Il ‘grande zoo’ dei Capobranco. Una rara lezione di civiltà

"Il grande zoo", il nuovo album dei padovani Capobranco, sviscera rock, funk e grunge e apre gli occhi su argomenti da non trattare più come normale amministrazione

La copertina di "Il grande zoo", il nuovo album dei Capobranco

La copertina di “Il grande zoo”, il nuovo album dei Capobranco

Il rock è prevalentemente urgenza espressiva. Converrete con questo assunto così come si son dichiarate d’accordo intere generazioni al richiamo di un riff, un ritornello o intere opere d’arte musicali così dense di contenuto da rappresentare un punto di riferimento inamovibile nel corso dei decenni. Ebbene, anche al di fuori di un contesto di larga portata come quello storicamente coadiuvato da movimenti generazionali o azzeccate operazioni di marketing (chiariamolo, una volta per tutte), nascono e sopravvivono idee vere, spunti per discorsi a vastissimo raggio ma ben inoculati nel cuore di operazioni creative di rispetto assoluto, vuoi per la portata delle argomentazioni trattate, vuoi per il modo in cui tali discorsi impongono le loro ragioni. Per di più, tutto questo avviene in Italia, terra del “prima o poi sorridi, ride anche la tua disperazione”, per dirla con gli Afterhours. Il grande zoo, secondo importante album dei padovani Capobranco (Alex Boscaro alla voce e alla chitarra, Valerio Nalini al basso e alla voce, Enrico Carugno alla batteria), prodotto e distribuito dala Jetglow Recordings, rappresenta, infatti, un enorme esempio di come si possa scoprire le carte in tavola e rendersi ideologicamente indispensabili anche senza godere (almeno non ancora) di nomi altisonanti o di chissà quale giro manageriale di rilievo internazionale.

I Capobranco

I Capobranco

IL VALORE DELLE IDEE – Conformato sulla struttura di maxi ep strutturato sulla base di sei tasselli di caratura più che notevole, Il grande zoo è un mini-album importante perché prende violentemente di petto tutti gli argomenti che affronta e, dal lato prettamente musicale, mette in correlazione generi come rock, funk, grunge o alternative rock solo apparentemente senza soluzione di continuità, nella realtà dei fatti servendosi di una preziosissima capacità di scegliere quando e dove operare con l’utilizzo della più giusta selezione di arrangiamento.

Al di là del dato legato a una ricerca musicale sopraffina, un ulteriore punto di forza dei Capobranco risiede proprio nella somma abilità di creare testi (tutti rigorosamente in italiano) dotati di un sarcasmo e un’ironia talmente raffinata e sottile da poter essere paragonata alla vulcanicità espressiva del più ispirato Frank Zappa o dei migliori esordi nostrani tra Elio e le Storie Tese e Tre Allegri Ragazzi Morti (con i quali i Capobranco, tra l’altro, hanno condiviso anche l’utilizzo di apposite maschere). Quanto al nucleo tematico centrale di un album come Il grande zoo, sostanzialmente poco è lasciato al caso in termini di intuizione e comprensione. Attraverso i sei splendidi tasselli che compongono il disco, Boscaro e soci si prendono gioco di un’intera civiltà (principalmente quella racchiusa nelle odierne abitudini italiote, ma si tratta di un discorso assolutamente estendibile a livello globale) ridendo delle sue velleità più insopportabili e francamente improponibili, così come delle sue finte aspirazioni e dei suoi più improbabili desideri di considerazione che altro non arrivano ad essere se non preoccupanti crisi identitarie dovute a quei quindici minuti di celebrità che, tra comuni e facili possibilità materiali e egoistiche aspirazioni tutt’altro che di reale e serio interesse collettivo, cominciano fastidiosamente a diventare ore se non mesi o anni.

I Capobranco

I Capobranco

ANTISOCIAL – In tutto questo, il discorso di massima affrontato dai Capobranco, dunque, non può distaccarsi più di tanto anche dalle moderne tecnologie di uso comune, evidenti responsabili impuniti dello sciorinare impetuoso di opinioni e considerazioni non richieste o, peggio, controproducenti. Non è un caso, allora, se un incipit come quello riservato ai coinvolgenti riff di Benvenuti nel grande zoo spiana subito il terreno per la delineazione di un rapporto umano/bestia abilmente trattato col guanto di velluto di un talento compositivo lirico e sonoro da assoluto primato, per poi tirate in ballo, nell’incedere funk di Citazioni, argomentazioni riguardanti il peggior utilizzo di mezzi come social network o qualunque altro viatico di espressione immediata (nel senso di non mediata, quindi senza alcun filtro di ragionevolezza o senso critico vero) votata al dio dell’opinione a tutti i costi. Il potente grunge sapientemente misto ad un gusto melodico cantautorale di Miele di vespa, poi, focalizza l’attenzione sui sempre più complessi rapporti tra individui (coppie o semplici legami amicali) per evidenziarne, probabilmente, il lato più inutilmente aspro e, talvolta, crudele, mentre con le possenti ritmiche wave di Il rock è fuori moda si pone in essere una preponderante critica civile estesa a quel poco che resta di una cultura artistica nostrana alla deriva, tematica a metà via tra rabbia e rassegnazione capace, in questo, di estendersi anche dall’altra parte del palcoscenico (La solitudine del fonico). Passando attraverso un campo tematico così denso ed esplosivo proprio in termini di quell’urgenza decantata in origine, sorprende (ma non più di tanto, considerando la caratura di quello che si è affrontato fino a questo punto) la scelta di narrare – in un finale come quello riservato a Ad un trattodi un trattore che blocca il traffico in strada e, di fatto, impedisce al lavoratore perfetto di arrivare ampiamente in tempo dietro la sua amata scrivania come sinonimo di scontro supremo tra modernità frettolosamente perfezionista e normalità primigenia che, di tanto in tanto, accorre a ricordare da dove si proviene realmente. Il tutto su una sostanza rock-blues alla Doors (quanto a sonorità scelte in questo frangente) ma votata all’amplificazione dell’ un assurdo/reale messo in circolazione.

Con Il grande zoo, a conti fatti, i Capobranco avanzano un discorso sia stilistico che tematico di rilievo superlativo, imponendosi con forza – e grande merito – nell’olimpo intoccabile di chi ha ancora per davvero qualcosa da dire. La speranza risiede nel vedere questo coacervo di messaggi e argomentazioni prendere il sopravvento sul solo apprezzamento del dato musicale, al fine di apprendere al meglio una lezione che, giorno dopo giorno, sempre meno persone, prima ancora che artisti, riescono o vogliono provare a conferire.

Voto: 8

Stefano Gallone

@SteGallone

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