Il Governo Monti non ha speranze senza armistizio tra le forze politiche

monti

Mario Monti

Roma – Coesione. Pare sia questa la parola d’ordine del nuovo Esecutivo Mario Monti, voluto, retto ed animato dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. L’anomalo Governo presidenziale – dopo la fiducia delle maggiori forze politiche (281 sì al Senato) – dovrebbe dare subito il via a quella carrellata di riforme che l’Europa pretende dall’Italia.

In sintesi, i compiti principali che Monti è chiamato ad assolvere sono: spronare la stagnante economia italiana, abbassare il debito pubblico, ridurre i tassi dei titoli di Stato, diminuire lo spread Btp-bund tedeschi , ritrovare il consenso degli investitori, quello delle Istituzioni europee e restituire spessore alla politica italiana affinché si instauri un “un governo di impegno nazionale”, come ha sottolineato il neo premier durante il discorso di apertura dell’Esecutivo in Senato. Un Esecutivo che sappia “ rinsaldare le relazioni civili e sociali”. Il che si traduce in misure gravi, quindi impopolari, quindi urge la collaborazione di tutti ad un governo di tecnici poco avvezzi alla politica e ai suoi giochi. E qui casca l’asino. O gli asini, se si preferisce.

Basta osservare i maggiori partiti per capire che la “coesione” è percepita più come una parola che un concetto vivo da mettere in atto.

Pdl – Il partitone azzurro è già in campagna elettorale e si proporrà nei lavori parlamentari come un governo ombra. Almeno questa è l’intenzione dell’ex premier Silvio Berlusconi che ha già avviato l’affissione di cartellonistica elettorale. Il Cavaliere deve fare i conti con un organismo sull’orlo dell’implosione. L’ex ministro Saverio Romano e l’ex sottosegretario Daniela Santanché sono sul piede di guerra: vogliono fondare un gruppo autonomo contro l’irregolarità napolitiana. “Rivolta democratica” dicono si chiamerà il movimento e c’è da credergli se nel sito Web del partitone già campeggia la sigla Popolo delle Responsabilità. Aria di scissione. Perciò il Cav. passa al contrattacco. Così, se da una parte il Pdl promette fiducia a Monti per partire, dall’altra si concede il diritto di voto a singola proposta di legge, mentre Berlusconi già si prepara alla sua quarta era, quella di “imprenditore della politica” intento a riformulare il gruppo come fosse un’azienda a caccia di quote di mercato.

Pd – Nel versante opposto non va meglio. Il Partito democratico è in scacco all’Idv di Antonio Di Pietro, vero trait d’union tra le sinistre parlamentari, il Sel di Nichi Vendola e i sidacati estremi. Un’alleanza che ha prodotto l’impossibilità del Pd di accettare la presenza di Gianni Letta (Pdl), e quindi di Giuliano Amato (Pd), nell’Esecutivo come avrebbe voluto Monti. Due figure che avrebbero legato i voti dei partiti al premier banchiere e reso più agevole il suo lavoro. Senza contare che il sì dell’IDV, come quello del Pdl, sarà condizionato dalle proposte di programma e se Di Pietro negherà il voto, tirerà le briglie anche al partito di Pier Luigi Bersani, ostaggio dei residuati comunisti della prima Repubblica, quelli antiberlusconiani della seconda e delle parti sociali più radicali.

Fiducia con riserva – Inizio poco incoraggiante ma attenzione: il trucchetto della coesione pro-tempore rischia di trasformarsi in un coltello puntato alla propria gola. Se lo scopo di Monti è varare riforme di ampio respiro e a lungo termine (ovvero i cui effetti si osserveranno nei prossimi 10-20 anni), altrettanto fondamentale è che le forze politiche lo sostengano con azioni concrete, cioè con voti impopolari,

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Paniz (Pdl) e Di Pietro (IDV)

senza lo strabismo degli interessi elettorali e di coalizione, perché è questa la credibilità che i mercati non trovano e su cui gli speculatori tramano per assaltare l’eurozona.

Dunque, se coesione deve essere, sia. A partire da una seria e condivisa riformulazione degli assetti istituzionali e costituzionali (riforma della Giustizia, legge elettorale, rinnovo della clalsse politica, ecc.). In caso contrario, meglio sarebbe operare come la Lega che al sì condizionato per darla a bere ai mercati, preferisce il no condizionato, collocandosi all’opposizione.

Si dica subito di non essere disposti ad appoggiare riordini strutturali tanto più se avanzati da un governo privo di mandato elettorale. E si ribadisca, inoltre, di essere preparati alle conseguenze della scelta: debito in aumento, tassi di interesse impazziti, spread fuori controllo, investitori in fuga, Unione Europea dietro le barricate per salvare il salvabile e bancarotta per l’Italia. In tal modo il disastro è comunque garantito ma almeno Monti e Bruxelles non avranno perso tempo. E gli italiani insieme a loro.

Chantal Cresta

Foto || ansa.it

 

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