Il mistero di Dante, Louis Nero e la speranza spirituale

Esce il 14 febbraio ‘Il mistero di Dante’, il nuovo film di Louis Nero. Rileggere la ‘Divina Commedia’ per accarezzare l’essenza di tutte le cose

La locandina del film "Il mistero di Dante" (screenweek.it)

La locandina del film “Il mistero di Dante” (screenweek.it)

Se vuoi parlare con me armati di pazienza, respira e fermati a guardare le cose nel profondo. Altrimenti, quella è la porta, arrivederci e grazie lo stesso. Concetto più o concetto meno, sembra sussurrare proprio questo semplicissimo bagliore di senso (estremamente difficile da cogliere per chi sceglie di continuare ad abitare nella melma di superficie) il buon Louis Nero nel suo ultimo lungometraggio Il mistero di Dante.

IL LIMITE È IN COLUI CHE LEGGE – Non una docu-fiction, nemmeno un mockumentary: semplicemente un film, come se ne possono fare tanti in vari modi e tempi diversi. Louis Nero sceglie, nel suo caso, un misto tra ricostruzione e inchiesta per cercare di aprire lo scrigno di un vero e proprio viaggio iniziatico mirato a fare del film stesso qualcosa che possa almeno tentare di andare oltre il semplice progetto cinematografico.

Nella sincera intervista rilasciata a Wake Up News, come anche nei suoi film, tutto sommato Louis Nero espone unicamente se stesso, né più né meno. E la sua idea, soprattutto (ah, avere ancora un’idea…). Meglio se incentrata su un fattore che a molti può dar fastidio (e così è stato), specialmente a chi sa, ma non dice, di averlo perduto per sempre. «Il limite non è in chi scrive ma in colui che legge», dice lui. «Alcune persone, grazie alla propria capacità di concentrazione, sono più suscettibili ad essere positivamente influenzate dal linguaggio simbolico».

Ecco. Viene da chiedersi chi saranno mai quelle persone. E viene da pensare anche all’eventuale possibilità umana (in verità tutta italianastra) di poter tornare (se mai c’è stato un tempo in cui si riusciva) a usufruire di una reale comprensione di senso con conseguente crescita personale oltre il semplice godimento estetico di un’opera d’arte, a qualunque settore essa appartenga.

IL VELAME DELLI VERSI STRANI - «Il quarto significato, quello anagogico, richiede qualche spiegazione: anagogico deriva dal greco “anagoge”, che etimologicamente significa ricondurre verso l’alto, ricondurre a un senso spirituale, mistico». Questo è quanto riguarda l’ ulteriore categoria interpretativa dantesca (oltre quella linguistica, teosofica e socio-politica) di Carlo Saccone, una delle figure docenti intervistate assieme ad altre anche note come Gabriele La Porta, Roberto Giacobbo, Valerio Massimo Manfredi, Silvano Agosti, Franco Zeffirelli o persino Taylor Hackford, regista di film, non a caso, come L’avvocato del diavolo o L’ultima eclissi. Tutto quello che viene detto, visto o anche solo lasciato intuire è perfettamente coadiuvato dalla figura dello stesso Dante (incarnato nientemeno che dal celeberrimo premio Oscar F.Murray Abraham) nelle vesti di guida ancora più spirituale di quanto non lo sia stato in infiniti secoli di evoluzione umana. Unico scopo: mostrare «la dottrina che s’asconde sotto il velame delli versi strani».

Un incipit tenebroso, oscuro e claustrofobico trasporta l’occhio interiore tra le viscere di spazio e tempo non più definibili. Al fianco di regista-operatore (lo stesso Nero) e assistente (Diana Dell’Erba) bendati e al seguito di un sinistro maggiordomo “carontesco”, inizia un lungo e angosciante viaggio verso quell’ “inferno dei viventi” calviniano, oltre che dantesco, una condizione non più soltanto umana in cui, gradualmente, gradino dopo gradino lungo la discesa nel profondo della propria stessa condizione terrena, si assume la consapevolezza di voler «riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno», per dargli spazio e ad esso concedersi.

Louis Nero con F. Murray Abraham (cineblog.it)

Louis Nero con F. Murray Abraham (cineblog.it)

Attraverso questa vera e propria iniziazione ad un sapere altro dagli sterminati ma non sufficienti libri di testo, prende il largo un andirivieni di testimonianze e ricostruzioni visive (sulla base delle inimitabili raffigurazioni di Gustave Doré) atte a fare di Dante Alighieri e della eterna Divina Commedia l’esempio più alto di approfondimento spirituale non tanto letterario quanto, in verità, più comune e (per chi lo vuole percepire) semplice di quanto si possa intendere.

APRIRE ALTRI OCCHI IN ALTRI LUOGHI – Si parlava di persone capaci di farsi influenzare da linguaggi simbolici e, in questo, desiderose di aprire la propria anima a respiri universali di pura e armoniosa predisposizione ad “essere”, più che apparire. Ebbene, costoro potranno mai essere scribacchini sovrapagati da testate giornalistiche anche molto note che mandano lorsignori allo sbaraglio al cospetto di un certo Louis Nero? Chi?! Louis Nero. E chi è?! Forse uno dei pochi (per di più italiano: la cosa dovrebbe far riflettere) capaci di assorbire e fare propria la lezione, se non di Béla Tarr per stile, tematiche e scelte visive, almeno di un certo Aleksandr Sokurov, colui che, nel 2002, rifletteva sul senso della propria esistenza tra i confini geo-socio-politico-morali di un’appartenenza sovra-storica espletata nei 96 minuti di piano sequenza di Arca Russa. Il buon Nero, nel 2005, proprio in Pianosequenza ne ha messi in atto ben 124, di minuti, senza stacchi di montaggio, confermando quella notevolissima indole di indagine, certo, sovrannaturale eppure così umana, fragile ma allo stesso tempo granitica nella sua intenzione di sostenere un concetto di esistenza terrena apocrifo, ben lontano dalla comune accettazione. Materia contro spirito è l’eterna lotta sia tematico-stilistica che, soprattutto, concettuale. E proprio in quella coraggiosissima opera seconda superautoprodotta si scontravano materialismi vital-corporali con introspezioni più oniriche della peggiore oscurità esistenziale, tangibilità materiale del mezzo con essenza spersonalizzante irreversibile del suo contenuto.

Ma, ahinoi, la comune accettazione (chiamiamola così) di un respiro direzionato, sicuro di sé e delle proprie non-posizioni, attanaglia fin da ora (Il mistero di Dante uscirà il 14 febbraio; il motivo di tale scelta è ben spiegato sempre nella nostra intervista) la coscienza di qualche prezzolato pubblicista, fiero di poter far notare all’autore dell’opera tutta la mancanza di approfondimento linguistico, teosofico e politico nei confronti dell’opera di padre Dante, senza comprendere, dopo 100 importanti minuti, che il discorso era un altro. Quale? Esattamente quello che da troppo tempo manca e per troppo tempo mancherà nell’attuazione delle metodiche critiche e, per diretta provenienza, (in)umane di coloro che, per contro, sanno solo parlottare a voce alta, sghignazzare alla comparsa di certi argomenti e, in fin dei conti, ripudiare a manforte una sorta di ritorno alla concezione più altamente poetica della vita sulla Terra.

Un fotogramma da "Il mistero di Dante" (ilciottasilvestri.blogspot.com)

Un fotogramma da “Il mistero di Dante” (ilciottasilvestri.blogspot.com)

OBBEDISCI AL TUO CUORE – Da padre Dante non è lontano nemmeno il giovane regista protagonista di un’altra esperienza come quella del lynchiano La rabbia (2008), perché entrambi cercano di far valere la propria predilezione all’apertura spirituale in un mondo (tanto quello del cinema quale quello socio-politico e, di riflesso, linguistico) che non li gradisce e, se accetta di cercarli, è solo per spolparli fino al midollo essiccandoli fino all’ultima goccia di sudore interiore. Ci vorrebbe, insomma, un vero e proprio manifesto neo-critico che prenda anche questo film, tra gli altri, come punto di partenza per ristabilire paletti necessari a quella apertura mentale motrice di dispiegamenti spirituali, morali e, dunque, anche civili e, perché no, politici.

La sfida di Louis Nero è indiscutibilmente nobile, alta, sofisticata. Eppure così a portata di mano. Forse spinta un po’ troppo (seppur coraggiosamente) verso il mistero ma, proprio per questo, necessaria a mettere in tavola le carte adatte ad una qualunque riflessione un po’ più profonda, una condizione che solo chi è veramente disposto a mettere in gioco prima di tutto se stesso può accettare di vivere almeno per poco più di un’ora e mezza (l’obiettivo, in verità, sarebbe quello di spingere quello che resta di una mente anche oltre).

ESSERE GRANDI EQUIVALE A NON ESSERE CAPITI – «Credo fermamente che questa pellicola possa aprire alla gente, propensa a stupirsi, un nuovo modo di vedere il mondo circostante». Dici bene, caro Louis. Ma cosa affidare in termini di speranza ad un mucchio di burberi che dello stupore non sa più che farsene? Lo stupore. Cosa sarà mai questo osceno baraccone? Ha una trama? C’è Brad Pitt? O Julia Roberts? Nemmeno Meryl Streep, che diamine? La verità è una sola e, Louis, tu la conosci bene: occorre necessariamente, e al più presto, tornare a regalare alla percezione della realtà quell’imprescindibile senso di profondità riflessiva che manca da troppo tempo un po’ ovunque, tanto al cinema quanto alle altre arti e, soprattutto, a coloro che dovrebbero sostenere a bandiera issata il senso più recondito e profondo del produrne esemplari.

Ma forse, “loro”, non sono ancora pronti.

(Foto: cineblog.it / ilciottasilvestri.blogspot.com / screenweek.it)

Stefano Gallone

@SteGallone

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