Il mio nome è Khan, e non sono un terrorista

 

Il microcosmo (anzi, un vero e proprio macrocosmo) di “Il mio nome è Khan” vede poi la partecipazione di numerosissimi volti a cui è legata un importante funzione all’interno della trama: come ad esempio, quello della sorella del fratello di Kahn, la cui cultura musulmana servirà a tenere vicini i due fratelli anche nei momenti di disgrazia, la famiglia americana amica del figlio di Mandira, in cui si vedranno le due facce della stessa medaglia dell’amicizia e del compromesso siciale. E dove tutti sono uguali fino a quando non sarà la tragedia a rimettere in discussione tutto quanto.

Per non parlare poi dei musulmani che Khan incontra nel suo viaggio, il lato dell’Islam guerrafondaio che, come dimostra la pellicola, ha una conoscenza altamente distorta delle parole del Corano.

Il film di Johar può davvero essere letto in molti modi: inno alla fratellanza, un invito ad aprirsi maggiormente alla conoscenze delle culture diverse da quelle occidentali, una parola in più nel tentativo di abbattere le disuguaglianze sociali. Ma soprattutto, è una grande storia d’amore che dimostra come la vera pace tra gli uomini si ottiene solo affidandoci ai nostri sentimenti più limpidi.

Adriano Ferrarato

foto: via everyeye.it; 100cinema.it; cine-filos.com

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