Il massacro dei delfini nelle Isole Far Oer, tradizione di sangue

Isole Fær Øer – Da anni imperversa sul web una trafila di appelli, petizioni e articoli confusi che attaccano la famigerata “Caccia ai Cetacei” delle Isole Fær Øer, arcipelago dell’Oceano Atlantico, situato fra Scozia, Norvegia e Islanda. Si tratta di isole che fanno amministrativamente parte del Regno Unito di Danimarca, ma che dal 1948 godono dello statuto di Regione autonoma e hanno progressivamente ottenuto il controllo sulla maggioranza delle questioni di politica interna.

Va da sé, che tutti gli appelli inoltrati dalle associazioni di animalisti alla Danimarca per chiedere un intervento, non trovino effettivamente corrispondenza nella giurisdizione di questo governo. E’ anche vero però, che il Paese, membro dell’ Unione Europea, dovrebbe quantomeno esprimere una posizione al riguardo.

Una delle prime denunce venne fatta dalla Sea Shepherd Conservation Society la società fondata nel 1977 dal Capitano Paul Watson, a suo tempo cofondatore di Greenpeace, da sempre in azione per fermare questo tipo di atrocità.

Nel 2008, quando si alzò il polverone, il governo di Tórshavn, la capitale dove vive più di un terzo della popolazione di questa regione che conta meno di 50.000 abitanti, si affrettò a dire che quelle foto erano vecchie e che il massacro era una consuetudine del passato e che si trattava di una campagna internazionale ambientalista con il solo scopo di screditare le Faer Øer e le loro tradizioni ancestrali.

Poi, nel novembre dello scorso anno sono comparse su Chinanews.com nuove immagini, tutt’altro che datate, ancora più crudeli e impressionanti, della mattanza di globicefali.

In primavera, 17 eurodeputati hanno scritto una lettera al primo ministro della Danimarca, Helle Thorning-Schmidt, che nel primo semestre 2012 è stata anche presidente di turno dell’Unione europea, perché fermi la strage annuale perpetrata nelle isole. «Questa estate non vogliamo assistere all’ennesimo massacro. L’Ue dica “no” alle tradizioni sanguinarie» scrivono gli eurodeputati riferendosi al rituale  in discussione.

Il dato di fatto è che la caccia ai globicefali, o Grindadráp, è  per i faroesi un’attività economica vera e propria, oltre che una tradizione, tanto che la maggior parte di essi la considera parte della propria cultura e non condivide le tesi di chi ne chiede l’abolizione. Senza contare la presunta valenza di rito iniziatico maschile all’età adulta, si tratta senza dubbio di una tradizione molto antica che risale a 1200 anni fa ed è, almeno in origine,  legata alla sussistenza: cibo, pelle per realizzare corde, grasso per ricavare olio come combustibile,  stomaci come galleggianti e così via. A oggi tuttavia, dopo oltre mille anni, l’economia delle isole è  retta da una fiorente industria della pesca, che produce prodotti ittici di alta qualità per l’esportazione, allevamento di pecore che fornisce fino al 60 percento di tutti i prodotti a base di carne, caccia di uccelli marini, allevamento di bovini da latte, coltivazione di patate.

Un’attività storica quella della caccia ai cetacei, ma ora non più indispensabile. Gli ambientalisti sottolineano infatti che al giorno d’oggi gli isolani godono di elevati standard di vita ed è difficile immaginare che usino ancora lampade alimentate da olio di balena.

Ci si domanda inoltre perché pur essendo scientificamente appurato che la carne dei globicephala melas contenga alti livelli di mercurio, tanto che il ministro della Salute ne sconsiglia il consumo più di una volta al mese, si continui questa caccia in dimensioni così massicce.  Nel sito delle isole si legge: «Questo fatto è fonte di preoccupazione, ma non è un motivo per smettere la caccia perché i rischi alla salute devono essere controbilanciati dal fatto che la carne di balena è ricca di grassi polinsaturi, è magra e ricca di proteine». Insomma, i faroesi considerano la carne di questi cetacei come un qualsiasi europeo carnivoro considera quella di bovini, suini, ovini e pollame che trova spesso e volentieri sulla propria tavola: poca importanza ha il “come” è stata prodotta.

La stima ufficiale delle catture dichiarata dai faeroesi è di circa 1000 esemplari all’anno, cifra da loro definita “sostenibile”, mentre le stime ufficiose parlano di 1500-3000.

I globicefali, conosciuti anche come balene pilota, appartengono alla famiglia dei Delphinidae e sono creature molto pacifiche e socievoli che vivono in branchi compositi, in cui predominano femmine e cuccioli; arrivano fino a 5-7 m di lunghezza per oltre 2 tonnellate di peso, durante una vita media di 50 anni. Essi si trovano in tutti i mari, eccetto quelli dalle temperature eccessivamente basse, come quelle dei poli: non si tratta apparentemente di una specie a rischio di estinzione, ma bisogna anche considerare l’apporto della caccia perpetrata in altre regioni del mondo ai danni dei cetacei, come ad esempio in Giappone – Paese che non è propriamente un esempio di tutela della fauna marina – che rischia nel complesso di destare preoccupazione per la conservazione di questa specie.

A far discutere della bizzarra alimentazione dei faroesi, non è la caccia di cetacei in sé, praticata anche in altri Paesi che non costituisce di per sé un fattore di unicità per le isole, ma è in particolare la tradizionale cruenta battuta di caccia che si tiene all’inizio di ogni estate, in cui i banchi vengono spinti in prossimità delle spiagge ed uccisi con ami, lame e funi. Gli abitanti hanno nel tempo introdotto particolari precauzioni per ridurre le sofferenze dei cetacei, fa sapere il governo, ma  paradossalmente sono proprio queste precauzioni a rendere così forti le immagini. L’uccisione dovrebbe essere strettamente regolamentata – come per ogni tipo di pesca esistono delle vere e proprie tecniche e direttive – e sono vietati fiocine ed arpioni. I cetacei vengono uccisi tranciando la spina dorsale: ciò produce la morte in media entro 30 secondi, in linea quindi con la macellazione bovina e suina diffusa in Europa, ma ha anche l’effetto di tranciare le principali arterie dell’animale e quindi provocare il dissanguamento.

Tuttavia, secondo le testimonianze, i video e le foto che si trovano in rete, le cose non sembrano svolgersi esattamente nei termini “ufficiali”: le balene vengono circondate a semicerchio dalle barche e convogliate verso piccole baie, uncinate alla coda per essere portate verso l’acqua bassa, trascinate a riva e quindi uccise barbaramente a coltellate mentre si dibattono e affogano nel sangue. L’immagine del mare tinto di rosso e degli uomini e ragazzi che si avventano contro questi animali con una foga cieca di compassione riporta immediatamente all’inutilità e la violenza di altre pratiche insensate che coinvolgono gli animali nel mondo, come la Corrida.

I globicefali sembrano essere minacciati da un vuoto istituzionale e legislativo internazionale. L’Unione Europea vieta la caccia di tutte le specie di cetacei (balene, delfini e focene) dal 1992, e attraverso la Convenzione di Berna anche il loro commercio è strettamente regolamentato. Questa legislazione però non si applica alle balene pilota in questione in quanto le Fær Øer non fanno parte dell’Unione Europea e, come se non bastasse, la Danimarca ha firmato la Convenzione dichiarando proprio che tale accordo non si applica alla Groenlandia e alle Fær Øer. Stesso discorso per l’operato della International Whaling Commission che tutela le balene a livello internazionale: le balene pilota, facendo parte della categoria dei piccoli cetacei non sono di loro pertinenza.

L’Unione Europea non si oppone alla caccia alla balena praticata dalle popolazioni autoctone a fini di sussistenza – secondo quanto previsto dalla Convenzione Iwc – a condizione che tale attività rispetti limiti di cattura stabiliti sulla base di pareri scientifici.  La Commissione condanna invece la caccia alla balena dissimulata sotto forma di ricerca scientifica, strategia adottata dal Giappone e adottata recentemente anche dalla Corea del Sud.

Per restare in ambito marino, gli ambientalisti fanno notare che da anni ormai sta subentrando una nuova motivazione per questo tipo di caccia ittica crudele: le balene e  i delfini  sono annientati in quanto “minaccia” per la pesca stessa, nutrendosi proprio di pesce.  O meglio, la supremazia relativa dell’uomo nella scala animale, diventa una scusa per orribili violenze che vanno ben oltre il significato della parola “pesca”, intesa come attività volta alla sussistenza.

In Giappone, è tristemente nota la cattura annuale di cetacei nel lago Tajii: stime parlano di 20.000 delfini destinati alle industrie alimentari e ai ristoranti o a delfinari e circhi acquatici. Le associazioni, a livello mondiale, si battono, ognuna a modo proprio, per fermare questi massacri a tutti i livelli ed in tutti i paesi del mondo. Molti progetti mirano alla creazione di riserve marine e a rafforzare quanto sancito dall’IWC sulla caccia commerciale.

Certo è che se pure questi eventi ci sembrano così lontani e insignificanti rispetto al mare di tragedie di cui l’uomo si rende artefice e vittima nell’era della globalizzazione, fanno parte del macrocosmo in cui ogni giorno accampiamo la pretesa di vivere attivamente. La “Dichiarazione del millennio” dell’ Onu e il Trattato di Berna e con essi i principi di conservazione della specie, delle biodiversità, della tutela del mare e degli oceani non possono restare pezzi di carta firmati e vuoti di speranze concrete.

«Con tutto il rispetto delle tradizioni, queste non possono legittimare il massacro di animali in questo orribile modo»: quanto espresso nel recente appello degli eurodeputati alla laburista Thorning-Schmidt. Andrea Zanoni dell’Idv, vice presidente dell’ Intergruppo Benessere degli animali al Parlamento europeo, aggiunge: «La Danimarca ha improntato il suo semestre di Presidenza dell’Unione all’insegna di ecologia e sviluppo sostenibile. Coerentemente con questo, mi auguro che il governo di Copenhagen faccia il possibile per spingere le isole Fær Øer ad abbandonare questa orribile tradizione fatta di violenza e impregnata nel sangue. Azioni così brutali non si sposano con i valori di pace e rispetto alla base dei trattati europei».

Staremo a vedere cosa riserverà il futuro. Mentre la mattanza delle balene pilota continua a svolgersi pubblicamente e chiunque può filmare e pubblicare un video su YouTube, è ben più difficile e anche rischioso  filmare la situazione di tanti animali di allevamento detenuti in condizioni immonde, o per scopi di dubbia utilità; così che la coscienza nostrana come da copione si indigna guardando oltre oceano, ma poi si appisola a casa propria.

Se alla luce della sua presunta e relativa supremazia sul regno animale il piccolo mondo umano fosse in grado di relazionare la propria “cultura” con l’ambiente circostante in modo sano, saremmo già in uno dei tanti futuri possibili. Ma anche questa carenza, purtroppo, è il nostro presente.

Arianna Fraccon

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