello stesso. L’era del partito plebiscitario è giunta al capolinea. I fatti recenti dimostrano come molto spesso ciò  abbia portato ad impasse e a fenomeni altamente distruttivi come  le tristi vicende dei franchi tiratori durante l’elezione per il presidente della Repubblica. Se una cosa deve essere riconosciuta a Silvio Berlusconi è il suo essere leader, la sua capacità di ricomporre le fratture e di far convergere l’opinione del partito sulle proprie idee e proposte. Il PD, invece, è un partito senza leader che stenta a riconoscersi in una sola persona ed ha paura del rinnovamento. Un rinnovamento che significherebbe scardinare la nomenclatura, facendo venir meno il legame con la tradizione.

 Regole congressuali – Il PD  deve parlare con una sola voce si continua a ripetere. Il partito ha bisogno di una figura che sia in grado di ricomporre in se stessa le sue varie anime. Ma chi può rivestire tale ruolo? L’attuale segretario Epifani, il Presidente del Consiglio Letta, Matteo Renzi? Epifani ha confermato, nell’intervista rilasciata al Corriere, che non si candiderà alla segreteria del partito. Letta, dal canto suo, sta concentrando la sua attenzione sul un governo del fare che porti l’Italia fuori dalla crisi. E Renzi? Pochi giorni fa è tornato all’attacco, dal palco di Castelfranco, ribadendo la necessità di un repentino cambiamento.  Nonostante queste dichiarazioni, l’ennesimo scontro sulle regole congressuali e sulle primarie non certo aiuta l’elettorato a comprendere e a scegliere. «Il segretario lo decidono gli iscritti e i nostri elettori, che si registreranno all’albo delle primarie. Le regole saranno rispettose di tutti. Le primarie saranno aperte […]» – ha affermato Epifani. Ma fin quando il PD continuerà a dedicarsi a questi aspetti tecnici, fin quando le varie anime non smetteranno di fare la guerra per “le poltrone” la parabola a cui si accennava in precedenza diventerà sempre più ripida.

Matteo Renzi
Matteo Renzi (partitodemocratico.it)

Renzi, il futuro leader? -  Non è un mistero che Renzi al congresso si candiderà alla guida del partito anche se alcuni tra i suoi commentano «farebbe bene a stare fuori da un partito che ormai discute solo su come farlo fuori». Matteo Renzi  ha rotto il silenzio che durava da settimane, intervenendo alla festa democratica di Castelfranco. Ritornando sui temi cari alla sua corrente, ha sottolineato: «Io vorrei che il Pd di fronte alla crisi che stiamo vivendo ritrovasse il gusto di rinnovare, di sperimentare, ritrovasse l’entusiasmo e non si limitasse a dire ‘purtroppo’ a rimpiangere i tempi del passato e che corresse a raggiungere il futuro».
Ed ancora «La vecchia tessera non basta più. I sociologi parlano di società liquida, il nuovo partito non può basarsi soltanto su tessera o iscrizione e nemmeno solo una pagina facebook. Ci deve essere un meccanismo in cui i nuovi strumenti tecnologici aiutino a non perdere il gusto della stretta di mano, dell’abbraccio». Renzi ha, inviato, nuovamente Epifani a fissare la data del congresso e a non perdere tempo sulle regole delle primarie.

I vecchi leader – E tra le varie voci, ieri è tornata a farsi sentire quella di Bersani, che ha affermato-  «Non si può governare a tutti i costi»  ed ancora – «Se entro settembre dovesse cadere il governo, noi che facciamo? Stiamo ancora a discutere di regole e di congresso? A quel punto, è chiaro che cambia tutto».Ciò farebbe pensare alla possibilità di scegliere direttamente il candidato premier bypassando il congresso per l’elezione del nuovo segretario. Dal canto suo D’Alema ha aperto il tesseramento per la sua fondazione italiani europei. L’embrione di un nuovo partito o l’ennesima ‘scheggia impazzita’?

Alessandra Pelle

Foto – lettera43.it; partitodemocratico.it

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