Il paradosso di Grillo all’insegna della democraticità

M5S, Grillo, epurazione, democrazia, dissidenti

Beppe Grillo, garante del M5S

Roma – Si parte sempre con i buoni propositi, soprattutto in politica (se si escludono dei casi eccezionali). Si valuta la situazione, la si analizza in tutti i suoi dettagli e ci si fa un’opinione. A quel punto si cerca qualcuno che la pensi nella medesima maniera: ciascuno esprime il proprio punto di vista, che giustamente non deve discostare troppo dall’idea originale, e si fa una bozza delle cose che vanno cambiate in un Paese e quelle che possono rimanere tali. In questa fase una forma embrionale di gruppo già si è creata, resta soltanto di ufficializzare il tutto, di trovare qualcuno che rappresenti la molteplicità, mettendoci la faccia. Che sia il leader, un segretario, un garante non importa: sono soltanto etichette, che fungono da processo di categorizzazione, quello che conta è che quest’individuo abbia carisma e sia in grado di diffondere il messaggio del gruppo (a prescindere dalla forma).

Quando si decide di entrare in scena, bisogna presentarsi in maniera originale, sia per quanto riguarda l’organizzazione del gruppo stesso, sia per quanto riguarda le idee che vengono proposte. In caso contrario, con l’elevata concorrenza che c’è in giro, si rischia soltanto di sprecare tempo e denaro. In fin dei conti si tratta di una questione di marketing, anche quando si parla di politica. Naturalmente il gruppo già si è assegnato un nome, poi, che si definisca un movimento, un partito o un semplice aggregato d’individui, è secondario. Quel che conta non è come si definiscono gli appartenenti, ma come deve risultare all’esterno: in questo caso, sempre per una questione di concorrenza, meglio apparire un movimento, confermando così di essere contro corrente rispetto alla massa.

Si comincia dal basso: a livello locale, come giusto che sia, impossibile pretendere di sfondare in politica ambendo già al Parlamento. Tutto procede liscio, anzi anche al di sopra delle più rosee aspettative. In fin dei conti bastano pochi ingredienti: il malcontento dei cittadini, la sfiducia verso le istituzioni e una sana demagogia vecchio stampo. Il successo è alle stelle, a questo punto si può puntare in alto. Il gruppo è cresciuto, maturo, coeso: rappresenta l’antitesi perfetta dei partiti, sembra quasi l’Eden della politica. Proprio in concomitanza con questo passaggio dal livello locale a quello nazionale, però, qualcosa comincia a scricchiolare. Diventa tutto più difficile da gestire, soprattutto all’interno del gruppo: ci si comincia a rendere conto che qualcosa non quadra, soprattutto per quanto riguarda l’aspetto decisionale. Nascono anche i primi dubbi sulla figura del leader prescelto.

Il Movimento 5 Stelle è entrato in questa fase e sembra che non sia in grado di mantenere l’ordine interno. Quando si ha a che fare con qualcosa di troppo grande, si rischia di fare scelte controproducenti. Beppe Grillo, che ha preteso di essere definito il garante, dà l’impressione, ora che la meta è vicina, di confermare quello che in molti hanno pensato di lui: un comico che si è trovato a recitare nello spettacolo sbagliato. Per i militanti e i simpatizzanti del movimento, Grillo è sempre risultato una persona che dice cose vere nel momento giusto, che fa comizi/spettacoli interessanti, l’unico in grado di parlare per l’intero gruppo (perché abituato a stare sotto i riflettori), ma guai a chiamarlo leader. Per la restante parte dell’opinione pubblica, invece, il comico genovese è appunto un comico. Non capisce nulla di politica, fa semplice demagogia e rappresenta il corpo del movimento, agendo dietro direttive della vera mente del gruppo: Gianroberto Casaleggio. È idea diffusa che, per quanto il M5S ha preteso di apparire come simbolo di democrazia, nel vero senso della parola, nella realtà dei fatti presenta un’organizzazione con il vertice costituito da questi due personaggi e la base composta dai militanti, che devono limitarsi ad eseguire gli ordini. Grillo ha sempre giustificato la cosa, affermando che loro non vogliono avere organismi intermedi come i partiti: è una democrazia diretta, dove le decisioni partono dal basso.

M5S, Grillo, epurazione, democrazia, dissidenti

Gianroberto Casaleggio e Beppe Grillo

Effettivamente il suo video pubblicato qualche giorno fa nel suo blog, dove esterna il suo totale disappunto verso coloro che definisce dissidenti, è l’emblema della democrazia. «Non venite a rompermi i coglioni a me, sulla democrazia…se c’è qualcuno che pensa che io non sia democratico prende e va fuori dalle palle…chi fa domande su domande e si pone il problema della democrazia va fuori e andrà fuori» afferma Beppe Grillo nel video. Certo definirlo un dittatore risulta eccessivo, ma, limitandosi a leggere queste parole, sembra tutto tranne che un garante democratico del movimento. Poi due giorni fa dalle minacce si è passati subito ai fatti: espulsi dal movimento Giovanni Favia e Federica Salsi, rei di aver trasgredito le regole. Come al solito Grillo decide di farlo tramite il suo blog. Un discorso breve ma chiaro: la sentenza è stata emessa, non saranno tollerati ricorsi. Senza tornare a ricordare il motivo di questa rottura fra i tre, una domanda risulta legittima: se è un movimento democratico, chi ha stabilito l’espulsione? Grillo e Casaleggio naturalmente. Un movimento che fa di Internet il suo cavallo da battaglia non poteva sfruttare questo strumento per indire un sondaggio dove veniva richiesto il parere dei militanti a riguardo? Probabilmente sarebbe risultato troppo democratico: e spesso la democrazia non è esente da colpi di scena. Per non parlare del primo epurato del M5S Valentino Tavolazzi. Ciò che accomuna i tre espulsi sembra essere non tanto la trasgressione delle regole del movimento, quanto quella dei comandamenti di Grillo e Casaleggio. Se fosse così, viene meno quanto detto all’inizio riguardo la formazione di un gruppo “democratico”: regole condivise da tutti sì, ma stabilite dai pochi.

Naturalmente per far passare in secondo piano la questione, Grillo decide di spostare l’attenzione altrove. Quando in un gruppo affiora il pericolo della disgregazione, c’è bisogno di trovare un nemico che dia l’impressione (non è necessaria l’effettiva volontà) di attaccarlo, in modo tale che gli appartenenti tornino ad essere uniti per una causa comune. La mania di persecuzione è il rimedio necessario e non è la prima volta che Grillo decide di utilizzare questa carta: i partiti e il governo non vogliono il M5S in Parlamento, quindi si sono adoperati per anticipare le elezioni. Conseguenza? Trovare subito le firme necessarie, ma il tempo scarseggia. Il messaggio lanciato da Grillo è chiaro: non anticipano le elezioni perché c’è il rischio che il Paese rimanga senza un governo, ma l’intento è esclusivamente quello di estromettere il M5S dalla competizione. L’attenzione, quindi, viene rivolta nuovamente al marciume delle istituzioni, i problemi interni, apparentemente, non esistono. Si può tornare a combattere per la democrazia, chi non è d’accordo è fuori: e che nessuno si azzardi a dire che Grillo non sia democratico.

Giorgio Vischetti

@Gvischetti

foto|| repubblica.it; dirittodicronaca.com;

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