Il ‘Mercuryo Cromo’ che rimargina le ferite

Dritti dal bergamasco, arrivano tre impavidi cavalieri del rock alternativo a ricordare la potenza espressiva di una manciata di corde metalliche

di Stefano Gallone

Copertina dell'album

È tutto un programma quella copertina raffigurante un frigorifero vuoto e putrefatto immerso in quello che sembra essere lo spazio lurido di una discarica. Che sia una frecciatina alla situazione artistico-culturale nazionale e alle sue “spazzature” da mercato cordialmente riposte nel luogo in cui realmente dovrebbero permanere? Evidentemente si, se si considera la gran parte dei riferimenti espressi da liriche che non le mandano proprio a dire in riferimento ad invettive scagliate, senza ritirare il braccio, verso scelte mediatiche o relative ai poco entusiasmanti propositi di vita sociale attuale. Il tutto in una salsa hard rock degna di tale nome, affiancata dalla scelta di una lingua italiana mai così azzeccata nel rivestire un genere apparentemente semplice ma complesso nelle sue diverse sfaccettature strutturali.

Con bagaglio di autocitazione in termini di pseudo-sottogenere “Tam’Hard Rock” (“Il nostro stile spazia da sonorità rockeggianti a sonorità tamarre”), Stefano Gipponi (chitarra e voce), Enrico Brugali (batteria e percussioni) e Matteo Lodetti (basso), alias Mercuryo Cromo, partono dall’hinterland bergamasco di Osio Sopra per andarsi a prendere il primo premio assoluto del concorso Nuovi Suoni e a fare da spalla niente di meno che ai signori Afterhours al Summer Sound Festival, tenutosi al Lazzaretto di Bergamo e datato 2009. Nove lunghissimi anni di svezzamento, gavetta (tutt’ora a far sentire il suo peso sulle spalle) ed esperienza live sembrano aver maturato ottimi frutti in termini di impatto sonoro ed emozionale tra le mura trasparenti del programma televisivo del canale satellitare Rock Tv “Sala prove”, oltre che nelle tredici tracce di questo primo intero album d’esordio, Tormenta, interamente prodotto grazie al sussidio/premio relativo proprio alla vittoria del suddetto concorso lombardo.

Ad aprire le danze e a chiarire da subito le determinate, energiche e coraggiose idee del trio bergamasco è la concezione semi-stoner desertica e blueseggiante in targa Queens Of The Stone Age di Sete e gatti, sostanzioso riff adrenalinico sposato a versi profondi e spinosi nelle intenzioni di affermazione ideologica.

Mercuryo Cromo

Segue la miscela melodico-granitica di Cibo per anitre prima di veder cedere spazio a veri e propri tasselli di invettive socio-politiche per mezzo delle contropreghiere di Forse no e delle picconate da amplificatore di Vive nel bolo (“Si può capire che la verità vive nel bolo”). Successivamente, i potenti fraseggi di Vodka puntualizzano una certa necessità di intervento rivoluzionario pro-legalità, mentre Tv sorrisi e troioni si rende una sorta di cavallo di battaglia ideologico anche solo tramite l’uso del titolo stesso, senza tanto bisogno di soffermarsi sull’importanza dei complementari sviluppi formato canzone (che goduria sarebbe sentire una simile intemperia in passaggio radiofonico).

Ma è tra Intro e Outro che sembra prendere piede una sorta di mini concept costituito da cinque brani dedicati alle crudeltà interiori derivanti da convulsi rapporti di coppia, tracce in cui la carica espressiva non si fa da parte nemmeno di fronte a quelli che, erroneamente, potrebbero sembrare perdite di tempo o escamotage riempitivi. Dopo la più che diretta Donna, il caso della cover Ala bianca, di firma Nomadi, non è affatto un parassita inserito a caso nel contesto dell’opera, bensì un valido esempio di come una band (non conta tanto se agli esordi o meno: vedi Pearl Jam, tanto per fare un nome) riesca a godere di un processo di profonda acculturazione (hai voglia di cantare “Io vagabondo che son io, vagabondo che non sono altro” alla luce di un falò; c’è anche dell’altro) nonché si dimostri impavidamente in grado di sviluppare la capacità di smontare e ricostruire un brano, per essa significativo e conforme alle tematiche generali dell’album, seguendo una linea completamente autoctona con strizzatina d’occhio, in alcuni frangenti, alle ritmiche stilisticamente riferite, pur solo parzialmente, ai Subsonica privi di elettroni.

In definitiva: ottimi spunti, notevole caratura tecnico-compositiva e indiscutibile sete di divulgazione di un verbo tanto personale quanto universale in metodi e contenuti.

È possibile ascoltare alcuni brani e visionare clip live e documentari sul Myspace della band. Provare per credere.

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