Il Nastro Bianco, candido simbolo di una purezza violata

Michael Haneke racconta le vicende di una comunità rurale della Germania protestante alle soglie della Prima Guerra Mondiale. Un film per scavare e scoprire cosa e quanto di sedimentato ci fosse in una cultura che arrivò a legittimare la folle ferocia nazista

di Daniela Dioguardi

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Scena tratta dal film "Il Nastro Bianco"

Chi già conosce l’attività di Michael Haneke non rimarrà stupito quando, non appena calate le luci, sullo schermo cinematografico inizieranno a comparire, su  rigoroso fondo nero e senza alcun commento musicale, i credits di apertura del suo ultimo lungometraggio, Il Nastro Bianco, vincitore della Palma d’oro al 62° festival di Cannes.

Chi invece risulterà nuovo al lavoro dell’acclamato registra austriaco, verrà immesso immediatamente, e quasi con violenza, in un’opera dai tratti impietosi, crudi, in cui nessuna forma di spettacolarizzazione può essere ammessa.

Mentre la proiezione del primo fotogramma rende noto allo spettatore che il film è stato girato in bianco e nero, la voce narrante di un anziano fornisce le coordinate spazio-temporali della storia di cui egli stesso, si scoprirà essere stato, da giovane, protagonista (il Maestro, Cristian Friede).

Siamo nel 1913 in un piccolo villaggio rurale della Germania del Nord dove la comunità è organizzata secondo gli schemi gerarchici e tradizionali della società protestante, i cui riferimenti principali sono figure come quelle del Barone, del Medico e del Pastore. La vita lì si svolge seguendo monotonamente i ritmi ciclici della natura.

In un clima placido e di serenità apparente, assecondato dalla frizzante presenza di un folto gruppo di bellissimi bambini dalla fisionomia teutonica che frequentano, tutti insieme, l’unica classe della scuola del paese, si innesterà una serie di fatti misteriosi che progressivamente prenderanno la forma di un vero e proprio rituale punitivo. Il Medico (Rainer Bock) si ferisce dopo essere stato disarcionato da cavallo, a causa di una fune solida ma invisibile tesa sul suo percorso, un intero granaio viene incendiato, una contadina rimane vittima di un incidente sul lavoro, il figlio del Barone (Ulrich Tukur) viene rapito e torturato.

Alla voiceover del narratore si aggiunge progressivamente un ulteriore ma più sottile canale narrativo, quello rappresentato dagli occhi dei bambini e degli adolescenti del villaggio, attraverso cui trapelano le dinamiche interne alle famiglie coinvolte nella storia. Si scopre, così, l’esistenza di abusi domestici e soprusi di ogni genere.

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Due protagonisti del film

Il Pastore educa la prole con metodi severi e violenti. A causa di un semplice ritardo, egli costringe i suoi due figli maggiori, dopo averli adeguatamente sferzati, a indossare per un intero anno un “nastro bianco” che rammenti loro la via della purezza, affinché non ricadano nel peccato, non cedano alle tentazioni delle loro giovani carni, non assumano atteggiamenti disinvolti e inopportuni. In sostanza, non deludano le aspirazioni paterne.

Intanto, il Medico abusa in segreto della sua giovanissima figlia e intrattiene relazioni di convenienza con la Levatrice (Susanne Lothar) che gli fa da governante e, contemporaneamente, si prende cura del proprio figlio ritardato Carlie. Esattamente con il rapimento di quest’ultimo (a cui saranno quasi cavati gli occhi) la catena criminosa sembra interrompersi, anche perché il giovane Meastro (forse l’unico personaggio sano dell’intreccio) inizia, grazie a una serie di coincidenze, a cogliere più lucidamente le trame tragiche e invisibili che si dipanano all’interno della vita del villaggio, volgendo i suoi sospetti di responsabilità sui candidati più imprevedibili: i bambini.

Con uno stile asettico, freddo, a tratti raggelante, Michael Haneke affronta una spietata analisi del sistema socio-educativo della Germania protestante alla vigilia della Grande Guerra, che si risolve nella condanna (inevitabile?) di una intera generazione tedesca (quella dei bambini nel film)  che popolerà, più tardi,  le file della Germania nazista.

Va, tuttavia, precisato che l’obiettivo principale del regista era, comunque, quello di andare oltre le contingenze storiche. Egli ha infatti dichiarato in una sua intervista: “Qualsiasi principio, quando viene assolutizzato, diventa disumano. Che sia un ideale religioso, politico o sociale, quando diventa pensiero unico produce il terrorismo. Una certa educazione e cultura in senso assolutista porta a degenerazioni altrettanto assolutiste, al terrorismo, al fanatismo religioso, al Nazismo, anche se questo mio film non è un lavoro sulla Germania o sul nazismo“.

Il Nastro Bianco imposto dal Pastore ai suoi figli diviene, allora, simbolo di una purezza utopica tutt’altro che innocente in quanto perseguita al prezzo di restrizioni e abusi che la trasformano in una vera e propria ossessione legittimante, paradossalmente, perversioni e soprusi inauditi.

Scena tratta da "Il Nastro Bianco"
Scena tratta da “Il Nastro Bianco”

Con un lento e cadenzato succedersi di quadri a telecamera fissa e attraverso il consapevole uso di un bianco e nero quasi privo di ombre, schietto e spesso disturbante, il regista riesce nel suo intento di creare un clima di opprimente attesa che non viene, comunque, delusa quando diventa chiaro il vero scopo: no svelare il colpevole all’origine degli episodi di violenza quanto lasciare che lo spettatore tragga determinate conclusioni, senza che gli siano visivamente imposte.

Ne Il Nastro Bianco non mancano elementi tipici hanekiani come la crudezza, l’intellettualizzazione e il distacco apparente. Tuttavia essi sono presenti in modo così poderoso che divengono veri e propri ostacoli all’adesione emotiva dello spettatore che, seppur sinceramente impressionato, difficilmente arriva a ricondurre quella crudeltà, quel male sottile che trapela da tutta la vicenda filmica, all’orrore dell’imminente esperienza nazista.

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