Il modello cooperativo non conosce crisi

ROMA – L’universo delle cooperative italiane sembra non risentire minimamente della tempesta economica che ha travolto il mondo da pochi anni a questa parte. “Crisi” e “disoccupazione”, due parole fin troppo pronunciate, quasi non esistono nei resoconti di Confcooperative, federazione italiana che offre assistenza e tutela a più di ventimila imprese su tutto il territorio nazionale.

Il panorama economico-finanziario mondiale è cambiato per sempre dopo la bolla immobiliare negli Usa, ma il settore cooperativo sembra essere in netta controtendenza rispetto agli altri: in due anni l’occupazione è passata da 507.000 a 535.000 persone, più 3% rispetto allo scorso anno e più 2,5% dell’anno precedente, per un incremento totale di 5,5%, negli stessi anni in cui in molti, tra aziende e piccole/grandi imprese, hanno gridato al fallimento.

Altra sorpresa: tra gli occupati il 22% sono stranieri e ben il 59% donne. Le quote rosa in effetti sembrano farla da padrone in questo settore, il 26% ha un incarico dirigenziale e la percentuale sale al 35% nelle cooperative sociali, per toccare picchi di 40% nelle cooperazioni di servizi alla persona. Una doppia nota positiva, perché nelle imprese guidate da donne l’aumento dell’occupazione si impenna al di sopra della media già citata, fino a raggiungere il +6,9%.

Occupati si, ma incerti e senza garanzie? Niente affatto, nelle 20.500 cooperative la media di persone assunte a tempo indeterminato è dell’82%, unico neo la disparità tra grandi imprese, dove i contratti di questo tipo raggiungno anche il 90%, e le micro imprese, che ne possono vantare solo il 60%.

Un modello vincente a quanto pare, in grado di lavorare in maniera attenta e efficace sul territorio, sfruttandone le potenzialità e mettendo al centro la persona.

Dallo Statuto di Confooperative: «La cooperazione è una componente del processo economico e sociale moderno. La Costituzione della Repubblica Italiana sanziona questo principio riconoscendo la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità ed impegnando lo Stato a promuoverla ed a favorirne l’incremento. La cooperazione che si ispira ai principi della scuola sociale cristiana: valorizza la persona umana, integra l’iniziativa del singolo con la realizzazione, su base volontaria, del libero principio associativo; assicura il suo inserimento nella vita economica e sociale e presta un concorso insostituibile all’organizzazione di una compiuta società democratica».

Il presidente della federazione, Luigi Marino, entusiasta rispetto ai dati in crescita, dichiara di voler continuare ad agire per il benessere dell’Italia, insistendo per la promozione del modello cooperativo e focalizzando l’attenzione proprio su quei settori che vedono il Paese in difficoltà ormai da troppo tempo: «Le nuove frontiere della cooperazione sono le esigenze insoddisfatte degli italiani. Sono i campi della sanità, reinterpretata come medicina del territorio, del welfare che va riplasmato su fondamenta di comunità e sussidiarietà, delle energie da fonti rinnovabili. Sono i campi dei nuovi mestieri tecnici, della riorganizzazione di servizi tradizionali, delle professioni che vanno aperte alle cooperative. Nascono nuove Bcc, espressione di localismo e di sussidiarietà economica nei mercati globali. Nascono nuove cooperative agricole perché non c’è strada migliore per dare reddito e prospettiva alle produzioni locali di fronte ai grandi mercati. Lo constatiamo pure dal saldo crescente delle adesioni. Continua a ritmo elevato la nascita di cooperative di lavoro e sociali. Si allargherà la domanda di cooperazione nei beni culturali e ambientali: unica alternativa al non fare nulla, aspettando una spesa pubblica esaurita. L’espansione delle cooperative in nuovi settori è accompagnata dalla qualità cooperativa: puntiamo su tassi ancora più alti di mutualità e sulla partecipazione più intensa dei soci».

Ottime le premesse, chissà che non sia proprio la formula giusta per oltrepassare il pantano in cui ristagna l’economia nazionale e mondiale, abbandonando finalmente la cantilena “crisi-disoccupazione”.

Silvia Tagliaferri

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