Il Fondo monetario internazionale dopo Strauss-Kahn

Christine Lagarde

Roma – Dominique Strauss-Kahn ormai è fuori dal Fondo monetario internazionale, anche in caso di assoluzione, la gravità delle accuse contestategli è tale da far supporre che Strauss-Kahn si farà da parte e non tenterà di riguadagnare la sua precedente e prestigiosa posizione.

Il ruolo di direttore del Fondo monetario internazionale – che consiste nel garantire gli equilibri macroeconomici e la stabilità delle monete – è affatto semplice, nonostante questo sono in molti ad ambire alla carica, soprattutto perché rappresenta un seggio strategico. Proprio per questo giungere a occuparlo non è per nulla facile.

L’arresto del direttore del Fmi è arrivato in un momento delicatissimo: in ballo ci sono le trattative per i pacchetti salvezza dei Paesi europei in forte crisi – come Grecia, Irlanda, e Portogallo, a cui si dovrebbero aggiungersi Romania, Ucraina, Turchia e Islanda – e la prepotente avanzata dei Paesi in crescita economica che reclamano maggior potere. Non dimentichiamo che Strauss-Kahn è stato un sostenitore della politica di sostegno pubblico ai consumi raccomandato a tutti gli Stati, nel tentativo di rimettere in moto il meccanismo della crescita.

Mentre iniziano a concludersi i giochi per la successione, direttore ad interim è John Lipsky, 64 anni, statunitense e vicedirettore del Fondo, uomo di grande esperienza, ma con una data di scadenza ben precisa, a prescindere dal nuovo temporaneo incarico: Lipsky ha infatti annunciato – qualche tempo prima dello scandalo Strauss-Kahn – che intende dimettersi a fine agosto.

Secondo molte opinioni sarà difficile scegliere un direttore all’altezza di Strauss-Kahn, definito da un economista del Carnegie endowment for international peace di Washington «un mix senza uguali di influenza politica e competenza economica, che fa di lui una personalità chiave per la crisi europea», parole che trovano riscontro analizzando a ritroso i rapporti tra Strauss-Kahn e i politici di quasi tutta Europa.

Ovviamente la Francia ci tiene a mantenere il suo ruolo al Fondo, per non indebolire il suo primato in organizzazioni economiche mondiali  – tre francesi sono a capo di tre importantissime istituzioni: Jean-Claude Trichet guida la Banca Centrale Europea, Pascal Lamy è all’Organizzazione Mondiale del Commercio e Jean Lamierre alla Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo – e soprattutto perché gli Stati Uniti non hanno mostrato alcuna intenzione di mollare la presa sulla presidenza della Banca Mondiale, visto che da sempre i due istituti sono ripartiti tra Usa ed Europa.

Le candidature alla direzione del Fmi si chiuderanno il 10 giugno, la scelta sarà trasparente e si baserà sul merito, quindi potrebbe essere eletto un rappresentante di uno qualsiasi dei centoottantasette Paesi membri, a dispetto della Francia costretta a fare i conti con i Paesi emergenti che, come già detto, reclamano a gran voce più potere e un ruolo più importante nella gestione dell’economia mondiale.

I candidati giunti agli onori della cronaca sono tutti personaggi di spicco della politica o dell’economia mondiale. Per l’Europa i candidati sono due: la favorita, la francese Christine Lagarde – attuale ministro dell’Economia, dell’Industria e dell’Impiego del governo Sarkozy e sostenuta anche da Gran Bretagna, Germania e Italia – e Didier Reynders, ministro delle Finanze belga autocandidatosi alla carica. Segue lo statunitense Stanley Fischer, governatore della Banca d’Israele e già primo direttore generale aggiunto al Fmi dal 1994 al 2001, candidato preferito da Washington: non è difficile immaginare che agli Usa non dispiacerebbe essere a capo anche del Fmi. Poi ci sono i candidati dei Paesi emergenti: Grigori Marchenko, capo della Banca centrale del Kazakistan, sostenuto dal governo russo; Tharman Shanmugaratnam, ex ministro delle Finanze di Singapore; Trevor Manuel, capo della Commissione pianificazione economica del Sudafrica; Duvvuru Subbarao, governatore della Banca centrale indiana; Arminio Fraga, ex governatore della Banca centrale del Brasile; Il SaKong, ex ministro delle Finanze della Corea del Sud; Ernesto Zudillo, ex presidente del Messico.

Poco tempo fa è venuta meno la candidatura di Kemal Derviş, ex ministro delle Finanze turco, che si è ritirato dopo le rivelazioni a proposito di una sua relazione con una dipendente della Banca Mondiale durante il suo mandato. Il passo indietro di Derviş ha rimescolato le carte, poiché il candidato turco era l’unico a mettere d’accordo tutti i Paesi emergenti che ora saranno costretti a ridistribuire il proprio appoggio, favorendo forse il trionfo della Lagarde.

Francesca Penza

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