Il federalismo è mio!

Il ministro delle Riforme parla al raduno della Lega: “Non è vero che Berlusconi mi ha tolto le deleghe”. E intanto è scontro con il presidente della Camera Fini

di Chantal Cresta

Umberto Bossi
Umberto Bossi

BERGAMO – “C’è un solo ministro e sono io”, che in antica lingua celtico-leghista significa: “Non avrai altro leader al Federalismo al di fuori di me”. Si può sintetizzare così la buttade  che il ministro alle Riforme, Umberto Bossi, ha esternato durante l’ultimo raduno della Lega Nord, tenutosi lo scorso 20 giugno a Pontida sotto una pioggia torrenziale.

Di fronte ai lumbard (che assicurano gli organizzatori erano circa 50mila, ivi compresi quelli fermati per strada dal cattivo tempo) il Senatùr ha spiegato che nulla è cambiato nei rapporti tra la Lega e il Pdl. “Il ministro delle Riforme sono io e il federalismo lo facciamo in coppia io e Calderoli”.

Le deleghe in questione sono quelle al dicastero senza portafoglio per l’attuazione del federalismo che, da quasi un venticinquennio, Umbertone sta chiedendo e per le quali ha più volte minacciato rivoluzioni, secessioni, agitazioni del popolo padano con fucili spianati e bandiere verdi svolazzanti. Qualche giorno fa, le nomine sono arrivate ma a beneficiarne non è stato un uomo della Lega, bensì il berlusconiano doc di origine controllata, Aldo Brancher, già sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, ora con mandato alle Riforme.

Inevitabile che il Senatùr non la prendesse bene, soprattutto per la figuraccia fatta davanti ai devoti padani ai quali non ha lesinato assicurazioni sui ruoli dei due ministri: “A Brancher è stato dato il decentramento, non il federalismo”. Per capire la differenza è necessario scomodare il prof. Gianfranco Miglio, mente pulsante della Lega Nord, secondo il quale il “decentramento” è la ridistribuzione dei poteri di “Roma ladrona” nelle città italiane che per particolari tratti storico-geografici possono diventare delle mini capitali. Esempio: Milano capoluogo dell’Economia, Torino dell’Industria, Venezia – memore di quando “polverizzò le armature turche a Lepanto” (1571 D. C.) – del Turismo, ect. Tutto chiaro? Fino ad un certo punto, poi arriva l’inevitabile domanda: ammesso che il federalismo arrivi mai a vedere la luce, perché scegliere un berlusconiano e non un leghista?

Due possono essere le ragioni. La prima è il gioco di equilibri che Berlusconi sta cercando di ristabilire tra Carroccio e Pdl. In effetti, dopo il boom elettorale della Lega alle ultime regionali, rimandare ulteriormente l’avvio (quanto meno ufficiale) del federalismo senza creare fratture insanabili nell’unione, non sarebbe più stato possibile neppure ad un esperto acrobata come Berlusconi. Dunque, se federalismo deve essere che sia, ma nel modo più consono al presidente del Consiglio, il che vale a dire con i suoi uomini i quali velano secondo i suoi venti.  Semplice ma geniale: a Bossi il federalismo, al Pdl il potere decisionale su tutto il resto. Equilibrio ristabilito.

Silvio Berlusconi
Silvio Berlusconi

La seconda ragione la si può rintracciare nel curriculum non proprio esemplare dello stesso Aldo Brancher il quale comincia la carriera come prete paolino e la continua con 3 mesi di detenzione a San Vittore perché implicato nell’inchiesta Mani pulite. Scarcerato per decorrenza dei termini, Brancher è condannato in primo grado e in appello per falso in bilancio e finanziamento illecito al Psi. In Cassazione, il neo ministro è prosciolto, soprattutto grazie alle depenalizzazioni già messe in atto dal secondo governo Berlusconi.

Oggi, Brancher starebbe aspettando di essere sentito dagli inquirenti a proposito dello scandalo dell’Antonveneta (prossima udienza, il 26 giugno) nel quale è coinvolto per appropriazione indebita e “mazzette” ricevute dall’ex amministratore della Banca Popolare di Lodi, Giampiero Fiorani, uno dei “furbetti del quartierino”. Per Brancher, tuttavia, il condizionale è d’obbligo poiché la nuova nomina gli permette di sottrarsi comodamente agli appelli in sede giudiziaria in virtù delle norme sul legittimo impedimento.

Dunque, a Brancher il piatto pieno e a Bossi il boccone amaro. Ma il Senatùr non sembra sia intenzionato a lasciarsi turlupinare e al comizio di Pontida, più che al popolo verde, ha parlato al compare Silvio: “Noi non siamo scemi. Non abbiate paura che ci facciano fuori, anzi ci vogliono tutti perché i voti li abbiamo noi. Non ci caccia via nessuno, altrimenti dove li trovano i voti? Berlusconi non ci ha tolto nessuna delega, è troppo furbo per farlo…”. Il presidente è avvertito.

Ma non si esime dai commenti, dando il via ad un duro botta e risposta,  il presidente della Camera Gianfranco Fini che, all’indomani di Pontida, afferma: “Bisogna contrastare la propaganda della Lega o è a rischio la coesione nazionale”, per poi affondare sulla natura stessa della Padania, sia come entità geografica che politica: “Una felice invenzione propagandistico – lessicale, un neologismo – ha detto il presidente della Camera – perché fra Cadore e Tigullio non c’è assolutamente nulla in comune. O si è italiani o non si ha altra identità che non sia assolutamente localizzata“.

Bossi replica però a muso duro: “Fini dice che la Padania non esiste perché ne ha paura. È la parte del Paese che produce e paga le tasse e per questo vuole il cambiamento. Ecco perché molti ne sono intimoriti”. Sarà davvero così?

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