Il Marocco modifica la Costituzione: un successo per la democrazia?

 

Il sovrano del Marocco Mohammed VI

Roma – L’esito del referendum costituzionale del 3 luglio rappresenta, senza dubbio, un successo per l’establishment di Rabat. Con un’affluenza alle urne del 73% e il 98% di sì ― secondo gli ultimi dati forniti dal Ministero dell’Interno ―  re Mohammed VI è l’unico capo di Stato nordafricano che è riuscito, fin’ora, a ottenere il consenso e la fiducia del popolo mobilitato dagli eventi della Primavera Araba.

Nel discorso alla nazione del 9 marzo, il re ha giocato d’anticipo per evitare l’esacerbarsi delle proteste che, sotto l’ombrello del Movimento del 20 febbraio, hanno animato le piazze marocchine. Circa 37 mila persone, per lo più giovani (il 56% della popolazione ha meno di trent’anni), hanno manifestato nelle maggiori città per più libertà, più democrazia, più diritti, lanciando un monito: “Non cederemo!” (Mamfachink!)

Il sovrano, al potere dal 1999, ha scelto – a differenza dei suoi omologhi nell’area – la via del compromesso, annunciando un’imminente svolta democratica e nominando una commissione di giuristi esperti al fine di emendare le leggi fondamentali dello Stato.

La neo-approvata Costituzione prevede, infatti, una riduzione dei poteri regi a vantaggio di governo e parlamento. Il primo ministro, nominato tra i membri del partito di maggioranza, diventa l’unico capo dell’esecutivo e ha il potere di sciogliere le Camere; il Parlamento acquisisce maggiori competenze in materia di diritti civili e procedure elettorali.

Il sovrano, al quale viene garantita l’inviolabilità, come nelle moderne monarchie costituzionali, rinuncia al titolo di “comandante dei credenti”: un gesto profondamente simbolico considerando che questa dinastia, al potere da tredici secoli, è legittimata a governare poiché vanta una discendenza  diretta da Maometto.

La garanzia dei diritti e delle libertà per tutti i cittadini, estesa alle donne e ai residenti all’estero, si accompagna al riconoscimento dell’identità pluralistica e aperta della società marocchina. La lingua tamazight – cioè il berbero -  parlata dal 40% della popolazione, acquisisce lo status di lingua ufficiale, affiancando l’arabo.

Le premesse pare ci siano tutte, la comunità internazionale ha salutato con favore l’esito del referendum. L’Alto Rappresentante dell’UE, lady Catherine Asthon, ha assicurato il pieno sostegno dell’Europa al processo di transizione democratica, incoraggiando il re a una rapida attuazione delle riforme che tenga conto della centralità del popolo.

In Marocco, tuttavia, le proteste non si placano. Se il Movimento del 20 Febbraio, che ha boicottato il voto ed è tornato in piazza domenica, si oppone tout court alla nuova Costituzione ― che considera una concessione del sovrano e non una conquista di popolo ― posizioni critiche emergono dagli stessi partiti che hanno sostenuto il sì. Il partito islamista Giustizia e Sviluppo, (PJD), maggiore partito d’opposizione dal 2002, in particolare, sottolinea di aver appoggiato il referendum a patto che esso costituisse non il punto di arrivo, ma soltanto l’inizio di una nuova era.

L’effettivo impatto delle riforme dipenderà, infatti, da come il sovrano ― che resta a capo delle forze armate, della magistratura nonché unico decisore dell’agenda politica ― concepirà la loro implementazione.

I dati emersi dalla consultazione elettorale evidenziano, da una parte, l’attaccamento del popolo all’istituzione monarchica ― che nonostante le proteste non è stata mai messa in discussione ― dall’altra, la volontà dei marocchini di procedere per gradi, evitando quelle scorciatoie che negli altri regimi hanno prodotto situazioni di stallo, ovvero, di vuoto politico.

Mohammed VI ha la possibilità, negata agli altri leader travolti dalla Primavera Araba, di agire mantenendo fede alle sue promesse. Per adesso, sostiene Ahmed Benchemsi, fondatore della rivista marocchina Tel Qel: «L’assolutismo è uscito dalla porta per rientrare dalla finestra».

Arianna Tetta

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