Il dramma delle sterilizzazioni forzate in Uzbekistan

Isterectomie eseguite forzatamente, inutilmente e senza il minimo consenso delle interessate, al solo scopo di attuare un criminogeno, e inspiegabile, piano di sterilizzazione dell’intera popolazione femminile in età fertile. È questo lo scenario inquietante che emerge in Uzbekistan sin dal 2005, ma che ha conosciuto un forte sviluppo – contestualmente all’aumento delle denunce internazionali – negli ultimi tre anni.

Il Paese ex membro dell’Unione Sovietica, sottoposto come molti vicini a un regime dittatoriale mascherato da repubblica presidenziale, ha avviato un controllo totale sull’operato dei medici affinché possano procedere a un numero prefissato di sterilizzazioni sulle donne, subito dopo il parto, che varia dalle quattro alle otto operazioni ogni mese.

Il controllo delle nascite, eseguito in maniera totale e obbligatoria per gli addetti, è una pratica che ha visto la sua espressione massima – e per certi versi irrispettosa dei diritti umani – nella Cina del post Mao Zedong. In quel caso, le politiche di pianificazione familiare, disposte a livello nazionale ed eseguite da ciascuna provincia attraverso i funzionari del Partito comunista cinese, erano atte a bloccare una crescita annua pari a 30 milioni di nuovi nati. Il caso uzbeko, per questo, merita una digressione di carattere statistico.

Nel 1950, anno del quale si ottengono i primi dati statistici relativamente certi, la popolazione era di circa 6 milioni di abitanti, divenuti 20 nel 1990 e arrivati intorno ai 29 circa due anni fa. In sessant’anni, c’è stato un numero di nascite medio pari a 383.000 nati/anno, che nell’ultimo decennio è aumentato fino a 450.000 nati/anno. Il tasso di natalità, intorno ai 30 nati per 1.000 abitanti fino al 1991 (anno dell’indipendenza dall’Urss), si è gradualmente abbassato sino a raggiungere i 23,6 del 2009, in recupero comunque rispetto ai 20,1 del 2005, anno del quale abbiamo le prime notizie sulle sterilizzazioni forzate.

Queste pratiche, che non trovano dunque spiegazione nel tasso di natalità del Paese, sì alto, ma non così eccessivo, potrebbero però essere subdole mosse ordite dal regime di Islom Karimov per ridurre i casi di mortalità infantile. Secondo le testimonianze che alcuni giornalisti internazionali hanno difficoltosamente raccolto nel paese – la censura è fortissima così come il sospetto verso i non-uzbeki – le donne sono convinte a non avere nuove gravidanze già dopo il secondo figlio, e nella buona parte dei casi le nascite avvengono tramite taglio cesareo, pratica questa che si applica normalmente solo in caso di necessità per evitare sofferenza fetale e problemi alla partoriente, ma che in Uzbekistan è spesso seguita dalla rimozione dell’intero utero, all’insaputa delle donne.

Le pratiche succitate sono, se operate in strutture sanitarie occidentali, assolutamente sicure e prive di rischi patologici. Al contrario, il livello degli ospedali uzbeki – così come informa il ministero degli Esteri attraverso il servizio Viaggiare Sicuri - è inferiore alla media europea, essendo appena accettabile nella capitale del Paese. Con una media di 20.000 sterilizzazioni annue, riferite al 2010, è dunque piuttosto probabile che molte isterectomie e altrettanti cesarei possano portare alla morte del bambino e/o della madre.

Ancora una volta, si conferma l’inumanità dei regimi che governano i Paesi ex-sovietici, uomini che hanno mantenuto il potere anche dopo il crollo dell’Urss e che continuano la loro opera di ammodernamento forzato dei Paesi al solo scopo di apparire benefattori, nascondendo un’aura nera come la morte, civile e democratica, dei loro popoli.

Stefano Maria Meconi

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